Music Fashion Film (2026) è ben più di un album per l’artista britannica Charli Xcx. Rappresenta infatti un punto di svolta a livello artistico e identitario per la cantante, reduce dal successo del precedente Brat e della colonna sonora di Cime Tempestose. Un manifesto personale che ha voluto accompagnare ad un film che ne raccontasse l’origine, gli sviluppi e l’essenza primigenea.
Un racconto visivo che prevede un videoclip e una sezione diversa per ogni canzone dell’album, della durata di circa 42 minuti. Per mostrare visivamente un’evoluzione e una riflessione che non è solo stilistica, ma esistenziale.

Music Fashion Film – La trama
Il film segue l’artista brit-pop Charli Xcx subito dopo il fenomeno globale di Brat. Tra riprese intime in studio, sfilate di moda e momenti di riflessione, la pellicola documenta quindi la morte simbolica della sua era da regina del clubbing.
Il film tenta quindi di dissezionare i tre pilastri della cultura pop contemporanea (musica, moda e cinema), tra cameo di figure iconiche come David Cronenberg e Vincent Cassel e il tentativo simbolico di smontare l’artificio della fama.

Music Fashion Film – La recensione
L’operazione che Charli Xcx, qui anche in veste di regista, attua con Music Fashion Film è quella di un’elevazione cinematografica della propria musica, tra visivo e sonoro. Per la canzone Camera, ad esempio, sceglie di realizzare un video che abbia come protagonista Vincent Cassel, l’iconico attore protagonista del film L’odio, dialogando con lui sul peso della fama e inserendo uno spezzone tratto da un suo audio. “Mi piace stare davanti alla videocamera, anche se non mi percepisco brava o mi sento a disagio”, afferma la popstar. Un atto trasformativo che passa dall’arte, e che muta un’identità personale in un mezzo di comunicazione collettivo e inconscio.
Il film torna spesso sul concetto di “solidarietà” umana, di una condizione univoca e globale di “stare nel mondo”. E lo fa non solo tramite il messaggio d’apertura ai fan, ma attraverso i momenti tra un ciak e una successiva record session. Sprazzi di quotidianità condivisi dalla cantante con amici (quali il regista Aidan Zamiri, la creative director Imogene Strauss e il musicista e producer A. G. Cook) e membri della troupe e del team di produttori.

Cronenberg e mortalità: quando l’arte non sopravvive al suo stesso creatore
L’album di Charli, pur segnando la sua transizione da uno stile hyper-pop a uno più contaminato dal rock, non è certo privo di profondità. Il corpo evolve, così come l’arte che racconta, un parallelismo tra fisicità e spirito ben rappresentata dalla sezione con il regista body-horror David Cronenberg, tra morte e senso dell’artistry. Di chi è davvero l’arte? A cosa serve?
“Più passa il tempo e più la propria arte diventa come un figlio, sempre meno tuo e che conosci sempre più in modo approssimativo – confessa il regista in una conversazione registrata con la cantante – Diventa sempre più del pubblico, e non del suo creatore: invecchia con te”.
Questo inserto chiude il film, rappresentando il perfetto manifesto dell’album. Charli omaggia il regista con un montage costituito da clip tratte dalle sue opere più famose, tra film e vecchie apparizioni, ma alternando a queste anche scene dai suoi videoclip più famosi (tra Boom Clap, I love it e le recenti uscite), sottolineando così visivamente il mantra che il regista recita come sottofondo: “They’re dead, they’re gone. No one lasts forever”. Nulla dura davvero per sempre, nemmeno l’arte sopravvive all’inevitabile mortalità del suo artista.
Un senso di disagio esistenziale che pervade anche altri pezzi, come le decadenti clip bohemien scelte per Card declined (traccia autocritica sul capitalist realism), e presente anche nelle riflessioni di Charli sul rapporto col marito George Daniel che riesce a “capirla e bilanciarla”, comprendendo come lei quanto “il dolore renda l’artista autentico”. O ancora con la frase “Piangerei se tu dovessi morire”, nel video di Magic Metal Montana, o il discorso sulla confusione identitaria presente in Persona (chiara citazione al film di Ingmar Bergman sullo stesso tema), in cui la cantante si fonde quasi agli amici, in un legame simbiotico dove uno cede all’altro tratti e personalità.

Charli Xcx: la malinconica leggerezza di chi non vuol più essere una bad girl
Il cambio di genere di Charli riflette una sua volontà di cambiamento, un passo coraggioso per un’artista che sarebbe andata sul sicuro riproponendo un altro album in stile Brat. Ma quello che voleva evidenziare, con Music Fashion Film, è proprio questo. Il riuscire a staccarsi dalla propria opera chiave, a dissociarsi persino da una vecchia versione di sé, pur di non cadere nell’incubo dell’identificazione con un arto morto. Un pezzo del proprio passato che rischia di cucirsi su pelle, soffocando ogni evoluzione creativa. L’album è il racconto pop di un’estate simile alla “Summertime Sadness” di Lana del Rey. Un momento di riflessione, accompagnato però dalla leggerezza dell’estate inglese di campagna, delle gite fuori porta, delle sfilate d’alta moda e della frutta appena raccolta.
Charli Xcx mantiene questo approccio stilistico leggero anche per il film, che accompagna quello che è a tutti gli effetti un concept album. Parlando di temi scomodi e profondi e di sensazioni inesplorate, spiegabili solo attraverso la fusione di più arti e stimoli diversi. Charli è al centro di ogni video e della sua creazione in un modo totale, così come il suo corpo e i suoi movimenti ipnotici. Una sceneggiatura corporea non scritta, che rende il concetto di “I’m not a bad girl anymore” al centro della sua poetica. Non è più la ragazza di Brat, forse non lo è mai stata. Questo non vuol dire che non possa esserlo in un modo nuovo, però. Un’indagine trasversale sulla performance e sulla performatività, di sé e della propria musica.

Conclusioni
Music Fashion Film è un’opera evocativa, ammaliante e densa, a metà tra il documentario e l’arte visiva in senso più generale. Un prodotto che sfrutta ogni mezzo e ogni tipo di rappresentazione mediale, senza tralasciare nemmeno Tik Tok. Come per il visual di 2007, creato con clip dai suoi social e volto ad associare la vita reale a quella filtrata mostrata in rete.
Concreto e digitale, percezione e costruzione, si fondono quindi in un quadro unitario che è una grande lettera d’amore alle potenzialità espressive del cinema. Per una vita che è prima di tutto un’eclettica e ambivalente opera d’arte.
