Recensioni FilmRent, lo sfortunato musical di Chris Columbus

Rent, lo sfortunato musical di Chris Columbus

Diretto da Chris Columbus e tratto dall’omonimo musical scritto da Jonathan Larson per Broadway del 1996, Rent è forse uno dei film musical più discussi e incompresi degli ultimi vent’anni. Per poterne comprendere davvero i meriti e i limiti, è necessario partire dal principio: come Chris Columbus è riuscito a tradurre in immagini un’opera nata per il teatro? Come si può riuscire a conservarne l’intensità pur reinventandola?

Rent (2005), la trama

Rent

Ambientato nell’East Village di New York, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, Rent segue le vicende di un gruppo di giovani artisti bohémien che cercano di costruirsi una vita tra ambizioni personali e varie difficoltà, come affitti non pagati (da qui il nome dell’opera), povertà, malattie e relazioni complicate. Mark Cohen (Anthony Rapp), aspirante regista, documenta la vita dei suoi amici: Mimi (Rosario Dawson), un’aspirante ballerina, Roger (Adam Pascal), un musicista segnato dalla malattia, Tom (Jesse L. Martin) e Angel (Wilson Jermaine Heredia), simboli di un amore sincero che naviga attraverso varie criticità, e Maureen (Idina Menzel) e Joanne (Tracie Thoms), divise tra conflitto e passione. 

Precarietà economica e AIDS fanno da sfondo ad un lungometraggio che desidera raccontare soprattutto una cosa: vivere intensamente.

Rent, la recensione

Il significato del lungometraggio di Columbus (all’epoca reduce dal successo di Harry Potter), medesimo significato del musical stesso pensato da Larson, lo si può facilmente ritrovare nella prima scena. Il film si apre infatti con una delle canzoni più iconiche e significative dell’intera opera: Seasons of love. Prima ancora che la storia venga raccontata, prima ancora che i personaggi vengano presentati, Columbus mette al centro una domanda molto semplice ma significativa: come si misura un anno di vita? La risposta può sembrare scontata e banale, ma la realtà è un’altra. Un anno, così come la vita stessa, non si misura in minuti o giorni, ma si misura in amore, esperienze concrete, drammi e difficoltà.

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Rent

Rent, quindi, non è solo il racconto di un gruppo di giovani che appartengono ad una generazione precaria e instabile, una generazione che lotta per sopravvivere attraverso innumerevoli difficoltà: è prima di tutto una riflessione sul tempo che passa (spesso troppo velocemente) e sull’urgenza di vivere pienamente qualsiasi emozione che la vita riserva, bella o brutta che sia. La disposizione dei personaggi sul palco, inoltre, sottolinea quanto il lungometraggio e Columbus stesso, abbiano mantenuto volutamente un’impronta fortemente teatrale e quanto il film resti legato alla sua origine musicale. Un tributo a Jonathan Larson stesso, autore del musical teatrale, che scomparso prematuramente, non è mai riuscito a vedere Rent prendere vita.

Un inno alla vita: viva la vie bohème!

Cosa risiede al centro della storia di Rent? Il bisogno di lasciare un segno. La forza del lungometraggio, infatti, è contenuta proprio all’interno dell’urgenza emotiva, sia dei personaggi che della storia stessa. Ogni personaggio sembra vivere come se il tempo fosse sempre poco e sia sempre sul punto imminente di scadere, sensazione che permane per tutta la durata del discorso narrativo, e attraversa ogni scelta, ogni legame e ogni canzone. In Rent vivere significa soprattutto provare a dare un senso al tempo che rimane, trasformando la paura in energia, condividendo le proprie fragilità e trasformando il dolore in qualcosa che può davvero fare la differenza.

Rent

È qui che il film trova la sua parte più autentica: non nei momenti in cui cerca di essere perfetto, ma in quelli in cui lascia emergere la parte più disordinata dei suoi protagonisti, dove loro si sentono persi piuttosto che realizzati, in balia di un presente che spaventa di più di qualsiasi futuro. I protagonisti di Rent hanno solo bisogno di sentirsi vivi, amare, creare e sbagliare. La vie bohème raccontata da Columbus non è quindi solo uno stile di vita romantico e ribelle, ma è una forma di resistenza contro al tempo che scorre troppo in fretta, contro all’indifferenza di un mondo che sembra non comprenderli appieno, e contro la malattia, che non guarda in faccia nessuno.

Conclusioni

Ma come mai Rent non è stato compreso a pieno? Parte del pubblico e della critica, hanno ricercato in questo film un musical cinematografico più fluido e moderno, disposto a piegarsi alle regole cinematografiche, abbandonando la forma teatrale originaria. Columbus sceglie invece, consapevolmente, di mantenere l’impianto teatrale originario, mantenendo l’intensità e reinventandola. Questa fedeltà è una vera e propria dichiarazione d’intenti: Rent non vuole cancellare la propria origine, ma desidera portarla sul grande schermo con le sue imperfezioni, la sua enfasi e tutta la sua energia.

Nel suo complesso Rent è un film altamente incompreso, proprio a causa della sua natura ibrida, sospesa tra teatro e cinema. Nonostante il film non riesca sempre a liberarsi dalla rigidità del palcoscenico, la regia di Columbus appare più interessata a conservare l’opera originale piuttosto che trasformarla in un’opera esclusivamente cinematografica. Ridurre il film ad un mero adattamento imperfetto, significa però ignorare la sua forza: la capacità di emozionare, di coinvolgere e di saper restituire l’urgenza emotiva che permea i suoi protagonisti. 

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Altamente incompreso a causa della sua natura ibrida, che mischia cinema e teatro, Rent è un film la cui forza risiede nell'urgenza emotiva di lasciare un segno. Un film che indaga il disagio giovanile e la voglia e il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo, anche quando tutti urlano il contrario.

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