Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) rappresenta l’ultimo controverso capitolo del regista Pier Paolo Pasolini, nonché una delle opere più radicali e disturbanti della storia del cinema. Ispirato liberamente al romanzo del marchese de Sade, il film trasporta la vicenda nell’Italia della Repubblica di Salò, trasformando la narrazione in una feroce allegoria del potere, della violenza e della disumanizzazione. Girato con uno stile freddo e controllato, Salò non si limita ad essere una semplice provocazione visiva. Il film è una una riflessione estrema sui meccanismi del dominio e sull’annullamento dell’individuo nella società contemporanea. Ancora oggi, a distanza di decenni, il film continua a dividere pubblico e critica, mantenendo intatta la sua capacità di scioccare e interrogare.
Al momento della sua uscita, Salò o le 120 giornate di Sodoma non fu accolto con entusiasmo nei circuiti ufficiali, anche a causa della sua natura estremamente controversa. Le numerose censure subite in diversi Paesi hanno contribuito a costruirne un’aura quasi “mitica” e proibita. Tuttavia, nel tempo ha ottenuto un riconoscimento critico sempre più significativo. Anche al Festival di Cannes 1976 il film fu presentato fuori concorso suscitando forti reazioni e dibattiti.
Più che per i premi, il film è noto per il suo impatto culturale e teorico, spesso studiato in ambito accademico e cinematografico. La fama di Salò è indissolubilmente legata alla sua natura scandalosa e alla sua carica politica. Pasolini utilizza l’orrore non come fine, ma come mezzo per denunciare le derive del potere, il consumismo e la mercificazione del corpo umano. Ancora oggi, Salò o le 120 giornate di Sodoma è citato nei dibattiti su libertà artistica, censura e rappresentazione della violenza. Insomma, è un’opera imprescindibile per comprendere i limiti e le possibilità del linguaggio cinematografico.

Salò o le 120 giornate di Sodoma – Trama
Ambientato durante la Repubblica di Salò (1943-1945), il film segue un gruppo di potenti uomini che si ritirano in una villa isolata. Il loro piano è quello di mettere in atto un esperimento di dominio assoluto. Essi sono: il Duca (Paolo Bonacelli), il Monsignore (Giorgio Cataldi), sua Eccellenza (Uberto Paolo Quintavalle), il Presidente (Aldo Valletti). Incarnano, ognuno con il proprio nominativo, figure del potere dell’élite politica, economica e religiosa.
All’interno di questo spazio chiuso, un gruppo di giovani prelevati forzatamente dalle proprie abitazioni viene sottoposto a un sistema rigidamente organizzato di regole, rituali e “giochi” imposti dai loro aguzzini. La narrazione si sviluppa come una sorta di cerimonia strutturata, scandita da racconti, imposizioni e prove sempre più estreme. Il potere si manifesta nella sua forma più fredda e sistematica.
Più che raccontare una storia tradizionale, il film costruisce un percorso allegorico e disturbante, in cui la progressiva perdita di umanità dei personaggi diventa il fulcro dell’esperienza. Il tutto è raccontato con uno stile distaccato e controllato, seguendo una rigida struttura a “gironi” danteschi, autore a cui Pasolini ha dichiaratamente espresso di essersi ispirato.

Salò o le 120 giornate di Sodoma – Il cinema della tortura
Nel panorama del cinema più estremo, Salò o le 120 giornate di Sodoma si inserisce in quella corrente che potremmo definire come il “cinema della tortura”. L’opera cinematografica diviene un’esperienza pensata con la quasi esclusiva finalità di mettere a disagio, se non addirittura respingere lo spettatore. Queste opere (come, ad esempio, Funny Games di Michael Haneke) lavorano sullo stesso principio: costringere il pubblico a confrontarsi con la violenza senza filtri consolatori, negando ogni forma di catarsi o rassicurazione.
Nel film di Pasolini, questa “tortura” si realizza attraverso una triplice dimensione della violenza: quella verbale, prevaricatrice e degradante; quella mostrata, spesso insostenibile nella sua crudezza; e infine quella narrata dalle figure delle narratrici, che evocano immagini ancora più disturbanti proprio perché affidate all’immaginazione dello spettatore. È in questo spazio mentale che il film colpisce con maggiore forza: ciò che non viene mostrato diventa, paradossalmente, ancora più potente.
Pasolini costruisce così un dispositivo cinematografico che rende lo spettatore complice e prigioniero, obbligandolo a restare, a guardare e ad ascoltare. Non c’è via di fuga né sollievo. Solo una progressiva immersione in un sistema di violenza che si riflette tanto sullo schermo quanto nella coscienza di chi osserva. In questo senso, il film non si limita a rappresentare l’orrore: lo trasferisce direttamente allo spettatore. La visione è un’esperienza eticamente scomoda e profondamente destabilizzante.

Il piacere dello scandalo
D’altra parte, Salò o le 120 giornate di Sodoma non è un’opera che si esaurisce nello scandalo immediato né nella reazione viscerale che provoca. Come sottolinea lo stesso Pasolini in una intervista rilasciata poco prima della sua morte, lo spettatore “intelligente” è chiamato a lasciarsi attraversare dallo scandalo. Solo così, senza rifugiarsi in facili moralismi o in giudizi liquidatori, il film può adempiere il suo significato principale.
In questo senso, il rifiuto o l’indignazione superficiale rischiano di diventare una forma di difesa. Una tecnica per non confrontarsi davvero con ciò che il film mette in scena. Pasolini, invece, invita a sostenere lo sguardo, ad accettare il disagio come parte integrante dell’esperienza. È proprio in quella frattura — tra ciò che vediamo e ciò che siamo disposti ad accettare — che si apre lo spazio della riflessione critica e di un autentico piacere spettatoriale.
Lo scandalo, dunque, non è il fine ma il mezzo: uno strumento per costringere lo spettatore a interrogarsi sul potere, sulla violenza e sul proprio ruolo di osservatore. Ed è qui che Salò smette di essere “solo” un film estremo, trasformandosi in un’opera che continua a innescare riflessioni ben oltre la sua visione.

Conclusione
Salò o le 120 giornate di Sodoma resta ancora oggi un’opera-limite, un film che non cerca approvazione né consenso, ma impone allo spettatore un confronto diretto con ciò che normalmente si preferirebbe rimuovere. Pier Paolo Pasolini costruisce un’esperienza cinematografica che sfida le regole stesse della visione: non c’è piacere, non c’è redenzione, ma una lucidità spietata che trasforma ogni immagine in un atto politico. Grazie allo scandalo, Pasolini sconvolge, fa riflettere se non addirittura sorridere e riesce a metaforizzare la forza bruta del potere.

Salò è un film che respinge e al tempo stesso obbliga a pensare, che mette in crisi lo spettatore proprio perché rifiuta qualsiasi via di fuga morale o narrativa. In questo senso, la sua forza risiede nella capacità di restare irriducibile, scomodo, necessario. Un’opera che non si ama facilmente, ma che proprio per questo continua a esistere nel dibattito culturale come una delle espressioni più radicali e consapevoli del cinema del Novecento.
