Resurrection (Kuángyě shídài) è il nuovo film del regista cinese Bi Gan, Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes. Il film uscirà nei cinema italiani il 23 aprile.
Bi Gan, il regista cinese di Long Day’s Journey into Night, è già noto per la sua virtuosità. In Resurrection, la vivida narrazione di Bi Gan si snoda attraverso i piani astrali, reincarnando un sognatore ribelle (Jackson Yee) in un arco temporale di 100 anni di storia cinese, suddiviso in sei capitoli, ognuno caratterizzato da uno stile cinematografico differente.
Ecco un patto con il diavolo: rinuncia alla capacità di sognare e potrai vivere per sempre. In Resurrection, il primo lungometraggio di Bi Gan dopo sette anni e la sua opera più sconcertante fino ad ora, questo è il patto stretto da tutti tranne che da una manciata di “deliranti”, che insistono nell’aggrapparsi al mondo delle visioni inconsce.
Ci troviamo grosso modo nel campo della fantascienza. In un futuro prossimo, la popolazione mondiale ha smesso di sognare, a quanto pare per allungare la propria aspettativa di vita e, di conseguenza, i film hanno assunto un valore simbolico e nostalgico.

Resurrection: la trama
Un’elegante detective (Shu Qi) decide di cercare uno di questi dissidenti, ma per trovarlo deve prima entrare in un’epoca passata del cinema. Individua il sognatore cronico dopo essersi proiettata in un ibrido cinese di drammi di Fritz Lang, fiabe di Lotte Reiniger e quel genere di fantasie da fumeria d’oppio che Hollywood ha creato tra le due guerre. Per dargli il degno addio, gli apre la gabbia toracica e vi inserisce un paio di bobine e una pellicola da 35 mm, che poi inizia a riprodursi.

Questo dà il via al secondo capitolo di un diario di viaggio in sei parti, che abbraccia un secolo, in cui il Delirante (interpretato dall’attore e pop star Jackson Yee) attraversa sei distinte epoche cinematografiche, assumendo ogni volta un aspetto completamente diverso: un giovane e tormentato suonatore di theremin, un ex monaco buddista, un truffatore di mezza età, un piccolo delinquente in cerca d’amore nell’ultima notte del secondo millennio.
Resurrection: la recensione
Il film sembra permeato dalla credenza surrealista nel potere dei sogni di svelare nuove realtà sociali e politiche; e nel primo capitolo, con la sua intricata scenografia, i deliranti effetti speciali realizzati direttamente in camera e la fascinazione per specchi e portali.
Bi stesso ha fatto più di qualsiasi altro regista, a parte David Lynch, per catturare la logica e la sensazione peculiari dei sogni, e per insistere sul cinema stesso come delirio collettivo per eccellenza.
Il suo precedente lungometraggio, Long Day’s Journey into Night (2018), culminava in un’unica ripresa di un’ora, girata in 3D, che sembrava aprire nuove strade nel potenziale di trasporto del cinema; strutturalmente, la sequenza è un film dentro un film, ma nessun altro film mi ha fatto sentire così convincentemente come se fossi nel sogno di qualcun altro.

La storia del monaco caduto non sembra riferirsi a un periodo particolare della storia del cinema; né lo fa la storia dell’imbroglione, apparentemente ambientata negli anni ’80, sebbene i segmenti insieme trasmettano un sottile senso di declino spirituale, disillusione e meschino opportunismo. Forse quindi Resurrection ha più da dire sulla storia cinese del XX secolo che sulla storia del cinema.
Ma non soffermatevi troppo sull’inquadratura autoriflessiva e sarete catturati dall’abilità di Bi nel narrare storie vivide e imprevedibili, con la fotografia di Dong Jinsong e la colonna sonora ipnotica e mutevole degli M83 che traggono ispirazione dalla versatilità del regista.
La differenza con Long Day’s Journey into Night
Long Day’s Journey sembrava concepito per farci percepire il funzionamento stesso del tempo e della memoria in un modo che ci penetrasse fin sotto la pelle.
Resurrection è più interessato alle idee, e più esplicitamente un inno all’arte della narrazione, sebbene i suoi omaggi al cinema non sempre risultino convincenti. Il formato dell’immagine muta fedelmente per tutta la durata del film, anche se la sequenza con il suonatore di theremin – una scena noir ambientata negli anni ’40 con sfumature di spionaggio – è girata in digitale, a colori, anziché su pellicola o in bianco e nero. Di conseguenza, sembra più un film in costume moderno che un’evocazione di un’epoca del cinema, nonostante una scena nella sala degli specchi che strizza l’occhio a La signora di Shanghai (1947) di Orson Welles.

Potreste definirlo un banchetto per i sensi, se non fosse che Bi fa ruotare ogni capitolo attorno alla distruzione o alla perversione di un senso diverso. Il suonatore di theremin si pugnala all’orecchio; Un ladro urina su una statua di Buddha, poi chiede al monaco, ignaro di tutto, di individuare la pietra più amara assaggiandola; un truffatore insegna a un’orfana a barare a carte usando il suo naso.
Quanto alla vista, è proprio questo senso a mettere in moto tutto questo vortice: l’amore del Delirante per i sogni, ovvero la nostra dipendenza dal cinema, può finire solo con la morte.
In conclusione
Tra un capitolo e l’altro c’è una breve inquadratura di una candela di cera che si scioglie. Questa immagine richiama sia i titoli di testa, in cui l’analogia di una candela che brucia viene usata per spiegare come il sogno acceleri la nostra morte, sia la combustione, uno dei motivi chiave del film. Ogni capitolo include il fuoco in qualche forma; il film si apre con un buco che brucia nello schermo, permettendoci di vedere il pubblico di un cinema cinese tra le due guerre che ci osserva. L’eccitazione di questa immagine è rispecchiata ma sovvertita dalla malinconica inquadratura finale del film: mentre scorrono i titoli di coda, vediamo un cinema e il pubblico di cera al suo interno prendere fuoco e sciogliersi.
Bi è interessato al potenziale ipnotico delle immagini tremolanti: i pericoli e le gioie deliranti che possono portare.

Lui sa ipnotizzare come pochi altri. Infatti il segmento narrativo finale vede Bi sfoggiare la sua maestria nell’uso del sinuoso piano sequenza, in questo caso di appena mezz’ora. Il nostro Delirante, nella sua ultima veste di teppista di nome Apollo si innamora di una giovane donna (Li Gengxi) in una città portuale immersa nella pioggia e illuminata da luci rosse, mentre il 1999 si trasforma nel 2000.
I due amanti finiscono su una barca che si allontana lungo il fiume, il cui slancio offre un finale emozionante e preciso per un film che, come il regista, non smette mai di andare avanti.
