Quentin Tarantino, l’uomo che reinvento (ancora) il Cinema

Come s’incastra l’ultimo lavoro di Quentin Jerome Tarantino nella sua filmografia, numericamente essenziale, ma qualitativamente spettacolare e ricca di materia Cinema? E’ presto per dirlo, anche perché il titolo è fuorviante, “Once upon a time in… Hollywood” farebbe pensare ad una favola in stile “Pretty Woman”, ma qui la favola è nera, e per di più basata su fatti sanguinosi e realmente accaduti. Un indizio, in realtà, il titolo ce lo dà: come nella sgrammaticatura di “Inglourious basterds”, che anticipava “l’errore storico” nel film, qui Mr. Q. ci avverte che, attenzione, potete aver sentito qualsiasi cosa in giro per il web, ma questa è la “mia” favola, e la “mia” versione di ciò che accadde a Bel Air, quando la “famiglia” di Charles Manson massacrò cinque persone; la quinta a venire barbaramente uccisa fu Sharon Tate, attrice, moglie del regista Roman Polansky, incinta di otto mesi. Ora, sull’argomento si contano almeno due dozzine di opere tra film, film tv, episodi di serie tv (American Horror History) e persino una serie tv completa, Aquarius (due stagioni, poi chiusa). Possiamo quindi scartare lì approccio “docudrama” e la filologia storica: il genio di Knoxville, Tennessee, al solito prenderà quella storia e la stravolgerà fino a creare qualcosa di totalmente suo, di terribile e affascinante, come un cobra reale che ti fissa dritto negli occhi (anche se sarebbe più opportuno scrivere “black mamba”).

E’ forse possibile, tuttavia, tracciare un percorso, unire i puntini del cinema dell’Autore americano, fino a comporre un segno che aiuti a decifrare i suoi intenti, e dove andrà a parare con la prossima opera?

Agli albori della carriera, Tarantino non era altro che un ragazzotto come tanti ,desideroso di fare carriera nel mondo che più amava, il cinema. Scriveva, certo, ma avrebbe voluto sfondare principalmente come attore. Ma una mente come la sua, formatasi con la visione di migliaia di pellicole, non avrebbe potuto fermarsi alla mera recitazione.  Oltre alla madre, che lo portava spesso al cinema, la sua fonte di ispirazione furono le numerosissime videocassette a disposizione nel videostore californiano dove si ritrovò a lavorare in gioventù. Così, come i protagonista di un noto film di Michael Gondry, anche Quentin desidera raccontare la sua versione delle storie di cui è stato spettatore. Iniziano a girare i suoi copioni, e uno di questi riscuote immediatamente l’attenzione di gente che mastica davvero Cinema.

Arriva così il primo successo, “Reservoir Dogs” (da noi “Le Iene” o “Cani da rapina”) supportato da un cast fantastico. Harvey Keitel crede così tanto nella storia da coprodurre il film ed interpretare il ruolo seminale di Mr. White, gli altri “ladri”, Tim Roth, Chris Penn, lo stesso Tarantino, sono tutti in parte, tanto da far dichiarare a Quentin “Ad ogni nuovo film che metto in cantiere, spero sempre di ritrovare la stessa energia con la quale realizzammo Reservoir Dogs  ”. Menzione speciale per l’ultima “Iena”, Eddie Bunker, la cui vita e opere letterarie sono il vero humus dal quale hanno origine la storia e il mood del film. Il film è prodotto da “A Band Apart”, compagnia fondata da Lawrence Bender e dallo stesso Tarantino, che è una dichiarazione programmatica, oltre all’amore per le opere del regista francese: datemi una pupa e una pistola e vi darò un film. E’ chiaro l’intento di Q. di mirare ad altro, e sin dal principio noi spettatori ci troviamo invischiati nel progetto meta cinematografico dell’autore: basti pensare alla sequenza nella quale Tim Roth, l’infiltrato della polizia, impara a memoria il copione, provando le battute, immedesimandosi nel personaggio e nelle situazioni, riuscendovi così bene da non riuscire più ad uscirne, come è capitato ad attori che hanno affrontato parti emotivamente intense (pensiamo a Michael Sheene che attraversò mesi di depressione post-Apocalypse Now). In questo capolavoro noir c’è già tutto Tarantino, il sangue, le pistole, i vezzi (i portabagagli delle auto) la poetica dell’amicizia virile e il sacrificio, la droga: quella sotto la quale le Iene discutono di argomenti ameni (le canzoni di Madonna, principalmente) andando a comporre l’altra cifra stilistica, quella dello scrittore Quentin, elaboratore di dialoghi taglienti come lame di rasoio. Infine, ma solo per lasciare spazio anche ad altri argomenti, compare la prima collection di “musiche di Mr. Q.”, il quale dichiara di scegliere i pezzi per le sue colonne sonore “come quando faccio le compilation su nastro per i miei amici”, accostando in questo caso sonorità rock anni ’70 (nel successivi toccherà alla surf music) importate con funzionalità diegetica, in alcuni casi dall’effetto micidiale: la celebre scena dell’orecchio tagliato al poliziotto non esisterebbe senza il contrasto di “Stuck in the middle with you” proveniente dallo stereo di Mr. Blonde. Se a Los Angeles fu avvertita questa forte scossa, il vero terremoto ebbe però luogo con Pulp Fiction, citato come “il più influente film della sua decade”, e non a torto: quella generazione di autori e le successive, dovettero fare i conti con la scansione narrativa della pellicola, la particolarità del montaggio (accostato ai flashback di Citizen Kane, in realtà si tratta di un tipo diverso di montaggio non lineare) , l’imprevedibilità delle situazioni e, su tutte, la cadenza ipnotica dei dialoghi di Samuel Jackson.

Tarantino, coadiuvato da Roger Avarey nella scrittura del testo, e al quale dobbiamo sicuramente alcune scene cult del film, come la sodomia perpetrata su Marsellus Wallace da Zed e il suo compagno di merende, realizza il suo capolavoro, uno sguardo totalmente diverso sullo stesso mondo che aveva fotografato nel film precedente, passando dal realismo delle situazioni al realismo delle emozioni. E un killer della malavita diventa solo un impiegato, con la sua routine, i suoi vizi e le noiose giornate passate a lavare la biancheria sporca del suo capo. Anche qui Tarantino dichiara apertamente i suoi intenti fin dal titolo, è “pulp fiction”, non “true romance”. Così, i killer rispettano l’orario di ingresso in scena, quasi fossero a teatro (“non è ancora l’ora”, controllano, prima di entrare nella stanza dei ragazzi) e quando è il momento di passare all’azione, dichiarano “forza, entriamo nei personaggi”.  Nessun intento nascosto quindi, o forse sì: in tanti hanno continuato a chiedersi cosa ci fosse nella valigetta di Marsellus Wallace; un autore di fumetti, Grant Morrison, in una storia di “The Invisibles” ne dà quantomeno un’interpretazione originale, per bocca di un suo personaggio: “Nella valigetta c’è l’anima di Marsellus; il cerotto sulla sua nuca copre il buco fatto per estrarla dalla sua ghiandola pineale”.  Troppo fantasioso? Forse, ma è la migliore testimonianza di quanto questo film abbia influenzato generazioni di autori in maniera davvero violenta.

Tarantino, per il suo secondo film, si era tirato dietro i sodali Tim Roth e, soprattutto, Harvey Keitel, che, in tono minore rispetto a Jackson, ma con una dose indecente di carisma, lascerà il segno nella storia del cinema rendendo proverbiale la frase “Sono Wolf, risolvo problemi”. 

Riprendersi da un successo del genere non fu troppo facile per Q., che nei due      anni successivi si limitò a produrre e recitare un suo copione, “From Dusk till Down” che diventerà un tassello del ”mondo di Tarantino”, un posto dove tutti fumano Red Apple, e personaggi come il poliziotto Earl McGraw hanno il potere di saltare tranquillamente da una pellicola all’altra. La forza del cinema, l’immaginazione:  quella che trasformerà questa pellicola, definita “action horror”, ma che è una commistione di generi tale da travalicarli tutti e creare qualcosa di nuovo, come una chitarra formata da pezzi di cadavere, in un cult che finirà per generare due seguiti e una serie TV. Poco prima Tarantino aveva realizzato un segmento (ai tempi si chiamavano episodi) di un film diviso in quattro parti, “Four Rooms”, dove l’elemento unificatore esterno è un grand hotel, mentre quello interno dovrebbe essere una certa convergenza di stile degli autori, compagni di Quentin al Sundance Film Institute. In realtà l’unico a reggere il confronto è Robert Rodriguez, il suo segmento è debole ma è indubbiamente di un altro livello rispetto al resto, mentre Tarantino approfitta del suo spazio per tornare ai discorsi che gli stanno a cuore, ovvero i piccoli gioielli del cinema e il metodo metacinemaografico di riproporli: è lui stesso nei panni di Chester, megalomane e citazionista, a voler ripetere “dal vivo” un celebre episodio della serie “Alfred Hitchcock presenta” dove un uomo scommetteva il proprio dito mignolo, rischiando di perderlo.

Nel 1997 viene distribuito il terzo film di Tarantino, “Jackie Brown”. E’ un film di spessore assoluto, un altro tassello nel percorso del regista come autore. Dopo gli entusiasmi giovanili e il sodalizio con Roger Avary che aveva partorito “Pulp Fiction” firmato da lui e “Killing  Zoe”, opera invece di Avary, le strade dei due si separano, non proprio amichevolmente, e Quentin continua la sua corsa da solo, processo necessario per la sua crescita artistica. Continua il suo lavoro sulla scansione della storia, affinando i dialoghi, i tempi narrativi e dando un respiro maggiore alla regia. Jackie Brown è un film più lento, pacato e meno sincopato dei precedenti. L’ispirazione diretta è “Rum Punch”, il romanzo di Elmore Leonard dal quale è tratto. Leonard, altro nume tutelare del regista: i suoi personaggi disincantati, cinici e provati fanno dire a Quentin “Elmore Leonard è l’unico scrittore che mi abbia davvero parlato”. E la nuda disperazione negli occhi di Pam Grier, la Jackie Brown del titolo, epigono dell’eroina Foxie Brown dei ’70 interpretata dalla stessa Grier, è il dialogo che arriva dritto nel cuore dello spettatore, così come gli occhi ormai sconfitti di Robert Forster nei panni del cacciatore di taglie, ormai rassegnato alla fine, della sua carriera o della sua vita, poco importa.

Tarantino immerge anche questa storia nel suo mondo feticcio, lascia Samuel Jackson come icona sarcastica e logorroica, così come Pam Grier, mentre ricrea un’altra icona, quel Robert de Niro interprete di fantastici criminali da storia del cinema, ridotto a macchietta dal peso degli anni e del carcere fatto, incapace di mantenere la concentrazione per più di dieci secondi, come un Vincent Vega che non ce l’ha fatta, diretto verso lo stesso destino del suo predecessore.

Jackie Brown è un film splendidamente scritto, diretto, montato e recitato, a cui si può muovere il solo appunto di aver sprecato in qualche modo due attori di enorme spessore come de Niro e Michael Keaton in ruoli marginali.      

Il tassello successivo dovrebbe essere Inglourious Basterds, ma il progetto ad andare in porto per primo, come è noto, è un altro film shock, l’ipertrofico Kill Bill, tanto lungo da dover essere diviso in due volumi. Era davvero necessario? Probabilmente no, c’era del materiale che poteva essere tagliato e forse il film ne avrebbe guadagnato, ma avrebbe significato  comunque un film di almeno tre ore in soluzione unica. Il risultato finale è un film devastante, una commistione di generi unica che sintetizza tutto ciò che è arte cinematografica per Tarantino. Tecnicamente, è la sua prova registica più complessa, un action dal ritmo serratissimo nel quale confluiscono il cinema di arti marziali di Bruce Lee, quello western di Sergio Leone e il mondo “pulp” (ormai è quasi ovvio chiamarlo così) creato da Quentin. In più, omaggi al cinema B italiano anni ’70, in particolare ai lavori di Lucio Fulci, manga giapponesi e molto, molto altro.  Il ritmo è così intenso da dover necessariamente rifiatare nel secondo volume, dove il finale è un anticlimax, e dei classici flashback raccontano la storia della Sposa vendicatrice, fino al giusto epilogo in puro stile Tarantino.

Chi si aspettava, dopo la solidità di Jackie Brown, un percorso più “autoriale” nel senso più canonico del termine, è rimasto deluso. Kill Bill è un b-movie realizzato con i capitali di un blockbuster, attori di primordine e location esotiche e spettacolari. Tarantino non si nasconde, grida di tutto ciò che lo appassiona e marchia a fuoco , di nuovo, l’immaginario di una generazione. Nell’arco di un decennio realizzerà solo un altro film, che è la continuazione, o meglio l’evoluzione del discorso sui generi avviato con i due capitoli di Kill Bill. Il progetto Grindhouse, realizzato ancora con il sodale Robert Rodriguez (che aveva realizzato gratis, tra l’altro, le musiche del secondo capitolo di Kill Bill) è tuttavia di nuovo spiazzante.  Chi si aspetta una nuova orgia di sangue, specialmente dopo aver letto il titolo del film,  esce dalla sala attonito, in alcuni casi spazientito. Grindhouse è un “double feature” nelle intenzioni: vai al cinema e con un biglietto vedi due spettacoli, due B-Movie, sperando che almeno uno valga la pena di essere visto. E Rodriguez porta a casa il compito con precisione millimetrica: il suo segmento, “Planet Terror” è tutto ciò che era stato promesso. Un b-movie realizzato con cultura cinematografica, competenza, ritmo forsennato, trovate surreali (anche troppo, nel più puro stile Rodriguez, spettacolare e cafone come sempre) e personaggi che si mangiano la scena in continuazione, con un bonus speciale delle atmosfere alla John Carpenter, sia nella fotografia che nelle musiche. Così, il secondo segmento, “Death Proof”, ad opera di Quentin, è decisamente di un’altra pasta. Attori, situazioni e citazioni travasano da una pellicola all’altra, dando un senso di continuità all’operazione, ma il lavoro di Tarantino prende una strada decisamente diversa. Non più gore, quasi niente splatter, al loro posto dialoghi interminabili tra ragazze, “le mie donne come le donne di Godard” arriverà a dire il regista agli attoniti critici. Death Proof è un  altro omaggio di Tarantino agli anni ’70, a film come “Vanishing Point” o “Dirty Mary, Crazy Larry”, road movies ad alto grado di contaminazione, in questo caso con gli slasher, ma in un modo nuovamente anticlimatico, così radicale da sconcertare il pubblico, spiazzato e quasi deluso del mancato bagno di sangue a cui sperava di assistere. Tarantino gioca con le attese degli spettatori, frustrandole all’interno del suo giardino, dove si sente in grado di poter fare qualsiasi cosa. Intanto aggiunge un altro tassello alle sue capacità, firmando la direzione della fotografia.

Nella sua realtà, nel suo luogo cinema, tutto può essere, tutto può avvenire. Ed è esattamente quello che accadrà nel periodo successivo, dove Tarantino finalmente realizzerà quello che per molti è il suo capolavoro, quei “Bastardi senza gloria” che gli consentirà di riscrivere la Storia, se non la storia del cinema.

Quando tutti si aspettano un altro giocattolo sui generi, almeno stando al titolo, mutuato da un altro film italiano, Tarantino tira fuori un lavoro pazzesco, dove lo stile sembra divenire classico e le sperimentazioni del decennio precedente dimenticate. Tutt’altro: le torture, da fisiche si fanno più raffinate, psicologiche, grazie a una monumentale prova di Christoph Waltz nei panni del nazista malvagio, poliglotta e perfidamente sorridente. Waltz diverrà il nuovo nume tutelare di Tarantino, e lo seguirà nel successivo film, “Django Unchaned”, anch’esso vagamente ispirato ad un film italiano.

“Bastardi senza Gloria” è il coronamento della filosofia di Tarantino, quel “potere del Cinema” come luogo e come concetto, in grado di cambiare i pensieri, la storia, il mondo. Anche qui è una donna ad essere protagonista, a dispetto dell’ennesimo titolo ingannevole. Il film porta avanti due storie su binari paralleli, quelle dei ”bastardi” e quella di Shosanna,  fino a che, sorprendentemente, le due storie convergono nel luogo cinema, l’unico possibile.  Un film da gustare in lingua originale, per l’uso proprio fatto da Tarantino di attori poliglotti e del linguaggio, trovata che aggiunge ulteriore fascino a questo bellissimo lavoro.

La sterzata successiva, dopo il War movie, è sul western: ancora Tarantino vuole sorprendere, non a la minima intenzione di andare incontro alle attese del pubblico, che già pregusta uno spaghetti western classico condito in salsa pulp. Il genio di origini italiane, invece, ribalta ancora la situazione, portando avanti la sua tesi con pervicacia incrollabile. Nel film precedente, l’elemento meta cinematografico era palesato fino a sfiorare la didascalia, ogni personaggio recitava un’altra parte, come in una commedia di Shakespeare, e il luogo cinema prendeva materialmente il sopravvento sulla storia. Ora però siamo nel selvaggio West, dove il cinema non è ancora stato inventato, e allora Tarantino riprende il concetto della recitazione per infiltrarsi tra i nemico, come nel lontano 1992. Jamie Foxx è intenso nella parte di Django, un schiavo che viene liberato dal dottor Schultz, interpretato da un sorridente e sempre più carismatico  Christoph Waltz. Se nei “Bastardi” erano gli ebrei a prendersi la rivincita nei confronti dei nazisti, qui sono i neri a consumare la rivalsa nei confronti dei bianchi. Il film ha sequenze mozzafiato, e come stile ricorda più i “bastardi” che non i film precedenti: anche qui sono i dialoghi a montare progressivamente la tensione, fino a scatenare le reazioni più estreme nei personaggi coinvolti nelle vicende. Ritroviamo anche Samuel Jackson in una parte strepitosa, il nero a cui non piacciono i neri, quasi il simbolo della volontà ferrea di Tarantino di non ripetersi banalmente, e di continuare a seguire il proprio percorso e il proprio discorso, appassionante o meno che sia, sul cinema.

Abbiamo poi un paio di grandiose sparatorie, e tanti, tanti bellissimi dialoghi, ma il pubblico è stato beffato per l’ennesima volta. Tutti coloro che si erano creati, a loro tempo, delle aspettative di puro entertainment dai lavori di Quentin devono ormai alzare le mani davanti alla pistola  ancora fumante di Django: le scelte del regista sono prima estetiche che commerciali, e lo spettacolo viene offerto sempre e solo alle sue condizioni.

Così, quando Quentin Tarantino annuncia il nuovo lavoro al grido di “ora ho capito come si fanno i western”, non sono in molti ad essere disposti a credergli, e fanno bene. Non basta l’astutissimo titolo “The hateful eight”, scoperta parafrasi de “the magnificent seven”, né l’ingaggio di Ennio Morricone per la colonna sonora originale, e neppure la scelta poetica del 70mm per omaggiare i western classici del passato. Il nuovo film, che mette in campo come sempre attori strepitosi, è in realtà la solita commistione di generi, dal thriller claustrofobico (“dieci piccoli indiani”) all’horror ancora claustrofobico (“La cosa” nella versione di John Carpenter, citato visivamente e nelle musiche di Morricone). Del western rimane poco, qui torna ancora Samuel Jackson, stavolta è lui, e non Jamie Foxx a vendicarsi degli oltraggi dei bianchi nei confronti della sua razza. “The hateful eight” è quasi teatro filmato, un bellissimo thriller dove ogni dialogo è un tassello che fa montare la tensione fino all’inevitabile bagno di sangue finale, e dove, di nuovo, il regista si concede alcuni dei suoi manierismi. Torna l’uso dei flashback, stavolta simile al lavoro fatto per “Jackie Brown”, dove il compito era di dare un altro punto di vista degli avvenimenti, per far comprendere allo spettatore il quadro generale. 

Quest’ultimo falso western funziona bene come film corale: nel precedente, la possibile eroina Brumhilda, con una brusca inversione di tendenza, era derubricata a compagna dell’eroe protagonista Django. Qui invece non ci sono eroi, né uomini né donne: il titolo stavolta, fuorviante negli intenti, è tuttavia sincero nel descrivere la situazione. Gli unici che potevano essere delle brave persone, vengono sterminati all’inizio del film (lo scopriamo in uno dei flashback didascalici) ,  per il resto, gli odiatissimi  protagonisti si guadagnano il loro appellativo corale senza titubanze.   Come sempre, e più che mai, nessuno è chi dice di essere, e tutti sono degli splendidi attori, all’interno e all’esterno del film. Cosa aspettarci, ora, dall’imminente uscita di “Once upon a time in… Hollywood?” Sappiamo già cosa non è: non è l’ennesima narrazione della storia di Charles Manson, e di certo non è un western metropolitano. Tutto sta ad indicare  la fabbricazione di un corrosivo, sarcastico, terribile giocattolo-bomba pronto ad esplodere proprio nel bel mezzo della scritta Hollywood. Potrebbe anche essere l’ultimo capitolo della storia di Quentin: dopo aver scientificamente provato la forza del Cinema nella sua ormai trentennale carriera, Tarantino potrebbe aver girato la cinepresa verso sé stesso e il suo mondo, pronto a svelare ogni inganno, ogni mistificazione, non del cinema(non ha fatto altro nei suoi film), ma del mito stesso del cinema. Sarebbe un bel finale, per dirla come Jules Winnfield, “questo mi piacerebbe”.  Ma, probabilmente, e sempre per citare Jules, non è la verità. Ed è bellissimo consumare quest’attesa con l’immaginazione, sognando il mondo che Tarantino ha creato, per lui e per noi.