Sirat – Un viaggio nel deserto tra rave, ricerca e spiritualità

Con Sirat, Oliver Laxe torna a fare un cinema che non cerca scorciatoie. Dopo il suo film O que Arde che fece discutere non poco, qui si concentra su un film apparentemente mastodontico. È un film che cammina piano, che ti chiede tempo, che non ha paura del silenzio. E già questo, oggi, è quasi una dichiarazione di guerra. Il film presentato in concorso al 78º Festival di Cannes, ha avuto un gran successo in tutto il mondo. Ed in particolare in Italia, adesso in distribuzione sulla piattaforma MUBI. Inoltre il successo gli ha valso la candidatura al premio Oscar come miglior film internazionale.

Laxe continua il suo percorso fatto di paesaggi estremi, personaggi ai margini e una spiritualità che non viene mai spiegata fino in fondo, ma solo suggerita. Sirat è un film che vuole essere esperienza prima ancora che racconto. Il problema è che questa esperienza, a volte, resta più nella testa che nello stomaco.

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Sirat – Trama

La storia è semplice, almeno in apparenza. Un padre e suo figlio attraversano il deserto marocchino alla ricerca della figlia scomparsa durante un rave clandestino. Non ci sono grandi spiegazioni, non ci sono backstory dettagliate. C’è solo questa assenza che pesa, e un viaggio che diventa sempre più duro.

Nel deserto incontrano un gruppo di giovani nomadi occidentali, legati a una comunità rave che vive in modo precario, sospeso. Non sono semplicemente “ragazzi alternativi”: sembrano anime in fuga, persone che hanno scelto di stare fuori da tutto. Il padre, invece, è l’opposto: è un uomo che non vuole perdere, non vuole lasciar andare.

Il titolo richiama il “sirāt”, il ponte che nella tradizione islamica separa il mondo dei vivi dall’aldilà. Un passaggio sottile, pericoloso. E infatti il film è tutto lì: un attraversamento. Fisico, certo. Ma anche morale.

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Recensione – Sirat

La cosa che colpisce subito è il rigore. La macchina da presa osserva da lontano, spesso senza intervenire. I campi lunghi sul deserto sono bellissimi, quasi ipnotici. Il vento, la sabbia, i motori dei veicoli, per non parlare delle musiche che ti portano altrove. Tutto contribuisce a creare un’atmosfera sospesa.

Però a un certo punto ti chiedi: sto vivendo questa storia o la sto solo guardando? Laxe sceglie la lentezza, sceglie il silenzio, sceglie di non spiegare. È una scelta coerente, ma non sempre funziona. I personaggi restano un po’ chiusi, difficili da afferrare davvero. Il padre soffre, sì, ma lo fa in modo trattenuto. Il figlio osserva, ma non esplode mai. I ragazzi del rave sono più simboli che persone.

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E qui sta il limite del film: tutto sembra voler significare qualcosa. Ogni inquadratura sembra caricata di senso. Ogni gesto sembra alludere a un livello superiore. Ma quando tutto è simbolico, il rischio è che niente sia davvero vivo.

Non è un film superficiale, anzi. È profondamente pensato. Ma proprio per questo a volte sembra più interessato a essere “importante” che a essere umano. La sofferenza resta composta, quasi estetizzata. Anche nei momenti più duri, senti sempre la mano del regista che controlla, che organizza, che tiene tutto sotto misura.

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Il deserto come prova

Il deserto è il vero protagonista. Non solo perché occupa lo schermo, ma perché diventa una specie di giudice silenzioso. Non c’è via di fuga, non c’è distrazione. Solo spazio e tempo.

In questo senso il film funziona: ti fa sentire la fatica, il caldo, la distanza. Ti fa capire che cercare qualcuno non è solo un gesto romantico, ma una prova. Fino a dove sei disposto ad andare? Quanto sei disposto a rischiare?

Però anche qui Laxe resta fedele alla sua linea austera. Non c’è mai un vero scatto emotivo, un momento in cui il film ti travolge. Tutto resta sotto controllo. E questo controllo, alla lunga, pesa.

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Un film che divide critica e spettatori

Sirat non è un film che si ama facilmente. Non è nemmeno un film che si odia. È uno di quei film che si rispettano. Che si analizzano. Che si discutono.

Chi cerca un’esperienza contemplativa, quasi mistica, troverà molto da apprezzare. Chi invece vuole un coinvolgimento più diretto, più carnale, potrebbe restare fuori.

Personalmente, resta la sensazione di un film onesto nella sua ambizione, coerente nella sua forma, ma emotivamente trattenuto. Come se avesse paura di sporcarsi davvero, di lasciare che il caos rompa la composizione perfetta delle immagini. Resta un’esperienza interessante, anche stimolante, ma più da pensare che da vivere. Un viaggio che ti accompagna fino a un certo punto, e poi si ferma, lasciandoti a guardare l’orizzonte.

Conclusione – Sirat

Sirat è un’opera rigorosa, visivamente forte, piena di intenzioni. Oliver Laxe dimostra ancora una volta di avere una visione precisa, di non voler scendere a compromessi, di credere in un’idea di cinema che non si piega alle esigenze della velocità o della semplificazione. Ma tra l’idea di attraversare un ponte sottile tra vita e aldilà e la possibilità di farci sentire davvero quel passaggio, c’è una distanza che il film non sempre riesce a colmare. L’astrazione prende spesso il sopravvento sull’urgenza emotiva. È come se Laxe volesse portarci fino al bordo del precipizio, ma senza mai lasciarci guardare davvero in basso.

E forse è proprio qui che si gioca tutto: nella frustrazione. Sirat sembra dirci che non sempre la ricerca ha una risposta, che non sempre il dolore trova una forma esplosiva, che a volte si resta sospesi. È una scelta coerente, persino coraggiosa. Però comporta un prezzo, lo spettatore deve accettare di restare fuori da qualcosa, di non essere completamente coinvolto.

Non è un film che ti abbraccia, né che ti consola. Ti mette davanti al vuoto e ti chiede di sostenerne lo sguardo. Alcuni lo troveranno potente, altri distante. Io resto nel mezzo: ne riconosco la forza, l’integrità, la bellezza severa. Ma continuo a chiedermi se, in mezzo a tanta precisione, non sarebbe stato necessario un momento di disordine, un gesto imprevisto, una crepa capace di far entrare un po’ più di vita.

Alla fine, Sirat è un film che rimane. Non per quello che ti ha fatto sentire, ma per quello che ti ha fatto pensare di non aver sentito abbastanza. E questa ambiguità, nel bene e nel male, è forse la sua vera firma.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

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