No Other Land (2024) è un documentario realizzato da Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor. Il film si inserisce nel panorama del cinema documentario contemporaneo distinguendosi per il suo approccio diretto e per la scelta di raccontare una realtà complessa senza filtri o ridimensionamenti. In un contesto in cui molti avvenimenti vengono conosciuti principalmente attraverso notizie, numeri e immagini selezionate dai media, l’opera sceglie di affidarsi alla forza delle immagini e delle testimonianze raccolte direttamente.
La particolarità del progetto risiede anche nella sua origine: quattro registi con esperienze e provenienze diverse (palestinesi e israeliani) decidono di lavorare insieme per documentare una realtà che riguarda entrambi i loro popoli.
Il documentario ha inoltre ottenuto importanti riconoscimenti internazionali, conquistando numerosi premi nel corso della sua distribuzione. Tra i più significativi ci sono i riconoscimenti ricevuti alla Berlinale, fino ad arrivare nel 2025 alla vittoria dell’Oscar come Miglior documentario, consacrando il film come una delle opere documentarie più importanti degli ultimi anni.

No Other Land – Trama
No Other Land segue principalmente Basel Adra, giovane attivista palestinese che da anni documenta con la propria telecamera ciò che accade nella sua comunità. La sua videocamera diventa uno strumento per registrare una realtà estremamente complessa fatta di soprusi e continue difficoltà nella vita quotidiana. Il documentario, infatti, mostra le violenze e le intimidazioni subite dalla comunità palestinese di Masafer Yatta da parte dei coloni israeliani con la tacita collaborazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), raccontando come la presenza militare e il clima di tensione influenzino la vita degli abitanti giorno dopo giorno.
In questo contesto entra nella storia Yuval Abraham, giornalista israeliano vicino a Basel che condivide con lui il lavoro di documentazione. Tra i due c’è da anni un rapporto di amicizia e collaborazione che diventa uno degli elementi più importanti del film. Nonostante le loro origini e le loro esperienze siano molto diverse, entrambi si trovano a confrontarsi con ciò che accade sul territorio e con il rischioso compito di raccontarlo.
Il documentario alterna così momenti di vita quotidiana a immagini di forte impatto, seguendo da vicino le persone coinvolte e mostrando le conseguenze concrete delle violenze e dei soprusi.

No Other Land – Oltre l’emotività
No Other Land è un documentario che fa dell’emotività uno dei principali strumenti della propria denuncia. La violenza mostrata nelle immagini rende difficile mantenere una distanza puramente razionale dagli eventi raccontati. Le demolizioni, le intimidazioni e le profonde asimmetrie di potere producono inevitabilmente indignazione e partecipazione emotiva nello spettatore. Il film, però, non sembra accontentarsi di questa reazione immediata. Non vuole “limitarsi” semplicemente a commuovere e lasciare lo spettatore con la sensazione di aver assistito a qualcosa di terribile.
Il rischio, infatti, sarebbe trasformare l’emozione in un’autocompiacimento momentaneo: ci si commuove davanti alla sofferenza, ci si riconosce dalla parte giusta e poi si torna alla propria quotidianità. No Other Land cerca invece di spingersi oltre, trasformando l’emozione in una sollecitazione a riflettere. Il coinvolgimento emotivo diventa così il punto di partenza per comprendere e interrogarsi sulle dinamiche che stanno dietro alle immagini. Non si tratta soltanto di commuoversi, ma di trasformare la commozione in pensiero.

Le vicende di Masafer Yatta non rimangono confinate al film, ma aprono interrogativi più ampi sulla condizione palestinese e sulla violenza del conflitto. Sebbene il documentario non affronti la crisi umanitaria di Gaza né le accuse di genocidio al centro del dibattito internazionale, la sua visione porta inevitabilmente a collegare ciò che viene raccontato con ciò che sta accadendo nel presente.
È proprio qui che la denuncia cinematografica supera la dimensione puramente emotiva. Ciò che si è visto non rimane soltanto un’immagine dolorosa davanti alla quale commuoversi ma diventa uno stimolo a porsi domande più ampie.

La testimonianza
In No Other Land, la macchina da presa è contemporaneamente impotente e potentissima. È impotente perché assiste alla distruzione di una civiltà nelle sue diverse manifestazioni. Dagli edifici alle persone, dalle piccole comunità fino a un intero popolo, il film documenta una realtà segnata dalla politica israeliana di espulsione e cancellazione. Un politica di totale apartheid impossibile da non collegare a più ampi contesti.
Allo stesso tempo è centrale perché trasforma ciò a cui assiste in una testimonianza destinata a sopravvivere all’evento tipica del medium cinematografico. La testimonianza assume così un significato ancora più profondo. Quando distruggono gli spazi in cui una comunità vive, lavora, studia e costruisce la propria memoria, colpiscono non soltanto la sua realtà materiale, ma anche le tracce con cui quella comunità conserva e tramanda la propria memoria.

Il cinema interviene proprio su questo terreno: laddove la distruzione può cancellare fisicamente una presenza, l’immagine può conservarne la testimonianza.
La macchina da presa, tuttavia, non testimonia attraverso una visione politica. La sua è una testimonianza muta. Registra gli eventi e li consegna allo sguardo dello spettatore. Il film ci mette davanti alle immagini e ci costringe a confrontarci con esse. Il significato nasce così dall’incontro tra ciò che il film mostra e lo sguardo di chi osserva. È lo spettatore, attraverso le proprie domande, emozioni e interpretazioni, a completare il film.
No Other Land non salva materialmente ciò che viene distrutto. Salva però la possibilità di testimoniare che quella realtà è esistita, che quelle persone l’hanno abitata e che quella storia non può essere semplicemente rimossa insieme ai suoi luoghi. La macchina da presa diventa quindi potentissima proprio nella sua apparente impotenza: non può impedire l’evento, ma può impedirne la completa scomparsa dalla memoria.

Conclusione
No Other Land è un opera riuscitissima perché riesce a trasformare la testimonianza in un’esperienza cinematografica capace di coinvolgere, interrogare e lasciare una traccia. Una “prova della realtà” che sollecita lo spettatore direttamente nella propria emotività. In questo senso, dialoga idealmente con La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che nel 2025 trasforma una registrazione reale in una potentissima forma di testimonianza cinematografica. In entrambi i film, ciò che resta è una voce, un’immagine, una traccia capace di sopravvivere all’evento. Il cinema non può sempre impedire la violenza, ma può impedirle di diventare silenzio.
