Continuano le epiche avventure di Jack Sparrow e dei suoi fedeli compagni nel secondo capitolo della saga, a tre anni dal suo primo film, La Maledizione della prima luna del 2003. Al cinema il detto squadra che vince non si cambia vale di più rispetto ad altri settori, e così la produzione di Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma (ancora una volta in mano a Jerry Bruckheimer e alla Walt Disney Company) conferma in blocco tutto il team che aveva dato origine al capitolo iniziale: dal duo di sceneggiatori (Rossio-Elliott) al regista (Gore Verbinski) e ha ingaggiato, ormai libero da progetti più interessanti, il grandissimo Hans Zimmer per comporre la colonna sonora, senza dimenticare l’ottimo lavoro fatto nel primo capitolo dal suo allievo Klaus Badelt. In più, dato l’incredibile successo della pellicola inaugurale, i finanziatori del sequel hanno, per quanto possibile, alzato la posta, investendo ancora di più sul budget (250 milioni di dollari, che ne fanno ancora oggi il sedicesimo investimento più esoso della storia del cinema) e sulle strategie produttive. Il film infatti, sulla falsa riga di quanto fatto pochi anni prima nella leggendaria trilogia de Il Signore degli Anelli, è stato girato insieme al terzo capitolo, destinato ad uscire l’anno seguente. Un modo per togliere il dente degli esborsi (insieme più di mezzo miliardo di dollari!) in un’unica volta per poi godersi (almeno in linea teorica) gli strepitosi incassi dei due distinti film, spalmati su due annate.

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma

Avevamo lasciato i nostri eroi nella più totale incertezza. Ora ritroviamo Elizabeth e Will in procinto di sposarsi ma arrestati per favoreggiamento della pirateria dal neo arrivato Lord Cutler Beckett, Governatore della Compagnia delle Indie Orientali desideroso di portare la sua bandiera a capeggiare su tutti i mari del mondo. Will allora fa un patto con il Lord: la bussola di Jack Sparrow in cambio della libertà sua e della sua futura moglie. Non sa però che il goffo capitano ha già imbastito una nuova missione: trovare la chiave del Forziere fantasma del terrificante Davy Jones per salvare la propria pellaccia. Tredici anni prima, infatti, il bucaniere, capitano dell’Olandese Volante, ora metà uomo e metà piovra, ha restituito a Jack la Perla Nera che si era inabissata, e ora pretende in cambio il suo pagamento: Jack deve scegliere tra l’arruolarsi nella ciurma di Jones o affondare con il suo amato galeone. L’unico modo per salvarsi per Sparrow e quello di impossessarsi del Forziere, contenente il cuore pulsante del suo nemico, per ricattarlo. Pugnalare il cuore, infatti, vuol dire diventare il nuovo capitano dell’Olandese Volante. Il giovane ex fabbro inizia così una serie di peripezie, prima salvando Jack da una tribù di cannibali e poi, ingannato da Sparrow, tentando di  recuperare la chiave del forziere, diventando di fatto membro del mostruoso equipaggio di Davy Jones. Sull’Olandese ritroverà suo padre (Stellan Skarsgard), che lo aiuterà a compiere la sua missione e a farlo scappare, ottenendo in cambio la promessa di una futura salvezza per mano sua. A questo punto si ingaggia una lotta a tre per recuperare il forziere, che coinvolge Jack, Will e l’ex Commodoro Norrington, ormai spiantato lupo di mare ma voglioso di recuperare il suo grado consegnando il cuore di Jones a Beckett. Sullo sfondo il tempo, tiranno soprattutto quando una creatura spietata come il Kraken minaccia di fare a pezzi la tua nave. Jack Sparrow riuscirà ancora una volta ad ingannare la morte?

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma

Appassionati del franchise e semplici avventori occasionali dei cinema hanno potuto constatare il deciso cambio di rotta e di ambizione che Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma ha rappresentato a livello cinematografico. L’acceleratore è stato spinto molto di più sugli aspetti magico-fantastici della trama, nel primo capitolo confinati a chicca di contorno in una trama tutto sommato di semplice avventura. In questo film entrano in gioco una ciurma di immortali dalle sembianze ittiche, un gigantesco mostro marino preso in prestito dalla mitologia europea sei-settecentesca, e una veggente vudù, Tia Dalma, in molti momenti sola ed ultima speranza per i nostri eroi. Insomma, pare che la Disney abbia fatto la voce grossa imponendo al film e in generale alla saga un’inconfondibile tocco fantasy, in modo da arricchire trame che altrimenti, considerata anche la durata importante del film (150 minuti), sarebbero risultate noiose e ripetitive. E i risultati al botteghino hanno certamente dato ragione alla nuova direzione, più spregiudicata, intrapresa dalla produzione. Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma è diventato il terzo film della storia del cinema a superare la soglia del miliardo di dollari di incasso globale, dopo Titanic e il terzo capitolo della già citata saga di Peter Jackson ambientata nella Terra di Mezzo. Un risultato da capogiro.

Dal punto di vista diegetico Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma si configura come un nuovo ottimo lavoro di sceneggiatura. Vengono introdotti di per sé pochi personaggi ma tutti di grande qualità. In primo luogo senza dubbio Davy Jones, interpretato dall’attore britannico Bill Nighy, che segna anche un grande passo in avanti della tecnica della motion capture, apportata al cinema sul finire degli anni ’90, nella strada verso la perfezione odierna. Il capitano dell’Olandese Volante è quanto di più terribile un bucaniere possa trovare sulla propria strada. Non solo è immortale (a meno che non venga pugnalato il cuore nel forziere, che però nessuno sa dove sia), ma è anche un villain che ricorre alla violenza solo in casi di massima necessità, preferendo incastrare i propri nemici mediante le proprie trappole mentali. È un ottimo ragioniere, ed è inutile dire che un personaggio come Jack Sparrow, che in molti casi punta tutto sull’improvvisazione, abbia ottimi motivi per temere seriamente il suo rivale. Il problema è che Sparrow ha stretto un patto con Jones, e che, in questo caso, come gli dice Sputafuoco Bill Turner quando lo mette al corrente del Kraken, “non se la può cavare con le chiacchere”. Se con un nemico come il Barbossa del primo film, Jack aveva la possibilità di giocarsela quasi alla pari, in questo caso il capitano della Perla Nera appare per tutto il film in una condizione di estrema inferiorità rispetto ai suoi avversari.  L’altra grande novità della saga è senza dubbio lo spietato Lord Cutler Beckett (Tom Hollander), che rende per la prima volta la Marina britannica davvero temibile agli occhi dei pirati.

Più che sulle nuove reclute, la premiata ditta Rossio-Elliott lavora sull’evoluzione dei tre protagonisti del primo film. Quello del secondo (e poi del terzo) capitolo, passerà alla storia come l’autentico Jack Sparrow. Si è assolutamente completata quella delineazione del personaggio che lo rendeva solo abbozzato (seppur in modo ineccepibile) nel primo capitolo. Nel corso della pellicola, il pirata ha modo di far vedere al massimo delle proprie possibilità i propri vizi (moltissimi) e le proprie virtù (poche e spesso non volontarie). Agisce sempre e solo egoisticamente: quando scopre che ha il Kraken alle calcagna fa di tutto per evitare il mare aperto, desidera il forziere solo per risolvere in suo favore il debito con Jones, arriva persino ad abbandonare la Perla nel momento di massima difficoltà (salvo poi ripensarci). Insomma, ha tutte le caratteristiche per essere detestabile, eppure è stimato da tutti. Ed è proprio questa la forza del personaggio di Johnny Depp. I due sceneggiatori hanno capito che il tempo degli eroi e delle eroine senza macchia e senza paura, al cinema, è finito. Oggi, per fare colpo sul pubblico, si devono portare alla ribalta degli antieroi imperfetti, viziosi, lontani da qualsiasi standard di eccellenza o nobiltà. Ancora una volta Jack non esita a “sacrificare” Will Turner in nome dei suoi interessi, sfruttando la sua ingenuità dettata dall’amore. Eppure senza comportarsi così non sarebbe il capitan Jack Sparrow.

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma

A proposito di Will Turner, egli è forse il personaggio cambiato di meno rispetto al primo capitolo. È ancora mosso all’azione dal desiderio amoroso verso Elizabeth, pur non dovendola più conquistare ma soltanto sposare. Mantiene anche la sua incredibile ingenuità, dettata dall’inesperienza e accresciuta dai giochetti di Jack Sparrow. L’elemento che però lo fa maturare più di ogni altro personaggio all’interno di questo secondo capitolo è senza dubbio l’incontro con il padre, mai conosciuto e abbandonato con la promessa di tornare a liberarlo. Anche da questi dettagli si vede la forza del franchise. La storia principale genera sempre una miriade di altre trame secondarie che potrebbero, in futuro, diventare protagoniste. È la stessa virtù che possedevano le opere di Salgari e in generale i romanzi avventurosi ottocenteschi, e che non era probabilmente mai stata trasportata al cinema con un così alto grado di efficacia.

Per quanto concerne Elizabeth, in Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma la ritroviamo sempre più combattiva e determinata. Non ha più bisogno di svenire per attirare l’attenzione degli uomini intorno a lei (e infatti quando ci prova non sortisce effetti). Ormai è sempre più padrona delle proprie scelte e delle proprie azioni. E man mano che questa sorta di emancipazione si va delineando, accresce anche l’impatto del personaggio sulle storie. Senza Elizabeth Jack non riuscirebbe mai a farsi indicare dalla bussola la rotta verso il Forziere di Davy Jones. Essa infatti sembra rotta, ma in realtà punta verso ciò che più vuole al mondo chi la consulta, e Jack per buona parte del film non sa bene che cosa desideri, mentre la bella Elizabeth, sempre più “piratessa”, ha le idee chiarissime.

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma

Anche dal punto di vista tecnico Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma rappresenta un ottimo passo in avanti, non solo per il franchise. La regia di Verbinski è nuovamente puntuale e pulita, e accresce il suo appeal soprattutto grazie ad un uso degli effetti speciali (premiati con l’Oscar) molto più pregnante rispetto a quello attuato per il primo capitolo. L’ausilio della grafica digitale si vede specialmente nell’equipaggio dell’Olandese Volante, caratterizzato da una varietà immaginifica semplicemente incredibile, e nel Kraken, prima creatura cinematografica interamente realizzata al computer, senza supporti meccanici di alcuna sorta. Colpisce la bravura del regista nel gestire una produzione mastodontica e per giunta con grandi imprevisti, come l’alluvione che ha allungato la tabella di marcia di ben undici giorni. Eccezionale è anche la gestione registica della sequenza del combattimento a tre sulla ruota del mulino, dove l’apparato tecnico ha dovuto far rotolare un colosso di più di ottocento chili senza praticamente la possibilità di sbagliare. A condire il tutto il solito rapporto particolare con il cast: un aneddoto dice che il regista non abbia rivelato a nessuno la sorpresa finale del film per avere delle reazioni autentiche.

Anche la colonna sonora merita una particolare attenzione. Hans Zimmer è partito dalla splendida base del suo predecessore nel primo capitolo e su di essa ha orchestrato una serie di nuovi temi e melodie davvero coinvolgenti (come la canzoncina del carillon di Davy Jones). Non si smentisce mai: con poche note riesce a far capire allo spettatore la vera e profonda natura dei personaggi.

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma è un perfetto capitolo intermedio, nel senso che lascia aperte tutte le porte dell’avventura per i capitoli successivi senza risultare per nulla parziale nell’appeal che suscita nello spettatore. La saga sta diventando sempre più avvincente.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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