Sorry to bother you – la recensione del film con Lakeith Stanfield

Nel 2018 Boots Riley si allontana temporaneamente dall’ambito musicale che gli è proprio per dedicarsi alla sua prima esperienza da regista cinematografico. Porta così a compimento Sorry to bother you, una commedia a tratti surreale intrisa di alcune venature di dramma sociale rese attraverso una tendenza al deliberato eccesso, che di tanto in tanto sfocia in un tono parzialmente grottesco. Il film, della durata di 112 minuti, fa attualmente parte del catalogo Netflix. Protagonista della pellicola è Lakeith Stanfield – già nominato al premio Oscar al Miglior attore non protagonista per la sua interpretazione in Judas and the black Messiah -, affiancato da Tessa Thompson, Armie Hammer, Steven Yeun e Danny Glover.

La trama del film

Cassius Green (per gli amici “Cash”), sommerso di debiti e costretto a vivere con la ragazza Detroit nel garage dello zio, conduce una vita sgangherata e il più delle volte rasenta la povertà. Riesce a farsi assumere dal call center della RegalView, una ditta di telemarketing che promette ai suoi impiegati più capaci una carriera ascendente con prospettive di vertiginosi arricchimenti. Allo stato embrionale in cui si trova il suo percorso professionale appena inizia a lavorare, però, i guadagni sono scarsi e l’ambiente è opprimente. Cash si unisce così alla protesta dei suoi colleghi, volta ad ottenere una paga più equa. Con il passare del tempo, Cash scopre che il segreto per raggiungere il buon esito nelle chiamate svolte sta nell’usare la “voce da bianco” (letteralmente “white voice”, in lingua originale), capace di mettere a proprio agio i clienti che contatta.

Così, in breve tempo, Cash si fa notare dalle alte sfere della RegalView che lo promuovono al ruolo di Power Caller. La sua nuova posizione gli permette di ottenere guadagni molto più consistenti, ma al contempo lo allontana dalla battaglia sociale intrapresa dai suoi colleghi. Il ruolo che ha ottenuto lo colloca inoltre di fronte ad un dilemma morale, poiché lo pone in stretto contatto con imprese eticamente discutibili quali la WorryFree, che in cambio di un contratto a vita concede ai suoi impiegati vitto e alloggio, in modalità prossime alla schiavitù. Quando Cassius verrà a conoscenza di alcuni segreti interni alle ditte con cui collabora, dovrà scegliere se perseguire nella propria carriera chiudendo gli occhi di fronte ad un abominio etico o se rinunciare alla propria posizione, e ai prestigi che quest’ultima implica.

Sorry to bother you

Sorry to bother you: una critica puntuale veicolata dal surrealismo

Per quanto consista in un prodotto indubbiamente atipico, la furbizia di Sorry to bother you sta proprio nel proporre al proprio pubblico una denuncia sociale condensata in stratagemmi narrativi marcatamente sopra le righe. Anziché risolversi una narrazione che cela la propria protesta dietro toni placidi e pacati, la scrittura dell’opera osa senza riserve, portando al delinearsi di una trama che, per quanto tendente al macchiettistico, lascia trasparire una critica acuta assicurandosi che sia impossibile che non venga colta dagli occhi dello spettatore. Tale è lo stile autoriale del film che in più occasioni tende a sconfinare nel surrealismo – in accezione assolutamente non peggiorativa per il prodotto finale nella sua interezza – quando non addirittura nella fantascienza, profilando una solida narrazione dell’assurdo che per sua natura richiede una massiccia suspension of disbelief.

Nel suo mettere in atto una critica assolutamente lampante, il film è marcatamente figlio di un modus operandi filmico pertinente alla sfera cinematografica di Spike Lee e al suo modo di fare denuncia sociale. Tuttavia, per quanto il debito sia indubbio (anche a livello tematico), lo scarto fra i toni è sostanziale: in entrambi i casi la critica è ben evidente – e, in questo caso, incorniciata da toni da commedia prossimi a quelli di alcuni lavori dell’ultimo Lee – ma in Sorry to bother you la critica per quanto manifesta si fa meno diretta e letterale, scegliendo invece di nascondersi dietro a stratagemmi narrativi certamente curiosi e del tutto peculiari.

Sorry to bother you

Il fatto che sia mascherata da commedia dell’assurdo non inficia però di certo la portata dell’efficace denuncia. La critica, così, si fa molteplice e integrale, e senza mai peccare di mancata coerenza arriva a colpire target plurimi: fra i tanti, la stereotipizzazione razziale e l’ideologia che ne consegue (di cui si fa beffa, in primis, lo stratagemma narrativo della white voice), ma anche l’imperialismo, lo sfruttamento e la disumanizzazione della forza lavoro. In definitiva, dati i registri e gli scopi narrativi, ad uno sguardo appena più attento il film finisce per elevarsi da sgangherato pastiche di toni a satira totalizzante mascherata da gradevole commedia dell’assurdo. E, se la cura del prodotto ultimato si percepisce dai dettagli, particolarmente apprezzabili risultano elementi come il soprannome (Cash) del protagonista, che prima della fine della pellicola si ritroverà a dover scegliere se affidarsi al Dio denaro o restare fedele ai propri principi.

Sorry to bother you è senza dubbio alcuno il tipo di prodotto che, a primo impatto, rischia di suscitare qualche perplessità apparendo più semplicistico e forse addirittura demenziale di quanto non sia realmente. Ma, in breve tempo, si rivela capace di riconquistare la fiducia del proprio pubblico determinando una pellicola non certo perfetta ma quantomeno sicura dei suoi intenti, efficace e di certo non facilmente dimenticabile, anche – o forse soprattutto – in ragione dei suoi toni marcatamente surreali.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Sorry to bother you è un curioso caso di film in cui la sentita e neppur troppo sottile denuncia sociale viene veicolata da un surrealismo del tutto peculiare, collocando la pellicola in bilico fra satira e assurdo.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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