Scenes from a marriage – la recensione della miniserie con Jessica Chastain e Oscar Isaac

Scenes from a marriage è una miniserie televisiva prodotta da HBO (e trasmessa poi dalla medesima emittente) nel 2021 e presentata in anteprima, ovviamente fuori concorso, all’edizione del Festival di Venezia del medesimo anno. Il prodotto si sviluppa in cinque episodi della durata di poco più o poco meno di un’ora ognuno, a seconda dei casi. La storia esamina il rapporto matrimoniale – e relativi scossoni e turbolenze – di una coppia di coniugi interpretati da Jessica Chastain e Oscar Isaac, anche produttori esecutivi. La miniserie è stata scritta e diretta da Hagai Levi, e costituisce il remake (ampiamente dichiarato e strettamente fedele all’originale) della miniserie omonima diretta da Ingmar Bergman nel 1973, a sua volta successivamente condensata in un lungometraggio di 168 minuti attualmente disponibile su Amazon Prime Video.

La trama della miniserie

I coniugi Mira (Jessica Chastain) e Jonathan (Oscar Isaac) conducono una vita equilibrata e confortevole. Lei lavora a tempo pieno per un’azienda di tecnologia mentre lui, insegnante occasionale, si dedica alla gestione della vita domestica e alla quotidianità della piccola Ava, figlia della coppia. I due si sono conosciuti in giovane età e con il tempo hanno imparato a conoscere e apprezzare anche i lati più detestabili l’uno dell’altro: Mira riesce a gestire, ad esempio, i sistematici attacchi d’asma del marito e con il tempo si è rivelata capace di sopportare l’ascendente religioso che influisce sulla quotidianità dell’uomo mentre Jonathan, dal canto suo, ha abbracciato la dedizione della moglie nei confronti dell’ambito lavorativo e tollera gli sbalzi d’umore e la suscettibilità della donna. Ma, nonostante i due condividano da anni un rapporto matrimoniale stabile (o forse proprio in ragione di quello), l’equilibrio della coppia sembra destinato ad essere sconvolto.

Scenes from a marriage

Scenes from a marriage: la scrittura fra struttura dialogica e spessore dei personaggi

I cinque episodi che compongono Scenes from a marriage rispettano pedissequamente una struttura fissa, dal minutaggio alla costruzione delle dinamiche narrative interne. Ognuna delle scene, infatti, è sostanzialmente un dialogo di un’ora tra i due protagonisti, che di volta in volta si ritrovano a vivere una fase differente del loro rapporto matrimoniale, o della turbolenta separazione che da esso consegue. Poggiandosi la miniserie su dialoghi così duraturi e complessi – nonché necessariamente accattivanti e colmi di alti e bassi, per non perdere mai l’attenzione dello spettatore – questi ultimi hanno strettamente bisogno di essere ben ideati e magistralmente scritti, per poi essere altrettanto ottimamente eseguiti al fine di risultare quantomeno convincenti. Fortunatamente, l’impianto dialogico si rivela ben strutturato, ragionato e accuratamente sviluppato. Ciononostante, purtroppo, trattandosi di una dinamica ripetuta sempre uguale a se stessa nel corso delle cinque puntate, finisce per risultare se non noiosa o pesante quantomeno prevedibile.

I dialoghi in Scenes from a marriage sono profondamente credibili e efficaci, densi di alti e bassi e colmi di orpelli autoriali che li rendono tecnicamente ammirevoli: spicca in tal senso l’ampio uso che viene fatto dello stratagemma del “dialogo fra sordi”, dove lo scambio comunicativo fra i personaggi malcela quelle che sono in realtà due forme monologiche che si intrecciano. Si delineano così dei dialoghi a cui va il merito di essere dei ben studiati e catalizzanti emotional rollercoasters di sessanta minuti. Ma se la matrice dialogica risulta così riuscita e verosimile il merito è anche (e forse soprattutto) del fatto che aprioristicamente i personaggi, e le loro caratterizzazioni psico-emotive, siano costruiti in modo approfondito e stratificato. Sia Jonathan che Mira, infatti, ambiscono ad essere personaggi tridimensionali, con ideali, retaggi, pulsioni e punti deboli: il modo in cui dialogano trae beneficio dal modo in cui essi stessi sono scritti.

La buona costruzione dei personaggi in fase di scrittura viene completata dalle impeccabili interpretazioni che ne fanno i due capacissimi attori protagonisti. La componente attoriale risulta, sia nel caso di Chastain che in quello di Isaac, imprescindibile rispetto alla buona riuscita del prodotto seriale nella sua totalità. Le performance riempiono la miniserie di sostanza, abitano la scrittura conferendole spessore e nobilitandola. Indubbiamente Scenes from a marriage ruota attorno ai suoi due protagonisti, e i relativi interpreti si prendono tutto lo spazio che viene loro dedicato e concesso, riempiendo la scena in modo ineccepibile con interpretazioni sfruttate al massimo dai primi piani del regista. I due sono inconsapevolmente affiancati da un terzo protagonista, altrettanto presente e catalizzante: la casa in cui abitano, densa di carattere e personalità, attorno a cui per le più svariate vicissitudini ruota ogni episodio.

Per quanto ben scritta e interpretata, tuttavia, la miniserie lascia ampio spazio alle fragilità. Fra le varie, la prima a saltare all’occhio è la componente registica. L’uso della macchina da presa, infatti, per quanto non sfoci in drastici errori si mantiene molto minimale e oltre a concentrarsi sui suoi protagonisti incanalando le loro interpretazioni in una quantità spropositata di primi piani dimostra di riuscire a fare ben poco altro. Anche l’iniziale parentesi meta-narrativa che apre ogni episodio, per quanto curiosa e accattivante, con il susseguirsi delle scene perde il proprio valore significativo e finisce per diventare un orpello meramente fine a se stesso. Un’ultima parentesi di perplessità necessita di essere dedicata alla trattazione dei generi nelle rappresentazioni che vengono effettuate dei due protagonisti. La serie si apre, se non direttamente a pro della figura femminile, apertamente anti-sessista nel ritrovare in quest’ultima la primaria lavoratrice del nucleo familiare.

In realtà, però, con lo scorrere degli episodi, nella dinamica fra i due coniugi il personaggio di Mira si rivela se non nettamente peggiore del marito quantomeno colpevole in modo più attivo nella disgregazione del rapporto: se il demerito di Jonathan risiede nella sua passività, la colpa dei singoli scossoni coniugali è sempre rintracciabile in lei, mai in lui. A poco serve dunque incaricarla dello statuto di breadwinner, ruolo che risulta ancor più paradossale quando (cadendo in un genderism spicciolo, ingenuo e ampiamente deludente) Mira finisce per essere costretta ad un livello di bidimensionalità tale da indurla a rifarsi il guardaroba e cambiare look in corrispondenza di ogni fase di rottura nel rapporto con il marito. Sarebbe scorretto attribuire queste scelte sconfortanti ad un’inesperienza della mano autoriale: chi ha scritto è ben conscio del proprio lavoro (si pensi ai dialoghi), il che rende ancor più sconfortanti le scelte effettuate in merito a certi aspetti del personaggio femminile.

Scenes from a marriage

Scenes from a marriage: da Bergman a Levi

In un prodotto così fedele all’originale come è Scenes from a marriage di Levi, il confronto con l’antecedente di Bergman è inevitabile. Moltissimi aspetti della recente miniserie sono stati ripresi direttamente dall’opera sorella del ‘73, a partire dai nomi dei protagonisti: gli americani Mira e Jonathan riecheggiano gli svedesi Marianne e Johann, protagonisti bergmaniani, per non parlare poi della quasi totale aderenza fra nomi e personaggi di Poli e Paula. Anche elementi più sostanziosi sono rimasti fedeli a Bergman, come la trama nei suoi snodi principali, alcuni espedienti narrativi (il diario, prima di Marianne e poi di Jonathan) e la componente strutturale di alcune parentesi di scrittura (l’intervista che apre in entrambi i casi il primo episodio si sviluppa allo stesso modo). Tanti sono i rimandi, che concernono sia aspetti più pregnanti, come i titoli delle singole scene, che dettagli più giocosi (il richiamo al sofà verde, che ricompare pressoché identico).

Altrettante, per quanto forse meno significative, sono le differenze. A partire dall’inversione dei ruoli di coppia (e in conseguenza dei caratteri e delle dinamiche), nella gestione familiare come nella separazione, fino alla componente ebraica di Jonathan, ad esempio. Ma anche l’importanza e il valore che assume l’elemento domestico nel caso di Levi a differenza di quello di Bergman, marcatamente più centrifugo nella sua struttura narrativa, come pure tutta una serie di elementi che nel caso del remake riportano la trama ad una temporalità più odierna e contemporanea (la complessa tematica dell’aborto ma anche quella, trattata in modo più giocoso, della relazione aperta degli amici della coppia).

Come di solito accade con i remake, è lecito chiedersi se una riproposizione dell’originale (bergmaniano, in questo caso) fosse necessaria. La risposta non può essere netta, ma senza alcun dubbio l’opera di Levi fatica a ritrovare quei livelli di profondità che erano appartenuti a Bergman, soprattutto considerando quando l’opera del maestro potesse risultare dirompente se messa in relazione con gli anni in cui è stata realizzata. Altrettanto certo è, però, che questo nuovo Scenes from a marriage si ripropone di essere un prodotto di alta qualità, soprattutto grazie a dialoghi e interpreti, e se non – per sua natura – pienamente originale quantomeno ben ideato. Indubbiamente questi meriti non gli impediscono di incappare in alcune ingenuità autoriali e realizzative, che tuttavia non compromettono del tutto il prodotto, sicuramente appartenente ad una new wave di quality television meritevole di una certa attenzione.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Scenes from a marriage, la miniserie remake del prodotto omonimo realizzato da Bergman negli anni Settanta, poggia interamente sulle mirabili interpretazioni dei due protagonisti e sui dialoghi scritti per loro.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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