Dopo anni di attesa, il mondo di Peaky Blinders torna con Peaky Blinders: The Immortal Man, film conclusivo diretto da Tom Harper e scritto dal creatore della saga Steven Knight. Più che un semplice sequel, il film si presenta come un epilogo definitivo per uno dei personaggi più iconici della televisione contemporanea: Tommy Shelby.
Il ritorno del premio Oscar Cillian Murphy è il fulcro emotivo dell’opera, che si colloca in un contesto storico completamente nuovo rispetto alla serie: la Seconda Guerra Mondiale. Il cambio di scala è evidente fin dai primi minuti e segna un passaggio fondamentale: dalla criminalità locale alla Storia con la “S” maiuscola.

Peaky Blinders: The Immortal Man – Trama
Ambientato nella Birmingham del 1940, il film riprende la storia anni dopo gli eventi della sesta stagione. Tommy Shelby vive in un esilio autoimposto, lontano dalla sua famiglia e dal potere che aveva costruito, tentando inutilmente di lasciarsi alle spalle il proprio passato
Il fragile equilibrio viene spezzato quando una nuova minaccia costringe Tommy a tornare: una complessa rete di intrighi legata al nazismo e alla destabilizzazione economica del Regno Unito. Parallelamente, il controllo dei Peaky Blinders è passato al figlio Duke (Barry Keoghan), figura instabile e ambigua, che rappresenta una nuova generazione più impulsiva e meno strategica.
Il film si sviluppa quindi su due livelli: da un lato la lotta politica e militare, dall’altro il confronto personale tra Tommy e la sua eredità, incarnata proprio dal figlio. Il conflitto padre-figlio diventa il cuore narrativo della storia, trasformando il film in una riflessione sulla successione, sul fallimento e sulla possibilità (o impossibilità) di redenzione.

Peaky Blinders: The Immortal Man – Recensione
The Immortal Man è un film ambizioso, che prova a fare qualcosa di diverso rispetto alla serie, ma senza rinnegare la sua identità. Il risultato è un’opera solida, visivamente potente, ma non priva di limiti.
Dal punto di vista estetico, il film mantiene tutto ciò che ha reso Peaky Blinders riconoscibile: fotografia cupa, regia stilizzata, uso musicale anacronistico. Tuttavia, il passaggio al formato cinematografico amplifica questi elementi, rendendo alcune sequenze, soprattutto quelle legate ai bombardamenti e alla guerra tra le più spettacolari mai viste nel franchise.
Narrativamente, il film si configura come un vero epilogo. Non cerca di reinventare la storia, ma di chiuderla. Questo è allo stesso tempo il suo punto di forza e la sua debolezza. Da un lato, offre una conclusione coerente e tematicamente forte, concentrandosi su concetti come eredità, memoria e colpa. Dall’altro, manca in parte di quella tensione rivoluzionaria che aveva caratterizzato le stagioni migliori.
Il rapporto tra Tommy e Duke è senza dubbio l’aspetto più riuscito: uno scontro generazionale che riflette il passaggio da un mondo costruito a uno ormai fuori controllo. La scrittura qui è precisa e incisiva, e porta a momenti di grande intensità emotiva.
Più problematico è invece l’utilizzo dei nuovi personaggi. Figure interpretate da attori importanti come Tim Roth e Rebecca Ferguson risultano, in parte, sottosviluppate, limitandosi a funzioni narrative senza lasciare un vero impatto.
Anche il ritmo è irregolare: il film alterna momenti molto lenti e riflessivi a improvvise accelerazioni, creando una struttura non sempre equilibrata. Alcune recensioni hanno sottolineato come il film non raggiunga le vette della serie, pur restando un’esperienza soddisfacente per i fan.
Infine, il tono è decisamente più malinconico e crepuscolare. Tommy Shelby non è più il leader carismatico e invincibile: è un uomo stanco, segnato, quasi svuotato. Ed è proprio questa trasformazione a definire il senso del film.

Cast
Cillian Murphy (Steve, Oppenheimer) offre ancora una volta una performance straordinaria, giocata su sottrazione, silenzi e sguardi. Il suo Tommy Shelby è più umano che mai, e proprio per questo più tragico.
Accanto a lui, spicca Barry Keoghan (Saltburn) nel ruolo di Duke Shelby. La sua interpretazione è nervosa, imprevedibile, perfetta per rappresentare una generazione che non ha conosciuto le regole del passato ma solo le sue conseguenze.
Tornano anche volti noti della serie, come Ada Shelby interpretata da Sophie Rundle (The midnight sky) Stephen Graham (Adolescence) e Packy Lee, contribuendo a mantenere una continuità emotiva con il mondo originale.
Le nuove aggiunte, tra cui Tim Roth (Lie To me, Pulp fiction) e Rebecca Ferguson (Mission Impossible – Dead Reckoning, Dune), portano carisma ma, come detto, non sempre trovano lo spazio necessario per brillare davvero.

Conclusione
Peaky Blinders: The Immortal Man è un finale imperfetto ma significativo. Non è il capitolo più potente della saga, né il più innovativo, ma è quello più consapevole.
Soprattutto, è un finale degno di Tommy Shelby.
La chiusura del suo arco narrativo è costruita con coerenza e rispetto per il personaggio: il film non cerca scorciatoie emotive né redenzioni facili. Il momento conclusivo, segnato da un discorso finale intenso e profondamente simbolico, riassume perfettamente tutto ciò che Tommy è stato: un uomo diviso tra ambizione e colpa, tra controllo e autodistruzione.
In quella scena, più che in qualsiasi scontro o intrigo politico, emerge il vero significato del titolo. Tommy Shelby non è immortale perché sopravvive, ma perché lascia un segno indelebile, negli altri e nella storia.
È una conclusione che non cerca di soddisfare lo spettatore in modo convenzionale, ma di essere fedele alla natura del personaggio. E proprio per questo funziona.
Per i fan, è una chiusura necessaria. Per Tommy Shelby, è la fine di un viaggio che non poteva che concludersi così: con lucidità, con dolore, e con una consapevolezza che arriva forse troppo tardi.
Ma perfettamente in linea con la sua leggenda.
