Perfetti sconosciuti, un film sull’eclissi della sincerità

Quanto pensiamo di conoscere le persone che abbiamo attorno? È una domanda che ci poniamo molto spesso di fronte alle situazioni più disparate. Perfetti sconosciuti è un film che ha avuto grande successo proprio per la capacità che ha la storia di calarci in una realtà quotidiana senza banalità. Mettere sullo schermo le debolezze e l’ipocrisia umana è un progetto ambizioso che sembra aver realizzato egregiamente.

Disponibile sulla piattaforma Netflix, ha goduto anche prima di grande popolarità quando uscì nel 2016. È composto da un cast corale per la regia di Paolo Genovese ed è ambientato interamente in una casa durante una cena. Sono tante le pellicole che troviamo in una sola ambientazione, e naturalmente in questi casi è fondamentale per esse che i dialoghi siano scritti bene. Il movimento della storia è dato unicamente dalla conversazione. Perfetti sconosciuti ha superato questo esame.

Perfetti sconosciuti

Perfetti sconosciuti: i cellulari scatola nera della vita

La storia parte da un presupposto assolutamente semplice quanto interessante: degli amici di lunga data si riuniscono per una cena. Durante la conversazione si parla di un amico in comune che ha tradito la moglie, venuta a conoscenza dell’adulterio poiché ha visto un messaggio sul suo telefono. I telefoni, ormai, sono le scatole nere delle nostre vite. Nei cellulari nascondiamo di tutto. Il punto di partenza della storia è questo: quante coppie si sfalderebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro?

Così, uno dei personaggi propone un gioco: per tutta la cena chiamate e messaggi saranno fatti e letti alla luce del Sole, davanti a tutti, senza nessuna eccezione. Tutti saranno in profonda tensione per la proposta, poiché tutti avranno qualcosa da nascondere. Gli sconosciuti del film e del titolo non sono altro che gli stessi amici di una vita. Non esiste alcuna retorica condanna della tecnologia, per quanto vi siano continui rimandi a essa come simbolo per mostrare la natura dell’uomo. Ad esempio quando si commenta la differenza tra uomini e donne, paragonando i primi ai PC e le seconde ai Mac.

“Eva: Siamo troppo diversi.

Bianca: Come Pc e Mac.

Peppe: Oh, e l’uomo cosa sarebbe?

Eva: L’uomo è PC, ovvio. Costa poco, si becca i virus e può fare al massimo una cosa alla volta.

Bianca: E le donne sono Mac: intuitive, veloci, eleganti.

Cosimo: Costano un botto, e sono compatibili solo fra di loro.

Bianca: Sì, ma creano dipendenza!”

Perfetti sconosciuti

Personaggi con mille sfaccettature

Inizialmente Perfetti sconosciuti appare come una commedia, con battute incalzanti e dialoghi veloci e ben strutturati. Si trattano gli argomenti più disparati con grande naturalezza, grazie a un cast che riunisce alcuni tra gli attori migliori del panorama italiano contemporaneo: Kasia Smutniak, Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Edoardo Leo, Anna Foglietta, Giuseppe Battiston e Alba Rohrwacher.

Un cast corale ben affiatato che riesce a fare affezionare subito lo spettatore a ogni personaggio. Giallini è quello che è rimasto più impresso nel pubblico, la scena più celebre riguarda un dialogo tra lui e la moglie interpretata da Smutniak, sul saper disinnescare nelle coppie. È anche l’unico con meno scheletri nell’armadio, in quanto il suo segreto si scopre senza che sveli il contenuto del telefono e riguarda l’andare in terapia, non un tradimento.

Perfetti sconosciuti

“Però una cosa importante l’ho imparata […]. Saper disinnescare. Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti. Io non voglio che finiamo come Barbie e Ken: tu tutta rifatta e io senza palle”.

Il fatto che proprio i dialoghi siano spesso citati avviene perché la sceneggiatura, di Paolo Genovese, Filippo BolognaPaolo CostellaPaola Mammini e Rolando Ravello ha costruito le caratteristiche dei personaggi proprio esponendo con naturalezza i loro pensieri, ma anche attraverso gesti e modi. Allora capiamo subito che il personaggio di Edoardo Leo ha qualcosa di nascondere, quando si toglie la giacca nervosamente, e una seconda visione del film aiuta a cogliere piccoli indizi del finale. La scrittura della pellicola è curata e sopraffina, senza alcun dubbio.

Perfetti sconosciuti

L’eclissi come metafora della finzione della società

Una caratteristica che forse appare marginale è anche la simbologia dell’eclissi. La cena non è una semplice riunione, infatti, gli amici si sono incontrati per due ragioni: conoscere la nuova fidanzata di uno di loro – che si rivelerà omosessuale invece – e guardare l’eclissi lunare. I momenti in cui la Luna è coperta e invece quelli in cui l’eclissi finisce sono uno spartiacque della vicenda.

Prima la verità celata, nascosta dentro quella scatola nera costituita dai telefoni, e infine invece la rivelazione di una seconda vita da parte di ognuno degli amici. Rivelazioni che comportano inevitabilmente una rottura di coppie e di amicizie. L’eclissi della propria vera identità è necessario per mantenere la pace, in un mondo in cui sembra impossibile essere se stessi. Ciò in quanto scopriamo che non rivelare quei segreti consente agli amici di restare tali e ai matrimoni di non fallire.

Permette, infine, di non sentirsi discriminati. Perché oltre ai tradimenti e alla sincerità tra i rapporti anche l’omofobia rientra tra le tematiche brillantemente affrontate dai dialoghi e dal finale a sorpresa. Da commedia Perfetti sconosciuti è pronto a divenire dramma. Ci mostra i demoni che abbiamo dentro, la difficoltà di stare al mondo, la necessità di celare per non soffrire o forse per non affrontare la realtà.

“Peppe: Se ami qualcuno lo proteggi, lo proteggi da tutto questo. Perché se vuoi bene a qualcuno la proteggi da tutto.

Rocco: Ma perché non ce l’hai detto prima?

Peppe: Perché non ve l’ho detto prima… perché prima non lo sapevo. Poi quando l’ho capito…

Lele: Poi quando l’ha capito ve lo dico io perché non ce l’ha detto, che sono stato frocio due ore e m’è bastato. Che siamo tutti moderni, no? Ci piace a tutti avere un amico frocio, ecco adesso ce l’abbiamo pure noi, e mi sembra pure che l’abbiamo preso abbastanza bene”.

Con il monologo finale Giuseppe Battiston arriva alla vera conclusione: se ami qualcuno lo proteggi, da tutto. Proteggere che cosa significa? Non eclissare, nascondere alla stessa persona, bensì proteggerla dal resto del mondo, dalle verità altrui, mantenendo verso di lei una certa onestà. Il film sfugge da retorica per mettere in atto un dramma potente e intenso, in un climax che cattura lo spettatore e lo tiene con il fiato sospeso. Ciò avviene attraverso piccoli dettagli, elementi semplici, ambientazioni non complicate. E quindi in un modo anche più difficile da ottenere.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Silvia Argento
Silvia Argento
Laureata triennale in Lettere Moderne e due magistrali in Filologia Moderna e Editoria e scrittura cum laude. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice, autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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