Park Chan-wook è il regista sudcoreano, assieme a Bon Joon-ho (Parasite), più famoso al mondo. La fama internazionale la deve al secondo film della sua Trilogia della vendetta; Old Boy, Grand Prix della giuria a Cannes nel 2004. Per molti, “il film che avrebbe voluto fare Tarantino“, per stessa ammissione del regista statunitense. Ma Park Chan-wook va ben al di là del plebiscito della critica o dell’attenzione da parte del pubblico amante di Tarantino. Con il regista coreano non va commesso l’errore di ritenerlo l’emulo dell’autore di Pulp Fiction. Quantomeno non nei termini di un semplice amore per la violenza e il sangue, che sono elementi che saltano all’occhio, ma del tutto secondari per la poetica dell’uno e dell’altro regista.
Si può fare, però, un parallelismo: Tarantino è il regista americano postmoderno per eccellenza. Durante la sua carriera ha utilizzato il cinema e la sua storia per creare mondi nuovi e, addirittura, cambiare il corso degli eventi. In questo, Park Chan-wook gli è indubbiamente simile. I suoi esordi sono con un cinema estremamente debitore della New Hollywood e del cinema di Hong Kong. Il suo terzo lungometraggio, Joint Security Area, è un ritratto idealistico su un’umanità che resiste nonostante ideali politici inconciliabili. Il suo è un cinema innervato di riferimenti ad altre pellicole (e ad altri media), che però si ritaglia l’autonomia interpretativa della realtà. È un cinema denso, anche politico; soprattutto dove non sembra. In occasione del Festival di Cannes 2026, dove è presidente di giuria, percorriamo – a grandi linee – la sua carriera.

Park Chan-wook, un breve ritratto
Nato a Seul nell’agosto del 1963 in una famiglia di artisti (padre professore di architettura e madre poetessa), Park ha sin da subito una grande passione per l’estetica; prima come pittore e poi come critico d’arte. Con l’intenzione di intraprendere questa carriera si iscrive alla facoltà di Filosofia di Sogang mentre, nel frattempo, si appassiona al cinema grazie ai film in lingua inglese. Ma è solo con la visione di Vertigo (e questo film, come vedremo, tornerà in maniera prepotente nella sua carriera) che decide di diventare regista.
Il fatto che sia stato sin da subito attratto dalla critica d’arte è terreno fertile per una lettura metacinematografica della sua opera, che troverebbe il suo naturale punto di arrivo in No Other Choice. Il cinema, nei suoi film, è smontato e rimontato per riflettere sulla sua struttura e offrire stimoli sia di matrice orientale che occidentale. Non a caso Park rimane il più vicino tra i sudcoreani all’occidente. I suoi studi filosofici confermerebbero l’altezza teorica della sua operazione, che non si limita – come molti detrattori sosterrebbero – a un vuoto estetismo primo di reali contenuti.

La Trilogia della vendetta
Non ci soffermeremo sui primi due film di Park, rinnegati dallo stesso regista anni dopo averli diretti – un po’ come Kubrick col suo esordio, Paura e Desiderio -; e nemmeno sul, pur bellissimo, Joint Security Area. Ci serviremo, però, di una frase di quest’ultimo per affrontare la poetica dell’autore: “il nostro obiettivo non è scoprire chi, ma perché”. Tutto il cinema di Park è un cinema che analizza il perché, senza curarsi del chi e del come (l’eco degli studi dei filosofi, che si chiedono perché). Guardando a Mr. Vendetta, ad esempio, risulta chiaro sin dall’inizio che ci troviamo di fronte ad un’opera di finzione. Al regista sudcoreano non interessa aderire alla verosimiglianza, non interessa tappare i buchi che intercorrono tra una scena e l’altra. Le cose accadono, in maniera anche eccessiva; ma il focus dell’artista è sulle motivazioni ultime delle azioni e della loro inevitabilità.
Mr. Vendetta non è una pellicola che indugia sull’infinità del vortice della vendetta. Nei suoi film Park non fa mai la morale facile. Il primo capitolo della cosiddetta Trilogia della vendetta cerca di scavare nelle profondità sociali e politiche della Corea del Sud per rispondere alla domanda sul perché di tanta violenza. È però col film successivo che Park raggiunge la notorietà che merita. Il peso specifico di Old Boy nella storia del cinema degli ultimi venticinque anni ha pochi eguali. L’occidente mainstream scopre un cinema nuovo, sconosciuto, che aprirà poi le porte a ciò che farà Parasite agli Oscar 2020. A differenza del predecessore, questa seconda tappa si muove su binari più onirici. Pur non mancando una riflessione sullo stigma sociale, la pellicola indugia maggiormente sul viaggio interiore del protagonista che, come il regista stesso, compie il suo viaggio per scoprire, innanzitutto, perché è stato prigioniero per quindici anni.
Non a caso il film ruota attorno all’ipnosi che può modificare a piacimento la psiche. Una psiche che può tradire e che allo stesso tempo può essere pesantemente compromessa da una lingua che ferisce più di una spada. Il cerchio si chiude, infine, con Lady Vendetta. L’intento di Park era quello di ragionare sul tema ma, questa volta, dal punto di vista femminile, per sondare terreni più delicati. I risvolti, però, saranno ancor più spaventosi dei film precedenti. Il film è un racconto di liberazione personale che sfocia in un qualcosa di più: fino a dove può spingersi l’animo umano nella ricerca della vendetta? Che limite c’è tra questa e la giustizia? La parte finale del film, dove la vendetta smetterà di essere personale ma diventerà collettiva; è forse la riflessione politica più lucida e al contempo disillusa sull’animo umano che Park abbia fatto fino a quel momento.

Una parentesi di genere
Un qualsiasi altro autore, dopo il successo di Old Boy e della sua estetica, avrebbe cavalcato l’onda e avrebbe proposto un cinema sempre uguale a sé stesso soddisfacendo le aspettative della nuova schiera di fan. Da grande artista quale è, però, sovverte queste aspettative e propone al pubblico I’m a Cyborg, But That’s Ok. Una delicata riflessione sulle ripercussioni psicologiche di una famiglia, e una società, opprimenti. I protagonisti sono due ragazzi in un manicomio: lei crede di essere un robot, lui ha paura di svanire e quindi ruba in continuazione le cose degli altri. Un film che flirta con la fantascienza, con la commedia e col dramma.
La pellicola successiva, invece, è addirittura un horror: Thirst, che è un film sui vampiri ma che è, al contempo, tratto da Therese Raquin. Il capolavoro di Zola ha già in sé elementi macabri, dove eros e thanatos convivono. Park esaspera questi temi mediante il genere: l’amore si trasmuta in passione, fino all’ossessione. Un amore per l’altro – simile a te – e l’odio e il disprezzo per l’umanità, che va invece annientata strappandole via il sangue. La pellicola successiva, invece è la sua prima, e finora unica, completamente in lingua inglese: Stoker. Con un cast internazionale che vede Nicole Kidman, Matthew Goode e Mia Wasikowska; Park forse regala la sua pellicola meno riuscita; ma non per questo di basso livello. A metà strada tra Teorema di Pasolini e Cappuccetto Rosso (quantomeno nel simbolismo).

Park Chan-wook e la perfezione stilistica
La poetica del “perché” rispetto al “come” assume dei tratti ancora più stratificati nelle sue ultime tre pellicole. Si inizia con Mademoiselle, presentato a Cannes nel 2016 e arrivato in Italia solo nel 2019. Il film è un’opera sontuosa. Una lezione a metà strada tra Kurosawa e Hitchock sul relativismo del punto di vista che, man mano, si assolutizza. Il ritratto perfetto di una condizione, quella della donna, attraverso tre atti. È un film che accompagna lo spettatore attraverso le sue diramazioni svelando piano piano tutti i suoi segreti. Un racconto che forse per la prima volta lascia aperto un leggero sprazzo di luce.
Di nuovo Cannes, questa volta nel 2022, col premio per la regia. Di nuovo Hitchcock, questa volta apertamente citato col suo Vertigo: Park ci regala Decision to Leave. Primo film di questa terza decade degli anni duemila. Con l’affacciarsi negli anni ’20 Park riflette sugli strumenti della contemporaneità, e i perché verranno spiegati attraverso gli schermi. Decision to Leave parla di duplicità, di doppia vita (figlio di Vertigo); e come può essere messo in scena nel modo migliore il doppio, negli anni ’20, se non con lo specchiarsi, e col nascondersi, nel dispositivo digitale? Decision to Leave non è solo uno dei migliori thriller degli ultimi anni, ma è un’attenta riflessione sull’io diviso.
Con la sua ultima opera, No Other Choice, Park firma forse un’altra vetta del suo cinema. Dopo un film che riflette sulla contemporaneità attraverso la centralità degli schermi, con No Other Choice fa un ulteriore passo avanti, riflettendo sull’impatto negativo dell’enorme digitalizzazione sulla società e, sottotraccia, anche sul cinema. No Other Choice è una discesa negli inferi di un singolo uomo per provare a riprendersi ciò che gli è stato tolto: ritornare alla carta (all’analogico) sporcandosi le mani uccidendo i suoi competitor; ma a quale prezzo? Park Chan-wook riflette sul cinema e sul suo futuro portando una risposta a metà strada tra il disilluso (le sorti del protagonista) e lo speranzoso (l’epilogo della figlia).
La settima arte, come sempre, continuerà. Aderendo o meno alle profezie del regista sudcoreano. Se in questi ultimi trent’anni è rimasta ancora in vita, però, lo dobbiamo – tra gli altri – proprio a Park Chan-wook.
