Prendere un personaggio dell’immaginario collettivo, trasformarlo in una creatura sanguinaria e inserirlo all’interno di un universo horror sembra ormai essere diventata una delle operazioni più sfruttate del cinema contemporaneo. Dopo il successo – e le numerose critiche – legate al cosiddetto Twisted Childhood Universe, arriva anche Pinocchio: Unstrung, diretto e sceneggiato da Rhys Frake-Waterfield, che trasforma il celebre burattino di Carlo Collodi in una vera e propria macchina omicida. Il film rappresenta il quinto capitolo dell’universo che ha riletto in chiave horror alcune icone dell’infanzia e, in Italia, è distribuito da Midnight Factory.
Se operazioni come Winnie the Pooh: Blood and Honey avevano lasciato più di qualche perplessità, Pinocchio: Unstrung riesce almeno in parte a dimostrare che un’idea potenzialmente assurda può essere trasformata in un prodotto horror capace di intrattenere. Non siamo di fronte a un film particolarmente raffinato né a una pellicola destinata a lasciare un segno nel genere, ma il risultato è sorprendentemente più riuscito rispetto ad alcuni dei precedenti esperimenti del franchise.

Pinocchio: Unstrung, la trama
La storia parte naturalmente dalla fiaba di Collodi, ma ne ribalta completamente il significato. Qui Pinocchio non è più il burattino che sogna di diventare un bambino vero attraverso un percorso di crescita e maturazione: il desiderio di possedere un corpo umano diventa invece un’ossessione disturbante e sanguinaria.
Creato da Geppetto, Pinocchio sviluppa una concezione distorta dell’umanità e del rapporto tra bene e male. Il suo desiderio di trasformarsi in un essere umano lo conduce verso una spirale di violenza sempre più brutale, mentre il Grillo Parlante, interpretato vocalmente da Robert Englund, assume una funzione decisamente diversa rispetto a quella della fiaba originale. La coscienza del protagonista diventa infatti una presenza oscura capace di alimentarne gli impulsi più pericolosi.

Il risultato è una rilettura che utilizza alcuni degli elementi più riconoscibili dell’immaginario di Pinocchio per trasformarli in strumenti appartenenti al linguaggio dello slasher.
Pinocchio: Unstrung, la recensione
Il principale merito di Pinocchio: Unstrung è probabilmente proprio questo: il film sa cosa vuole essere.
Non cerca di trasformare a tutti i costi il proprio materiale di partenza in qualcosa di drammaticamente complesso. Al contrario, abbraccia la dimensione più folle dell’operazione e la sfrutta attraverso una quantità considerevole di omicidi, mutilazioni e momenti gore. Le scene splatter rappresentano infatti uno degli aspetti più riusciti della pellicola e dimostrano una certa attenzione nella costruzione della componente più fisica dell’orrore. Anche la classificazione britannica sottolinea la presenza di violenza grafica, gore, ferite e immagini esplicite.
Ed è proprio qui che il film riesce a distinguersi maggiormente dagli altri capitoli del filone. Pinocchio: Unstrung non vive soltanto della provocazione di trasformare un personaggio per bambini in un assassino. Riesce almeno in alcuni momenti a costruire un vero equilibrio tra slasher, horror, umorismo nero e satira sociale.

Il tono volutamente esagerato permette alla pellicola di alternare momenti di violenza molto esplicita ad altri nei quali emerge una componente ironica che impedisce alla storia di prendersi eccessivamente sul serio. È un equilibrio non sempre perfetto, ma che funziona abbastanza da rendere la visione divertente.
E soprattutto, dietro la superficie splatter, esiste anche un messaggio. Il film utilizza infatti l’ossessione di Pinocchio per diventare umano per parlare, seppur in maniera non sempre approfondita, di appartenenza, identità, emarginazione e desiderio di essere accettati. L’idea è interessante perché riprende un elemento centrale della fiaba originale – il desiderio del burattino di diventare un bambino – e lo trasforma in qualcosa di patologico e distruttivo.
Il film non è perfetto e non riesce sempre a essere incisivo quanto vorrebbe. Ma possiede una qualità che molti prodotti dello stesso universo sembravano aver smarrito: la capacità di intrattenere.
Il gore è presente e abbondante, lo slasher funziona, l’umorismo riesce a spezzare il tono nei momenti giusti. E la satira sociale offre qualche spunto interessante. Soprattutto, l’operazione non si limita completamente alla semplice provocazione di prendere un personaggio dell’infanzia e trasformarlo in un assassino.
Rimane comunque un prodotto che avrebbe potuto osare molto di più. La sceneggiatura avrebbe avuto bisogno di maggiore incisività, alcune scelte narrative avrebbero richiesto maggiore coerenza e il cast avrebbe beneficiato di interpretazioni decisamente più convincenti.
Una sceneggiatura che non sfrutta fino in fondo il potenziale
È proprio sul piano della sceneggiatura, però, che Pinocchio: Unstrung mostra i suoi limiti più evidenti.
Il problema non è l’assurdità dell’idea di partenza: in un film del genere, l’assurdo è parte integrante del gioco. Il problema è che alcune scelte narrative risultano talmente forzate da rendere difficile mantenere la sospensione dell’incredulità.
Ci sono momenti in cui la storia sembra procedere semplicemente perché deve arrivare alla scena successiva, sacrificando la coerenza dei personaggi e della narrazione. Alcune dinamiche risultano poco credibili e alcune svolte non possiedono quella forza necessaria per rendere davvero incisiva la componente psicologica che il film tenta di introdurre.

Il concetto alla base del nuovo Pinocchio, invece, avrebbe avuto un potenziale enorme. Trasformare il desiderio di diventare umano in una forma di ossessione poteva permettere alla sceneggiatura di esplorare molto più profondamente il rapporto tra identità, corpo e appartenenza. Il film lo suggerisce, ma raramente riesce a svilupparlo fino in fondo.
La satira sociale, dunque, funziona maggiormente quando rimane integrata nell’intrattenimento horror, mentre perde efficacia quando cerca di diventare un elemento più esplicito del racconto.
Il problema più grande: il cast
Se c’è un elemento che impedisce al film di raggiungere una valutazione più alta, è il comparto attoriale.
Richard Brake e Robert Englund rappresentano naturalmente i nomi più riconoscibili del cast, con Englund impegnato soprattutto nel ruolo vocale del Grillo Parlante. La loro presenza conferisce al progetto una certa identità horror, ma sono soprattutto le interpretazioni del cast più giovane a risultare poco convincenti.

Le performance appaiono spesso poco naturali e non sempre riescono a sostenere il tono del film. In un’opera che alterna horror, ironia e momenti volutamente sopra le righe, la recitazione avrebbe dovuto possedere una maggiore consapevolezza del registro. Invece, in diverse occasioni, le interpretazioni finiscono per risultare eccessive o poco credibili, rendendo alcune situazioni ancora più artificiose di quanto non siano già sulla carta.
È un peccato, perché una recitazione più solida avrebbe probabilmente permesso alla pellicola di valorizzare anche quei momenti in cui la sceneggiatura prova a introdurre una dimensione più psicologica.
In conclusione
Pinocchio: Unstrung è un film imperfetto, a tratti assurdo e sicuramente non esente da problemi, ma anche sorprendentemente divertente. La sua forza risiede soprattutto nella capacità di combinare slasher, gore, ironia e satira sociale, riuscendo a costruire un prodotto che, pur senza raggiungere una vera profondità, possiede una personalità maggiore rispetto ad altre produzioni appartenenti allo stesso filone.
Non è un horror particolarmente spaventoso e non è nemmeno una grande operazione cinematografica dal punto di vista della sceneggiatura. Tuttavia, riesce a sfruttare con discreto equilibrio il proprio materiale e a trasformare una fiaba conosciutissima in un incubo sanguinoso che, almeno questa volta, non vive esclusivamente della provocazione.

Il vero limite rimane ciò che il film avrebbe potuto essere: un’opera molto più cattiva, intelligente e psicologicamente incisiva di quella che effettivamente è. Le idee ci sono, ma non sempre vengono sviluppate con la necessaria forza; alcune scelte risultano poco credibili e il livello delle interpretazioni non aiuta.
Resta comunque il capitolo del Twisted Childhood Universe che più riesce a funzionare come vero intrattenimento horror. E non è un risultato da sottovalutare.
