Come approcciarsi all’Amleto di William Shakespeare dopo il più che esaustivo, e impareggiabile per completismo, adattamento realizzato a metà degli anni ’90 per mano di Kenneth Branagh, che ha firmato, sia come regista che nei panni del protagonista, un’opera magna della durata di oltre quattro ore nella sua edizione integrale? Semplice, offrendo un’altra versione della storia vista attraverso gli occhi di un altro fondamentale personaggio del testo come Ofelia, la ragazza amata dal vendicativo principe di Danimarca e condotta alla follia dal procedere sempre più burrascoso degli eventi. E in un periodo dove il movimento MeToo ancora domina, giustamente o meno, certe logiche concettuali, non poteva che essere una donna a dirigere questa particolare reinterpretazione: dietro la macchina da presa di Ophelia siede infatti l’australiana Claire McCarthy, autrice in carriera degli inediti Cross Life (2007) e The waiting city (2009) e qui alla sua prima produzione di peso con un cast delle grandi occasioni e un budget di tutto rispetto.

Ophelia

In questa atipica rilettura del classico, Ophelia ci accompagna sin dai primi istanti alla scoperta di un’Ofelia bambina che, a dispetto della tenera età, dimostra già un carattere ribelle che la porta a farsi notare dal principe Amleto, anch’esso ancora un infante e già in accesi contrasti con lo zio Claudio. L’azione filmica si sposta poi rapidamente in avanti negli anni, quando la protagonista, ormai splendida ragazza, inizia una relazione segreta con Amleto, prima che gli eventi precipitino. Mentre il figlio del re si trova infatti lontano da casa, il sovrano viene ritrovato senza vita e a succedergli sul trono è proprio l’odiato Claudio, il quale nel frattempo ha conquistato anche il cuore della regina Gertrude. Il ritorno a casa del principe, che sospetta a ragione un coinvolgimento del parente nella morte del genitore e accetta a fatica il nuovo stato dei fatti, complica ulteriormente le cose e la stessa Ofelia rimane suo malgrado coinvolta in un intrigo quale prima ancella e confidente di Gertrude, nonché sua emissaria nelle soventi richieste di magici unguenti ad una misteriosa “strega” che vive nascosta nel bosco.

Ophelia

Il suggestivo prologo di “Ophelia”, con la protagonista immersa nelle acque del lago e un avvolgente voice-over della stessa, faceva presagire il meglio per i cento minuti a venire, e la prima mezzora sembrava confermare le prime buone impressioni, con scelte stilistiche e scenografiche affascinanti rendenti appieno un immaginario in costume delle grandi occasioni. Con il passare dei minuti vengono però lentamente alla luce le reali colpe di un’operazione che non mostra rispetto per la fonte originaria e si esalta solo nei suoi slanci proto-femministi, con le donne che diventano cuore predominante del racconto lasciando le figure maschili in secondo piano. Una scelta che sarebbe potuta risultare accettabile qualora la sceneggiatura avesse proposto sviluppi narrativi degni di nota e tali da giustificare questo particolare approccio, ma che risulta totalmente assurda nella piega sempre più illogica che prende il racconto, fino ad un epilogo che sfiora il ridicolo involontario e si discosta nettamente da quanto scritto dal bardo d’Albione. Tra doppelganger, influenze mistiche, tardivi flashback rivelatori, citazioni improbabili a Mulan e scelte non sempre sensate da parte delle pedine coinvolte, Ophelia sembra schiavo di una schizofrenia di intenti che lascia il campo a soluzioni più gratuite che realmente coerenti.

Ophelia

La chiosa finale di “Ophelia”, sottolineata dal fatto che “ognuno racconta la propria storia”, non basta a giustificare un calderone così oppressivo e caotico ma la raffinata messa in scena, suggellata da ispirati scorci scenografici e da ambientazioni reali in contesti d’epoca, riabilita Ophelia almeno dal piano estetico, con una manciata di sequenze (su tutte quella del ballo in maschera) che brillano per eleganza e raffinatezza. A mancare è però il contenuto, e uno sguardo così insistito diventa paradossalmente il peggior avversario del messaggio che si voleva trasmettere, come ulteriormente stigmatizzato dalla scarsissima caratterizzazione di Amleto e di Claudio, i due antitetici “uomini forti” nella drammatica tenzone, che sono volutamente tratteggiati in chiave caricaturale: se George McKay è poco carismatico nei panni del principe di Danimarca, Clive Owen risulta invece totalmente sprecato nei panni del crudele zio. La protagonista Daisy Ridley convince a metà, venendo trascinata a fondo dal destino di un alter-ego tutto fuorché facile da gestire e la parte della leonessa è così lasciata nelle mani di Naomi Watts, in un doppio ruolo che la vede giostrarsi su molteplici sfumature con una notevole intensità drammatica. Per un’operazione che a dispetto di un’ottima partenza si perde nelle proprie ambizioni di rimaneggiare, in una battaglia dei sessi ante-litteram, una delle opere immortali della letteratura di tutti i tempi.

Voto Autore: 2.5 out of 5 stars