HomeRecensioni FilmNouvelle Vague – il tributo alla rivoluzione del cinema

Nouvelle Vague – il tributo alla rivoluzione del cinema

Richard Linklater ha presentato il suo Nouvelle Vague in concorso al Festival di Cannes, questione di coerenza filologica. Sì, perché il regista col suo biopic ha messo in scena quel movimento che cambiò per sempre il panorama cinematografico non solo francese dagli anni ’60. Un omaggio ordinato, forse troppo, con svariati meriti, primo tra tutti un cast di giovani attori e attrici che riesce a rendere la dimensione dei propri personaggi.

Linklater firma così un biopic non esattamente biopic, un film spurio come molti nel corso della sua filmografia. Non è un film su un solo personaggio, sebbene un protagonista ci sia, è un film su un film, quello che forse più di tutti ha assunto il ruolo di simbolo della sua generazione.

Nouvelle Vague – trama e cast

1959, Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck), François Truffaut (Adrien Rouyard), Claude Chabrol (Antoine Besson) sono l’anima della rivista di critica Cahiers du Cinéma. I tre si trovano alla prima di un film prodotto dal loro amico Georges de Beauregard (Bruno Dreyfurst). Jean-Luc intrattenendosi con la collega e amica Suzanne Schiffman (Jodie Ruth Forest), parla dei suoi progetti. Questi è infatti il solo del gruppo a non aver ancora realizzato un lungometraggio, Suzanne lo incoraggia allora a realizzare il suo film. Confrontandosi a Cannes con Georges dopo aver assistito alla prima de I 400 colpi decide di realizzare un lungometraggio tratto da un soggetto di François. Per il film decide di ingaggiare Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin), allora abbastanza sconosciuto e Jean Seberg (Zoey Deutch)già una stella del cinema.

Mentre Jean-Paul sembra entusiasta del film e del regista, Jean, al contrario, mostra di nutrire forti dubbi. Le riprese del film, À bout de souffle, comunque partono, con una scadenza temporale molto limitata. I lavori sono rallentati anche dallo stesso Jean Luc, che mira a ottenere la massima spontaneità dagli attori. L’atteggiamento del regista sarà motivo di scontro con la protagonista, che non nasconderà di non apprezzarne i metodi. Comunque sia, dopo ventitré giorni, Godard riesce a chiudere il suo film, che decide di modificare fortemente in fase di montaggio. Per realizzare Nouvelle Vague Linklater si è valso della collaborazione di due sceneggiatrici francesi: Michèle Halberstadt e Laetitia Masson.

Nouvelle Vague – la recensione

Linklater sceglie di metterci subito di fronte ai protagonisti della Nouvelle Vague, intesa come il suo film, intesa soprattutto come corrente. In rapida rassegna passa per i primi i volti di Godard, Truffaut, Chabrol, Schiffman, poi aggiunge nel tempo quelli di Varda, Demy. È un’esegesi, quest’opera del regista statunitense che ricava spazio per i grandi registi con cui quei giovani al tempo si sono confrontati Melville, Rossellini, Bresson. Narrativamente, sceglie di concentrarsi su un dato evento, su una data produzione, quella che forse più di tutte ha caratterizzato quel momento storico del cinema. D’altronde À bout de souffleè tuttora il simbolo di quello smottamento dei canoni del cinema che si è prodotto in Francia. Ancor di più, Godard è stato il regista che più di ogni altro ne ha segnato l’evoluzione.

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Così, nel film di Linklater scivolano in posizione quasi periferica tutti gli altri volti. Resta quello di Godard, che non vediamo mai del tutto, sempre offuscato da un paio di occhiali scuri. Ad assicurare al film un processo dialettico interviene allora Jean Seberg. Su queste due ottime interpretazioni di fatti, peraltro, storicamente acclarati si regge molto di un film che cessa di essere un biopic corale. Diventa qualcosa d’altro. Un film su un film, che di per sé non è una novità, se non fosse che À bout de souffle è già un film sull’idea stessa di film. L’operazione di Linklater è duplice: raccontare quella magmatica new wave ma anche quell’opera così importante. La quantità importante di testi e altre testimonianze attorno a quel periodo, gli hanno permesso di mettere in luce molti aspetti storicamente corretti della storia.

Pregi e difetti del miglior Linklater

La scelta di situare il racconto del film attorno al 1959-60 ha il merito di centrare appieno lo spirito della nascita della Nouvelle Vague. Era un momento in cui collettivamente i cineasti francesi presero coraggio per realizzare molte delle loro opere prime, di cambiare i modi del loro linguaggio. Linklater riesce a omaggiare quella storia e allo stesso tempo a realizzare un ottimo film. Certo, il ritratto che ne emerge è parziale rispetto a quelle che poi sono state le evoluzioni future, anche dei rapporti tra molti registi. Sono ancora lontani da venire i litigi tra Godard e Truffaut dopo La nuit américaine di quest’ultimo. È una scelta, narrativa e registica, di concentrarsi sulle origini della loro storia. Si potrebbe eccepire che in questo modo manca però anche il coinvolgimento politico, che pure è stato determinante in quelle biografie e nel loro cinema.

La scelta di una narrazione lineare, che è forse l’aspetto meno da Nouvelle Vague di tutto il film, ha influito su queste assenze. Per alcuni critici il movimento è in realtà durato per poco tempo, poi ognuno ha preso la sua strada, non è del tutto inesatto. Tuttavia, tra loro per molto tempo è rimasto un vincolo, ideale e personale, lo stesso vincolo che portò alla protesta di Cannes 1968. Quella saldatura tra i movimenti di proteste studentesche e operaie e registi non era solo un fatto biografico, aveva a che fare anche col cinema. Linklater, dunque, realizza uno dei suoi migliori film, a cui manca uno scintillio che lo avrebbe reso grandioso.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Stefano Minisgallo
Stefano Minisgallo
Si vive solo due volte come in 007. Si fanno i 400 colpi come Truffaut, Fino all’ultimo respiro come Godard. Il cinema va preso sul serio, ma non troppo. Ci sono troppi film da vedere e poco tempo, allora guardiamo quelli belli. Il cinema è una bella spiaggia, come nei film di Agnes Varda.

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