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Portobello – Bellocchio sul caso Tortora fuoriconcorso a Venezia 82

I primi due episodi di Portobello la nuova serie firmata da Marco Bellocchio, prodotta da HBO, sono stati presentati nella sezione Fuori Concorso alla scorsa 82. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ricevendo attenzione ed ammirazione da pubblico e critica.

Il titolo prende spunto dalla fortunata trasmissione televisiva del venerdì sera che, a fine anni ’70, incollava alla televisione pubblica circa trenta milioni di italiani, con il suo serraglio di persone dai talenti chi inverosimili, chi cristallini, con storie da raccontare, o da ascoltare, danze, jingle, quiz e canzoni popolari ed un pappagallo da far parlare.

La fotografia in movimento di un’Italia in ripartenza affaticata dopo gli anni di piombo, nel pieno delle ombre democristiane, ingabbiata in prediche moralistiche, mentre lo Stato compravendeva pezzi di sovranità.

Portobello

Portobello – Trama

Al centro della vicenda narrata da Bellocchio c’è la spinosissima vicenda del noto autore, giornalista e conduttore televisivo Enzo Tortora (Fabrizio Gifuni) accusato ed arrestato per traffico di stupefacenti ed associazione a delinquere, in un periodo in cui il gruppo camorristico facente capo a Raffaele Cutolo trattava con lo Stato per due ordini di motivi fondamentali. Il primo era salvare se stesso dalle nuove leve arrembanti; il secondo assicurarsi le nuove provvigioni finanziarie di prossima erogazione a copertura dei danni del terremoto che aveva colpito l’Irpinia.

Le vicende di Tortora si svilupparono in una prima severa condanna, che comportò la distruzione della vita del beniamino televisivo; una sua successiva assoluzione in appello; ed un’azione della Cassazione volta a punire i magistrati che lo giudicarono colpevole. A nulla servì il suo ritorno da innocente in televisione a capo del suo Portobello; una malattia, che boicottò il suo fisico nel periodo in cui il mondo boicottava lui, lo portò via a nemmeno sessant’anni.

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Portobello – Recensione

Tortora è la storia di uno dei più celebri errori giudiziari della cronaca italiana, un caso che rappresenta oltre alla tragedia personale dell’innocente protagonista, anche uno spaccato di società e di pensiero nazionale significativi di un’epoca critica, spaventata, in divenire.

Primi anni ottanta, tempi scissi, manichei, non liberi da tessere di partito, specie nella Rai di Tortora, dentro le cabine elettorale ancora il duello tra democrazia cristiana e comunismo, lo spettro delle brigate rosse come capitolo appena chiuso ma ancora caldo e la camorra ad insanguinare giornalmente i vicoli di Napoli.

A questo si aggiunga la potenza della televisione, un neostrumento di plebiscito comunicativo, in indomabile ascesa, senza competitori, che regge lo specchio e l’accesso dell’opinione popolare non solo ai contenuti veicolati, ma anche alle vite di chi li veicola. E’ l’inizio dell’impero dell’intrattenimento e dei colori, ma anche del “giornalismo alla giornata” che preme l’accelerazione sulla sensazione e non sull’informazione.

Portobello

Giudici che devono smantellare parastati sennò cadranno le loro toghe, parastato che deve reinventarsi sennò cadrà in rovina a sua volta, pesci piccoli che per non morire si inventano mondi grossi, uomini di paglia ed intoccabili, un clima di artificiosa serenità per tenere a bada fibrillazioni emotive popolari che non possono squilibrarsi nuovamente in modo così forte come durante il terrorismo.

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È qui che nasce il caso Tortora, il beniamino televisivo macchiato, la faccia di un paese che voleva essere pulito, per bene, divertito, ascoltatore ed invece si ritrova manipolato, tradito e traditore.

Macchina mediatica, giustizia infelice, Stato ottuso, dispercezione della realtà

Con un occhio evidentemente attento e critico rivolto alla macchina mediatica, Bellocchio ripercorre quelle vicende, ricostruendo l’esercizio dell’infangatura, del quarto potere senza regole, impunito (specie in quegli anni) con e contro lo Stato, dove si faccia più clamore, purchè, per smorzare la propria mediocrità, si possa puntare il dito e dimostrare che no, nessuno è speciale, anzi la specialità è sempre sospetta e va smantellata.

Così ritrae Giovanni Pandico (Lino Musella), lo scribacchino ignorato dall’amato boss, accusatore perverso ed esaltato dai deliri della sua stessa pochezza, aggressività frutrata e codardia, goccia che fa traboccare l’inverosimile vaso di contestazioni ai danni del presentatore.

Bellocchio apparecchia la macchina del disastro contro l’agnello sacrificale, e Tortora fu l’individuo al posto giusto nel momento sbagliato, su cui si riversò il caso ingiusto della stolidità umana ammalata e vigliacca.

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Portobello tra premonizioni, accenni di incubi, una serenità che trema

Nella fotografia scura delle puntate, si incastonano scene, non a lettura neutra, alcune premonizioni, tra cui l’immagine distraente del presentatore che sniffa qualcosa ad inizio puntata (un medicinale? O era tutto vero ciò che poi si dirà di lui?), le varie attrazioni delle dirette, a volte luminose, a volte struggenti, a volte anche inquietanti, con un’aura sinistra, che sembrano profetizzare la china che prenderanno i protagonisti della storia.

Un gioco di sottili rimandi accennati tra realtà vera e percezione distorta della stessa, un rapporto fortemente tematico per le vicende raccontate. Tortora resta inascoltato, decade e con lui non solo i sogni puri suoi, e di altri, ma anche il modo e la maniera di saper essere civili, la barbarie trascurata delle carceri, lo sfregio della dignità, che soffoca gradualmente, il disprezzo di chi lo classifica come imbonitore televisivo, senza ideali politici, a differenza di chi ha insanguinato piazze e movimenti per una giusta causa.

Portobello

Approssimazione dello Stato di pari passo con approssimazione dell’opinione pubblica

Il Portobello di Bellocchio appare come una fornace di vettori a differenti velocità e differenti traiettorie: rivela l’approssimazione letale di uno Stato che si fatica a credere di diritto e la volubilità dell’opinione pubblica formatasi tra minestrina serale e contenitori del sabato sera, già portatori di corti circuiti aspettativa/realtà pericolosi.

Si solleva il velo oltre la patina di brillantini, successo e felicità dei divi del piccolo schermo, del mondo che li stipendia e li fa vivere, della giustizia che fa insoffribile carriera sulle loro ossa, mentre nel quotidiano la realta è dieci volte più sporca e più avanti di come deve essere rappresentata in televisione.

Le famiglie non sono sacre, Tortora stesso è separato ed ha una nuova compagna (Francesca, Romana Maggiora Vergano), la camorra detta tempi alle istituzioni pena disordini sociali, le carceri detengono l’agenda politica del governo, il mondo non è sereno, né pacifico, nè accogliente. Il mondo non è per niente sicuro di sé.

Portobello è il ritratto inquietante del funzionamento dell’universo medio, dell’italiano medio e della sua percezione media, che, non meno di un prime-time, arriva nelle teste dei salotti borghesi, dei circoli di quartiere, dei mercati rionali, delle donne e degli uomini affacciati ai balconi della storia.

L-R) Lino Musella, Romana Maggiora Vergano, Marco Bellocchio, Fabrizio Gifuni and Barbora Bobulova attends the “Portobello” photocall during the 82nd Venice International Film Festival on September 01, 2025, Venice, Italy (photo by Gian Mattia D’Alberto/Lapresse)

Bellocchio si conferma regista di sfide e controversie, resistente e militante, in un’epoca in cui la magistratura non naviga in acque serene, per colpe proprie ed altrui, la sua storia rimette al centro il pensiero civico del singolo cittadino, sfumandone ipodermicamente e pericolosamente, d’accordo con l’umore di questi tempi complessi, i confini.

Portobello – Cast

Il suo cast ha uno spessore ed una resa innegabili: i ruoli principali sono nella mani di attori mostruosamente bravi. Dall’ormai consolidato Gifuni, che plasma spazio fisico e verbale riportando lo sconcerto ordinato di ogni incredibile passo svolto ai suoi danni, a Lino Musella, il camorrista dissociato, ma non pentito, che scriveva lettere per i boss analfabeti, dimenticato dai quegli stessi grandi che ha accudito e venerato, impegnati ad organizzare uno Stato nello e al posto dello Stato.

Un duello di visioni distorte, sogni sbriciolati, responsabilità fuori focus, che interrogano sulle responsabilità della rovina di un innocente: la colpa di chi fu? Del crimine, della giustizia, della società, dell’ambizione singola o individuale, di un’età che non ha digerito il passato e fa passi più lunghi della gamba? 

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Bellocchio sul caso giudiziario più spinoso del secolo scorso: il beniamino televisivo, autore, presentatore e giornalista Enzo Tortora accusato ingiustamente di associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti. Prima condannato, poi assolto, una carriera stroncata e una vita ammalata, l'innocente sacrificato agli umori di un paese ancora ibrido tra passato terroristico politicamente denso e presente di neo-criminalità, moralità bigotta e giornalismo alla giornata. Una serie di ombre e premonizioni, sulla distorsione della percezione della realtà, sulla rivalsa rovinosa e rovinante degli inetti e dei dannosi.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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