Film al CinemaMother Mary - L'incubo della pop star

Mother Mary – L’incubo della pop star

Come fosse un B-side de Il diavolo veste Prada 2, è uscito questo weekend nei cinema italiani Mother Mary (2026) di David Lowery (A ghost story, Sir Gawain e il Cavaliere Verde), film con Anne Hathaway che ha a che fare con scontri al femminile, alta sartoria e iconografia pop. Temi affini ma declinati, in questo caso, in maniera decisamente più oscura. Nelle sale statunitensi, dove è stato distribuito da A24 il 17 aprile scorso, ha registrato un sonoro tonfo al botteghino, incassando 3 milioni a fronte di un budget di 20. Tiepida anche la risposta della critica, divisa tra stroncature e qualche entusiasmo.

Mother Mary

Mother Mary – Trama

Il plot vede la pop star Mother Mary (interpretata dalla stessa Hathaway) recarsi da una sua ex-collaboratrice, la stilista di fama mondiale Sam Anselm (Michaela Coel), pregandola di confezionarle un abito che la rappresenti. La cantante è prossima al ritorno sulle scene dopo un misterioso incidente sul palco ed è insoddisfatta del vestito che le era stato preparato. Sam è inizialmente restia – capiamo che tra le due i trascorsi sono stati più che travagliati -, ma ben presto si convince. È l’inizio di un serrato confronto a due, in cui tra allusioni e confessioni aleggia la presenza di un fantasmatico vestito rosso.

Mother Mary – Recensione

Dopo uno sbrigativo incipit che liquida la presentazione delle protagoniste, alternandone i punti di vista in un dispendio barocco di espedienti formali (il voice-over, schegge di flash-back, un dolly vertiginoso sul look opulento della star, le musiche martellanti di Daniel Hart), appare a tutto schermo il titolo del film, ingombrante come la fama che vuole tematizzare. Ma anche, forse, come l’approccio alla materia di un regista come David Lowery, non a caso qui anche in veste di sceneggiatore e montatore. Allo sfogo stilistico dei primi minuti, segue un cambio di marcia improvviso, che coincide con il confluire della vicenda in una sorta di kammerspiel a tinte fosche.

Pur limitando geograficamente il proprio campo d’azione (le 4 mura dell’atelier in cui il film è ambientato per la quasi totalità della sua durata), il regista di Milwaukee non rinuncia all’iperbole e, oltre a concedersi diverse incursioni oniriche, tende a sottolineare continuamente la tensione emotiva dello scontro tra Mother Mary e Sam. Lo fa, ad esempio, servendosi ancora una volta della chiassosa colonna sonora di Hart, portata a un certo punto quasi a coprire i dialoghi, alla maniera della techno di Trent Reznor in Challengers di Luca Guadagnino. Purtroppo – vien da dire – i dialoghi rimangono comunque udibili e nella seconda parte finiscono per neutralizzare le allusioni e i non detti su cui si reggeva il primo tempo. Ad esaurirsi è anche la tenuta della messinscena, in un interno in cui Lowery pare presto perdere coerenza e coordinate.

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Mother Mary

“Queste metafore sono estenuanti!”

L’interesse per la storia regge fin tanto che questa è ammantata di mistero e aperta alle possibilità del sovrannaturale, evocato in prima istanza dal simbolico vestito rosso (una visione della protagonista che sembra mutuata da un film in Technicolor di Powell & Pressburger) e suggerito fortemente da una prova di coreografia non dissimile alle contorsioni di un corpo posseduto. Nel momento in cui Lowery, però, decide di non giocare più sull’ambiguità della propria traiettoria, sospesa ai confini tra il thriller, l’horror e il melò, ecco che l’opera finisce per slabbrarsi. Ecco che il dispositivo viene messo a nudo insieme ai sentimenti di Sam e (al corpo di) Mother Mary, lasciando però colpevolmente lo spettatore in disparte, reso impartecipe dalla tendenza dei personaggi a enunciare la natura metaforica dello script.

Il fantasma esiste o rappresenta solo ciò che si crea tra artista e fan? Qualcosa che può tanto appassionare quanto avvelenare (canta per me o non canta per nessuno?). Qualcosa che può creare una scissione nell’anima della stessa pop star, schiava della propria performance, oppressa nel privato dalla propria dimensione pubblica. “Queste metafore sono estenuanti”, risponde la cantante all’ennesimo iperbolico aneddoto della stilista. È il momento esatto in cui si rompe anche il patto di sospensione dell’incredulità tra il film e lo spettatore.

Conclusioni

Mother Mary è un’opera non priva, almeno a tratti, di un certo fascino, ma si ha la netta sensazione che fallisca alla distanza. Non solo, come detto, per lo sbilanciamento a favore di metafora rispetto a un racconto che perde così ogni motivo d’intrinseco interesse. Ma anche perché, in fin dei conti, l’intrattenimento risulta sacrificato sull’altare di un tema – le responsabilità di un’icona pop, l’emozioni di segno misto che genera con le proprie performance – già trattato più volte e meglio altrove anche in tempi recenti.

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Viene in mente Vox lux di Brady Corbet o persino Smile 2, per non parlare dell’irresistibile seconda parte di Trap di M. Night Shyamalan. Degne di nota, invece, le prove d’attrici: la brava Coel tiene testa a una Hathaway in una delle sue interpretazioni migliori, dichiaratamente ispirata per le parti on stage alla presenza scenica di Beyoncé (mentre Lowery ha scritto il personaggio sul modello di Taylor Swift nel suo Reputation Stadium Tour).

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Mother Mary è un film che intriga con atmosfere sospese tra generi diversi. Peccato non riesca a mantenere le premesse, ostinandosi a sottolineare la natura metaforica del proprio racconto. Al netto delle buone interpretazioni di Hathaway e Coel, si avverte l'incompiutezza stilistica e narrativa di Lowery.
Alberto Bajardi
Alberto Bajardi
Nato su quel ramo del Lago di Como dove Hitchcock girò la sua opera prima, si iscrive a giurisprudenza ispirato da La parola ai giurati, ma si ritrova a disertare le lezioni come Antoine Doinel, attratto dai matinée delle sale milanesi. Laureatosi al DAMS per non sentirsi più in colpa, ama il cinema senza distinzione di generi e cerca in un film nient'altro che emozioni autentiche, siano esse nei più acuti ritratti umani di Cassavetes o nei più viscerali horror di Cronenberg.

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