Recensioni FilmObsession - Quanto è oscuro l'oggetto del desiderio?

Obsession – Quanto è oscuro l’oggetto del desiderio?

Obsession (2025) si apre con un semplice campo-controcampo in una tavola calda: un ragazzo rivela i propri sentimenti alla ragazza che ha di fronte. Ma quando la musica colma di pathos finisce, scopriamo di aver assistito a una messinscena. Alle prove generali di una dichiarazione d’amore, simulata di fronte a una cameriera. Un’interazione non meno falsa della relazione attorno a cui ruoterà il film.

Il classe 1999 Curry Barker, con una carriera da comico e da youtuber alle spalle, sin dai primi minuti del suo primo lungometraggio per il grande schermo sembra già volerci ricordare, come direbbe il regista di un altro Obsession, che il cinema mente 24 volte al secondo.

Obsession

Obsession – Trama

Bugiardo è innanzitutto Bear (Michael Johnston), l’impacciato (anti)eroe della storia, incapace di dichiararsi davvero all’oggetto delle proprie brame, l’amica di una vita Nikki (Inde Navarrette), tanto da arrivare a negare i propri sentimenti in risposta a una specifica domanda di lei. Fallito il tentativo di dialogo a cuore aperto, il nostro riversa la propria frustrazione su un “Salice dei Desideri”, acquistato per gioco in un negozio di articoli esoterici. Spezzando il bastoncino, chiede ardentemente che Nikki “lo ami più di chiunque altro al mondo”. Improvvisamente, la ragazza cambia atteggiamento nei suoi confronti, colmandolo di attenzioni fino a rivelarsi letteralmente pazza di lui.

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Obsession – Recensione

Costato meno di un milione di dollari, il film di Curry Barker è una dimostrazione sapiente delle molteplici possibilità che offre l’horror a progetti low budget. Poche location, pochi effetti, pochi attori, ma numerose “economiche” idee di messinscena. La più efficace? Evitare i jump scare a favore di uno sfruttamento del longtake e dell’illuminazione. A far paura non sono il taglio di montaggio improvviso o l’irruzione in scena del “mostro” (salvo una significativa eccezione), bensì il lento emergere del conturbante all’interno della singola inquadratura e i semplici tagli di luce che adombrano il volto di Nikki.

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Superlativa anche la direzione degli attori: Inde Navarrette è una rivelazione, capace com’è di scindere continuamente la propria interpretazione, sterzando tra l’amorevole e il nevrotico e tra l’esser vittima e carnefice in un solo corpo; Michael Johnston imprime, invece, le giuste dosi d’inadeguatezza e acquiescenza al suo Bear, travolto dall’imponderabile, eppure più responsabile del precipitare degli eventi di quanto non si possa superficialmente pensare.

Quell’oscuro oggetto del desiderio

L’ombra sul volto di Nikki è il leit-motiv dell’opera. Sono le tenebre che calano sull’apparentemente ordinario, trasfigurando l’universo del verosimile, rivoltando come un argentiano guanto da assassino la commedia romantica che il film potrebbe essere. È la sua intera silhouette, immobile davanti all’uscio di casa, a farsi indicatrice dell’orrore che seguirà, anticipata solo da una morte felina sul cui stacco paiono già morire anche i propositi sentimentali di Bear. La salma del gatto, trafugata, messa su un’altare, consumata e vomitata in pausa pranzo, pare anch’essa, dopo che profezia, simbolo di un amore malato, nato morto, tenuto insieme da un maleficio e da un’illusione di cui Bear si nutre fino alla nausea.

Ma non si tratta solo della rappresentazione di una coppia disfunzionale: nel suo muoversi come un equilibrista tra i generi – e la commedia ritorna nerissima nell’ultimo atto -, Barker mette a fuoco l’instabilità emotiva di una generazione, l’insicurezza atavica, il rifugio tanto confortante quanto pericoloso in qualcosa che “non è reale”, come uno dei tanti universi digitali che finiscono per totalizzare le attenzioni dei più giovani, inibendone l’intraprendenza sociale.

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High concept movie e topoi di genere

Tuttavia, se tra i pregi di Obsession c’è sicuramente l’ambizione di andare oltre il racconto dell’orrore, d’ibridarsi e parlare d’altro, va anche detto che una delle carte vincenti dell’operazione sta proprio nel non vergognarsi di seguire determinati topoi, senza la pretesa di rivoluzionarli. Funziona il locus del negozio apparentemente ordinario che vende articoli fantastici (Gremlins docet). Funziona l’idea della telefonata a un centro assistenza che fornisce regole precise e inderogabili: “Il desiderio che ti spetta è uno solo. Non si può annullare, né modificare” (abbiamo visto lo stesso schema in The substance).

Funziona, soprattutto, il modello da high concept movie: la storia è abbastanza d’impatto da poter essere raccontata in una sola frase, catturando già così l’interesse dello spettatore. Non è un caso se il film si sta avvicinando a un rapporto di 100 a 1 tra incassi worldwide e budget. Un risultato reso possibile anche dalla forza del passaparola, considerando l’andamento in crescita nelle sale col passare delle settimane.

Conclusioni

Non possiamo dunque che augurare le migliori fortune a Obsession e a Curry Barker. Si vocifera già di sequel e serie tv, mentre il regista è al lavoro su un horror dal titolo Anything but Ghosts, oltre ad essere stato recentemente scritturato da A24 per un nuovo adattamento di Non aprite quella porta (info qui).

Nell’attesa, ci godiamo quest’opera semplice ma intelligente, scommettendo possa presto diventare un classico nel suo genere. Un film che sa far paura intercettando paure contemporanee, lavorando d’economia ed esaltando i mezzi espressivi a sua disposizione. Un film che sa divertire prendendosi sul serio.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Obsession è un horror che funziona. Ben scritto e ben diretto, è notevole per l'interpretazione di Inde Navarette e per delle sequenze già da antologia. Un prodotto capace anche di muoversi tra i generi, rivoltando la rom-com per parlare di ansie e deficit sociali della gen z.
Alberto Bajardi
Alberto Bajardi
Nato su quel ramo del Lago di Como dove Hitchcock girò la sua opera prima, si iscrive a giurisprudenza ispirato da La parola ai giurati, ma si ritrova a disertare le lezioni come Antoine Doinel, attratto dai matinée delle sale milanesi. Laureatosi al DAMS per non sentirsi più in colpa, ama il cinema senza distinzione di generi e cerca in un film nient'altro che emozioni autentiche, siano esse nei più acuti ritratti umani di Cassavetes o nei più viscerali horror di Cronenberg.

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