“Oldboy”: il dipinto espressionista più crudo e poetico del cinema post moderno. Violenza e colore irrompono sulla tela: al centro un uomo solo, in una gabbia. Una colorata carta da parati lo imprigiona in un limitato spazio privo di luce naturale. Un sentiero rosso sangue da percorrere. Si procede a tentoni tanto nell’oscurità quanto alla luce quando non si conosce la verità. E forbici d’oro attendono di recidere inesorabili la corda che avrebbe potuto consentire la risalita. La verità sa infliggere dannazione anche ad un uomo traboccante di rabbia.

Se il secondo capitolo della trilogia della vendetta fosse un dipinto lo potremmo immaginare così. Una tela dalla cornice barocca e dall’impatto visivo dirompente: i colori lividi si avvicendano lasciando l’osservatore interdetto. Stordito nel tentativo di decifrare un messaggio feroce.

Choi Min-sik è Dae-su

Park Chan Wook, il regista coreano ebbro di stile, il romanziere della vendetta, apostolo di tecnica e moralità. Nel 2000 il suo “Join Security Area” supera in patria ogni precedente incasso. Una pellicola che, anche a qualche anno di distanza, non ha perso nemmeno in parte il fascino di una narrazione non lineare, che procede fra smentite e flashback, traboccante di tutta l’essenza del cinema di Park: genere e sperimentazione, autorialità e interesse per gli aspetti sociali e politici della contemporaneità.

Il cineasta coreano ha iniziato ad occuparsi di settima arte scrivendo fervide recensioni. Una passione vibrante la sua, una capacità unica di immergersi nello schermo, di sostare al confine fra narrazione, inconscio e oratoria dell’immagine. Divenuto regista si è affermato come un autore apprezzato per l’ineguagliabile eleganza nel linguaggio cinematografico e per l’insaziabile voracità di crude narrazioni. La sua è una voce dal tono suadente, persuasivo: le parole che usciranno dalla sua bocca sapranno conficcarsi ben dentro fino alle nostre viscere.

La trilogia della vendetta è stata istituita a posteriori, frutto di un’analisi di pubblico e critica. Nessuna ricerca della soluzione del caso, nessun mistero da sciogliere. Park ci offre tre storie, tre vite, tre modi di fare della vendetta tutto ciò che ci resta. Saremo conquistati dalle prospettive multiple di Park, dal montaggio che attrae e stordisce, dalla fotografia satura e superba impressa su di un negativo 35mm di Chung Chung-hoon (comune sia al secondo capitolo, sia al terzo). Saremo in corsa, ma non per un chiaro e illustrativo finale: attenderemo che la realtà si infranga davanti ai nostri occhi, e per tre volte, per tre meravigliose e indimenticabili volte, Park non ci porgerà il collante necessario per rimettere insieme i pezzi. “Mr. Vendetta” la crudezza della colpa e la condanna del silenzio; “Oldboy” l’estetica e la vendicativa crisi d’identità; “Lady Vendetta” la paziente ed intellettuale attesa dell’espiazione.

Kang Hye-jeong è Mi-do

Le storie di Park ruotano intorno ad un personaggio sempre sull’orlo dell’abisso, che afferra con ogni sforzo la terra ferma che apparentemente lo sostiene. Lo spettatore alla stregua del protagonista è chiamato a seguirlo nei suoi tortuosi movimenti. Ma non è questa l’unica sfida a noi dedicata. Subentrano voci secondarie, sguardi onniscienti, fluttuanti: smembrare il reale con il virtuosismo della macchina da presa, frammentare la narrazione con flashback e brandelli onirici, spezzare lo schermo con split screen e mediante il fascino elusivo del fuoricampo. Sono gli indizi di un punto di vista inafferrabile, mobile, da inseguire.

Dae-su e Mi-do

“OldBoy” è il film che avrei voluto girare. Questo ha detto Quentin Tarantino. Il cineasta che più di tutti in Occidente ha inzuppato le sue mani del Tennessee nel cinema asiatico traendone sempre spunti di puro incanto. Eppure questa volta non è opera del nostro caro Quentin. E nemmeno un esperto di narrazione e verità come Spike Lee ha saputo rendere omaggio a questa pellicola. È un’ammissione amara ma il maestro della protesta ha fallito su tutta la linea con il suo remake d’Oltreoceano. “Oldboy” è una creatura irripetibile, una poesia così profonda e terribile da poter essere recitata solo da chi l’ha composta.

“Oldboy” è anche il nome del manga (opera di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya) da cui Park trae ispirazione. Ma la sua sceneggiatura è superiore, lo è per lirismo e per carattere.

Oh Dae-su. Il suo nome significa “colui che si diverte, e va d’accordo con tutti”. Eppure non sembra divertirsi affatto. Si rende ridicolo davanti agli agenti di polizia, cerca una cabina telefonica per poter augurare alla figlia buon compleanno, con la voce impastata di chi ha bevuto troppo, con il fare di chi procede a braccetto con la propria mediocrità da troppo tempo. Eppure siamo solo all’inizio, e quella macchia di inettitudine sta già per essere pulita via, con una passata di spugna. Dae-su viene rapito, e tenuto segregato in una stanza: una prigionia lunga 15 anni. La sua non è una storia dal risvolto ordinario, e per uscirne vivi servirà molta tempra, lucidità e sopportazione.

Chi ha deciso di infliggere una punizione così bestiale? E soprattutto cosa ha fatto Dae-su per meritarla? Per 15 anni scriverà la biografia delle sue cattive azioni, annoterà i nomi di chi ha offeso e infastidito, 15 anni per rovistare nella memoria alla ricerca di un volto verso cui scaraventare tutto il suo odio. Nessuna ferita inferta sembra meritevole di un tale castigo. Fermo nell’oscurità Dae-su mantiene vivo il suo ardore di vendetta, mentre nello schermo di una piccola televisione scorrono la storia della Corea e la trama del mondo, senza sosta.

La morte della principessa Diana nel 1997, l’incarcerazione del presidente Roh per corruzione nel 1996 e i problemi finanziari del 1998, la coppa del Mondo in Corea del Sud e in Giappone nel 2002. Si suggerisce una dialettica fra interno ed esterno, fra buio e luce, fra la condanna all’immobilismo e un dinamismo inarrestabile. Se si considera che “Oldboy” è stato distribuito nel 2003, si può facilmente suppore che Dae-su sia stato fatto prigioniero nel 1987: una data importante per la Corea del Sud. Fu l’anno delle prime elezioni dirette dopo 16 anni. Un’intera società che si è mantenuta eretta conservando un precario equilibrio, come Dae-su fino a quel momento.

Dopo 15 anni di completo isolamento, Dae-su viene liberato. Si sveglia esattamente nel luogo in cui era stato rapito. Al posto della cabina telefonica dove era stato prelevato ora si erge un enorme edificio. Dae- su viene rilasciato sul tetto dell’imponente edificio: il mondo appare avvolto nel bagliore, irriconoscibile e accecante.

Woo-jin (Yoo Ji-tae)
“Te lo ripeto, vendicarsi fa bene alla salute. Ma… che succede una volta che ti se vendicato?”

 “Farò a pezzi il suo corpo, nasconderò i brandelli del suo corpo in modo che nessuno possa trovarli, perché li divorerò pezzo per pezzo”. Dae-su promette vendetta. Ma perché è stato liberato? Perché chi lo ha schiacciato per 15 anni ora ha deciso di aprire la gabbia? Perché innescare un ordigno che non desidera altro che scoppiare fra le mani del suo creatore?

“Oldboy” è in effetti un bomba che attende pazientemente di esplodere laddove è stata meticolosamente messa a punto. Il volto della brama di rivalsa è quello di Choi Min-sik (Oh Dae-su), eloquente, vigoroso, sublime nell’alternare folli risolini , sotto una villana chioma selvaggia, a compiaciuti sorrisi di spietata soddisfazione, non appena la vendetta sembra ripagarlo.

Da disfunzionale uomo di famiglia a bestia sanguinaria. Dae-su deve trovare chi gli ha sottratto la vita ancorandolo per sempre al passato. Troverà una fedele alleata in Mi-do (Gang Hye-Jung) e insieme si sforzeranno di ricomporre il puzzle per giungere alla risoluzione del mistero. Mi-do è dolce, acuta e ingenua allo stesso tempo. Resterà accanto allo sventurato Dae-su fino alla fine: un amore fatto di protettivo affetto e sofferti amplessi. Quale incanto mantiene vicini questi due personaggi?

A poco a poco, il puzzle si ricompone e incontriamo il carnefice. Lee Woo-jin (Yoo Ji-tae): un giovane milionario, con lo sguardo deciso e magnetico. Woo-jin ha avuto un rapporto incestuoso con la sorella ai tempi del liceo e Dae-su maldestramente ha raccontato il loro segreto. La ragazza, all’epoca adolescente, in preda al panico e alla vergogna, si è tolta la vita. Woo-jin ha così messo a punto un piano perfetto e subdolo, crudele e bestiale, per punire la linguaccia di Dae-su colpevole del pettegolezzo. Il suo progetto avrà una riuscita letterale e diabolica.

Oh-Daesu è un eroe degno di una narrazione epica. E “Oldboy” ha le carte in regola per mostrarsi in tutta la magnificenza di una tragedia greca. Dae-su è risoluto e intelligente. Un personaggio dalla saggezza shakespeariana e dal destino che rammenterà ai più quello dell’Edipo Re di Sofocle, il tutto impregnato immancabilmente nell’essenza onirica orientale. Vendetta, furia, incesto, ipnosi: sentieri di sangue seguiti con impavida fermezza, scantinati scandagliati armati di un martello, un amore puro che si scopre contaminato, ma ciononostante degno di essere protetto, salvato dalla menzogna.

“Oldboy” è un film che non si dimentica. Un linguaggio espressivo poderoso, reso con colori che rievocano la corrente pittorica del Die Brücke: una pittura veloce, dai colori violenti, linee marcate e forme spigolose. Il ritmo del montaggio è rapido, frammentato e la fotografia fortemente contrastata. Gli spazi, sia interni che esterni, lividi e cupi, schiacciano i personaggi. Park plasma un’opera stilisticamente divina, pur tenendo fede alle origini fumettistiche del soggetto: il martello tenuto saldamente fra le mani di Dae-su segna una linea direzionale verso il cranio della vittima destinataria del colpo. Quel martello è divenuto simbolo di una delle scene più cruente del cinema recente: la violenza di questo frammento è stata incorniciata da un magistrale piano sequenza, una scena di lotta indimenticabile girata interamente con un carrello laterale che ha fatto di Dae-su uno dei picchiaduro più ardimentosi che si siano mai visti.

“Oldboy” è anche il film del polpo divorato vivo. Simbolo d’invadenza, di mostruosità, di viscida intromissione. Il polpo rappresenta le pulsioni più profonde, quelle inconfessabili, erotiche anche. Dae-su, libero da poche ore, è consumato dalla rabbia. Vuole mangiare qualcosa di vivo. Addenta un polpo con decisione, con violenza, di certo non perché sta dominando le sue infime pulsioni, ma perché vi si sta abbandonando. Egli si è tramutato in una bestia.

Dae-su ingurgita il germe che lo annienterà dall’interno: l’essenza della vendetta che calpesta e distrugge è tutta in quei tentacoli che continuano a muoversi. I polpi sul set, per una ragione di delicatezza, erano quasi moribondi: si trattava di certo di una delle scene più complesse da girare. A rendere epica la scena ci ha pensato l’attore Choi Min-sik: insistette affinché il polpo fosse vivo e in buona salute, voleva che la scena riuscisse a trasmettere tutta la sua ferocia. “Recitare è onestà e sofferenza: in quel film mi apprestai a mangiare tre polpi vivi”, ha dichiarato. Un attore enorme, perfetto, brutale, nessuno avrebbe potuto vestire gli scomodi panni di Dae-su meglio di lui.

In Corea si crede che mangiare polpi vivi renda forti e sessualmente attivi, è curioso realizzare come la vita sentimentale di Dae-su sarà piena di sventura e dolore.

“Ricorda: sia un granello di sabbia che una roccia, nell’acqua, affondano allo stesso modo”. Due personaggi o uno soltanto? Chi è il granello di sabbia e chi la roccia? Dae-su e il suo carnefice. Due volti che si sovrappongono, due voci che raccontano, con le stesse parole, una storia soltanto. La storia dell’uomo in gabbia per 15 anni e la storia dell’uomo che ha mosso i fili dall’esterno, chiuso ciononostante in una gabbia di odio e desiderio di rivalsa, una gabbia dal perimetro più grande ma capace di rendere disumani allo stesso modo. Woo-jin lo condurrà all’inferno, e lì i due uomini si somigliano molto: il segreto dell’incesto da mettere a tacere, una vendetta da compiere fino all’ultimo respiro.

Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo

“Oldboy” è dolorose sequenze erotiche e onirici frammenti, è noir feroce e tragedia romantica. “Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo”. Questa frase continuerà a fare compagnia alla vostra anima per molto tempo. Un film oramai eterno che non smetterà di far parlare di sé.

Voto Autore: 5 out of 5 stars

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