Resident Evil di Zach Cregger (Barbarian, Weapons) è la nuova trasposizione cinematografica della saga videoludica Capcom, arrivata all’ottavo film. Il tutto ebbe inizio con la saga scritta e in parte diretta da Paul W. S. Anderson, fino al reboot del 2021 Resident Evil: Welcome to Racoon City di Johannes Roberts. Il Resident Evil di Cregger nasce dopo il flop del precedente, con un setting ripreso dal videogioco – Racoon City – ma con un protagonista mai visto e una storia mai raccontata in nessun capitolo della saga.
Cregger è stato scelto per scrivere e dirigere nel 2025, dopo il successo delle sue due pellicole precedenti. Il regista ha più volte dichiarato che il film sarebbe stato una lettera d’amore verso la saga. Scopriamo, dunque, se questo Resident Evil vale la pena di esser visto e quale pubblico potrà soddisfare.

Resident Evil – Trama
Il corriere medico Bryan (Austin Abrams) viene incaricato di una consegna notturna a Racoon City. Il pacco è di primaria importanza, e il tragitto si rivela impervio a causa della neve. Investe per caso una signora, che però sparisce nel buio della notte. Da qui, cominceranno una serie di eventi che porteranno Bryan a dover trovare il modo di sopravvivere mentre tenta di portare a termine il suo incarico.
Dire di più significherebbe svelare troppo; ma non per una questione di spoiler, ma perché il film è strutturato a step, a livelli, proprio come un videogioco. Ogni livello – scena – ti restituisce un tassello in più sia della storia, ma anche di oggettistica. Il film dialoga col videogioco, dunque, anche nel modo della progressione degli eventi.

Resident Evil – Recensione
Cominciamo col dire che Cregger flirta col mondo dei videogiochi sin da Barbarian. La pellicola del 2022 inizia con la protagonista Tess che deve inserire un codice per entrare nell’appartamento affittato su Airbnb e – cosa ancor più evidente – il film è tutto costruito su soglie da attraversare. La macchina da presa indugia su ogni momento in cui Tess attraversa una stanza. Non mancano, per altro, le inquadrature in soggettiva che non sono semplici POV, ma veri e propri rifacimenti della prima persona dei videogiochi, con entrambe le braccia che riempiono lo schermo. Tutto questo, in Resident Evil, ritorna in maniera ancora più amplificata.
Il film – va chiarito subito – è innanzitutto un dialogo metatestuale tra il film e il mondo videoludico (non solo Resident Evil). Pur essendo presenti numerosi riferimenti cinematografici – Hitchcock, Kubrick, Shyamalan, Raimi – il principale interlocutore è il videogioco. Ma non nei banali riferimenti alla saga – la macchina da scrivere – ma nella struttura stessa del film.
Il racconto, come già accennato, si sviluppa come un survival horror (il genere di riferimento della saga). Ogni scena è in un ambiente diverso, al quale si accede mediante l’apertura di porte o al quale non si accede, perché bloccato da un lucchetto inscalfibile. In ogni scena c’è un upgrade di equipaggiamento: si inizia con una semplice pistola, passando poi al fucile a pompa e finendo con un mitra; il tutto scandito dalla mancanza di proiettili, che devono essere trovati sul posto e utilizzati con cura. In ultimo, il film gioca con l’alternanza tra inquadrature in prima persona (mutuate dagli ultimi capitoli della controparte videoludica), inquadrature a spalla (presenti dal quarto al sesto capitolo) e panoramiche delle stanze (marchio di fabbrica, invece, dei primi capitoli).

Byan come il videogiocatore, anche nella vena comica
Ma la componente metanarrativa non si esaurisce nella struttura ad aree del film, o nell’alternarsi del tipo di inquadratura. Il protagonista è un ragazzo qualunque, con problemi amorosi, con la voglia di racimolare qualche dollaro in più e che gioca ai videogiochi – cosa detta e ripetuta più volte. Bryan di questo nuovo Resident Evil non è Leon, Chris o Claire dei videogiochi, ma è l’alter-ego del videogiocatore. Il suo essere impacciato e immaturo lo rende umano; ma il vero tratto che lo rende il videogiocatore è il suo non farsi troppe domande, attraversare aree che pullulano di pericoli con l’ingenuità di un bambino e, cosa più importante, la dedizione massima all’obiettivo della missione. Cascasse il mondo – letteralmente – ma il pacco va consegnato.
Tocco finale che chiude un cerchio – sotto questo punto di vista – perfettamente coerente; è la vena da comedy horror del film. Cregger ci aveva già abituato a scene – volontariamente o meno – comiche nelle pellicole precedenti. Si pensi al personaggio di Justin Long di Barbarian o al finale di Weapons, che per molti fu un cambio di registro spiazzante e involontario, che strappò più di una qualche risata dopo due ore di tensione pura.
Questo Resident Evil scopre le carte sin da subito. Il personaggio di Bryan fa battute, è spaventato da ciò che gli accade intorno e il film costruisce gag attorno all’assurdità delle situazioni. Lungo l’arco dei novanta minuti non mancano di certo le scene di tensione e svariati jumpscare, ma il tutto viene stemperato da un registro leggero, mutuato sicuramente dal cinema di Raimi.

Un umile comedy horror con guizzi metatestuali
In fin dei conti, al di la di questa componente ludica che Cregger ha sempre avuto e che in Resident Evil trova massima espressione; la pellicola ha poco altro da dare. La sostanza della pellicola rimane questa componente metatestuale che restituisce al film un’impalcatura sicuramente intrigante; utile per riflettere sulle possibilità di adattamento; ma sicuramente non completamente originale. Takashi Miike ha già ampiamente sperimentato su queste possibilità con film come Like a Dragon (trasposizione del videogioco Yakuza) e, soprattutto, con Ace Attorney (QUI 5 film tratti da videogiochi oltre Resident Evil).
Va detto, comunque, che questo Resident Evil rimane la pellicola più quadrata di Cregger. Barbarian e Weapons avevano fatto della molteplicità del punto di vista e del cambio di registro il loro marchio. A fine film sembrava di averne visti tre, anche a causa della sovrabbondanza di temi trattati, che appesantivano molto la visione. Resident Evil, invece, non appesantisce il racconto di significati – che in Barbarian e Weapons erano anche fin troppo didascalici. Sotto questo punto di vista il film scorre liscio: si parte da un punto A e si arriva ad un punto B (anche questo come i videogiochi).
Non che la linearità sia un pregio di per sé, ma Barbarian e Weapons peccavano proprio nel voler mostrare troppo, in modo non convenzionale, tante cose diverse. Il che li riduceva, spesso e volentieri, a dei bignami – anche mal fatti – sul patriarcato, sulla periferia, sull’America e sulle menti malleabili dei bambini. Questa terza pellicola non cade nella trappola della scrittura straripante. Resident Evil è quello che promette di essere sin dai primi minuti: un comedy horror con mostri, battute, jumpscare e un obiettivo da raggiungere. Non tantissimo, ma quanto basta per passare 90 minuti.

Resident Evil – Conclusioni
È piuttosto pacifico affermare che Resident Evil di Cregger sia uno dei migliori film mai fatti su un videogioco – quantomeno in occidente. Ma il punto è che il campionato in cui gioca ha competitor di poco valore (Uwe Boll, Paul W. S. Anderson). Rimane una pellicola godibile di un autore che conosce il materiale di partenza e col quale dialoga. E questo rimane il pregio più grande dell’operazione: l’incontro tra i due media nelle soluzioni visive e narrative. Un comedy horror onesto, che non è nulla più di ciò che promette.
