sabato, 21 Giugno, 2021

Special – La Recensione Della Serie Netflix

Special la recensione della serie Netflix, arrivato alla seconda stagione, scritto e prodotto da Jim Parsons

Se state cercando una piccola serie da finire in un weekend, che sia anche piacevole e dalla scrittura fresca, Special è quello che fa per voi. Arrivato alla seconda e ultima stagione, Special è una serie composta da otto episodi a stagione che sembra condensare tutti i valori più emblematici di Netflix: la diversità del punto di vista, i racconti personali abbinati al giusto equilibrio di commedia e di sguardo critico sulla realtà.

Come altre serie a marchio Netflix scritte e interpretate da comici, come Master of None (di cui è appena uscita la terza stagione) e Feel Good (di cui la seconda stagione uscirà il 4 di giugno), anche Special rientra infatti in quelle sit-com, per così dire, che vogliono aprire una finestra sul mondo di vite non spesso raccontate.

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Special infatti è scritto, diretto e interpretato da Ryan O’Connell, che ha adattato il suo romanzo autobiografico I’m Special: And Other Lies We Tell Ourselves, ed è prodotto da Jim Parsons (lo Sheldon di Big Bang Theory) e dal marito Todd Spiewak. Special parla di Ryan, ragazzo affetto da C.P., ovvero la Cerebral Palsy (in italiano Paralisi Cerebrale Infantile), una malattia persistente ma non degenerativa che sullo schermo era già stata rappresentata in Breaking Bad, dal figlio di Walter White, interpretato da RJ Mitte.

All’inizio della serie, Ryan si vergogna delle limitazioni che la sua paralisi cerebrale gli danno e usa come spiegazione delle sue difficoltà motorie un incidente d’auto che ha avuto qualche tempo prima.

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The Special la trama

La prima stagione è un arco di indipendenza e accettazione per Ryan: parte da una condizione di codipendenza con la madre (interpretata da Jessica Hecht, che i più ricorderanno come la Susan di Friends) e di vergogna della propria disabilità per arrivare a essere più libero e considerarsi in grado di vivere da solo, lavorare da solo e avere delle relazioni amorose. Quest’ultimo punto porta un altro grado di difficoltà: Ryan è gay, e l’intimità è un altro punto che deve riuscire a sciogliere per stare bene con sé stesso.

Se la prima stagione infatti si concentra sul suo rapporto con sé stesso e sull’effettiva costruzione di un rapporto con sé stesso e di una sua vita, la seconda stagione sposta il punto focale sugli altri: non solo sulle sue relazioni con altre persone, ma anche sugli altri personaggi che nella prima stagione erano solo di contorno al percorso di formazione di Ryan.

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E così nella seconda stagione vediamo la crescita e il ritorno a un’indipendenza della madre, nonché della migliore amica Kim (Punam Patel), che finalmente riesce a fidarsi degli uomini e a stare in una relazione. E Poi vediamo Ryan che sperimenta per la prima volta in vita sua le complessità delle dinamiche sessuali e amorose. Se nella prima stagione si apriva e conosceva se stesso, ora Ryan, nell’aprirsi al mondo, trova ostacoli e gioie.

Molto d’impatto il suo primo incontro con un ragazzo che ha il fetish delle persone disabili, al termine del quale Ryan, in silenzio, si lava e si strofina le cicatrici, quei punti su cui l’altro l’ha toccato. Interessanti anche le dinamiche amorose, in cui vengono opposti due spasimanti: Tanner, un ragazzo solare e semplice, che quasi non vede la disabilità di Ryan, e Henry, ragazzo anch’esso con una disabilità, per cui riconosce come simile quella di Ryan.

The Special recensione della serie tv

La serie sviscera tutte le sfaccettature che accompagnano la vita personale di una persona con disabilità: dai clichè e i sentimentalismi che le persone non disabili possono pensare come complimenti (per esempio tutte le manifestazioni di forza e di coraggio che proiettiamo sulle persone con disabilità), alle reali difficoltà e limitazioni che le persone con disabilità vivono tutti i giorni, ai rapporti con le persone.

La serie termina con una spiccata dichiarazione di indipendenza: l’accettazione della sua disabilità porta anche al rifiuto della sua vittimizzazione e così Ryan, alla fine, solo e indipendente, riesce a sfuggire quell’auto che aveva iniziato la storia. Una indipendenza che per vedersi attuare si spoglia anche di prospettive amorose, lasciando un po’ di amaro in bocca nello spettatore che si aspetta, da una stagione così improntata verso il contatto con gli altri, un po’ più di dialogo tra i personaggi e tra i loro bisogni.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni
Marianna Cortese
Attualmente laureanda in Lettere Moderne, ho sempre avuto un appetito eclettico nei confronti del cinema, fin da quando da bambina divoravo il Dizionario del Mereghetti. Da allora ho voluto combinare cinema e scrittura nei modi più diversi e ho trangugiato di tutto: da Kim Ki-Duk a Noah Baumbach, da Pedro Almodovar a Alberto Lattuada. E non sono ancora sazia.

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