Recensioni FilmMillennium Actress - Una lettera d'amore al cinema giapponese

Millennium Actress – Una lettera d’amore al cinema giapponese

Millennium Actress (2001), il film diretto da Satoshi Kon, è approdato nelle sale italiane per la prima volta in occasione del suo venticinquesimo anniversario, in versione 4K, rimanendo in programmazione dall’11 al 13 maggio. Un cult d’animazione senza tempo che vale la pena riscoprire, facendosi trascinare all’interno del mondo poetico e onirico del visionario regista di Tokyo Godfathers.

Millennium Actress – Trama

Il documentarista Genya Tachibana riesce a rintracciare Chiyoko Fujiwara, una celebre attrice scomparsa misteriosamente nel pieno della sua carriera. Durante l’incontro, le restituisce una chiave che lei aveva perduto da tempo e credeva ormai scomparsa: un gesto che diventa il punto di partenza per un viaggio nei ricordi e nei segreti della sua vita, rivelando una storia più profonda di quanto entrambi potessero immaginare e che finisce per intrecciarsi con il passato del documentarista stesso.

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Una celebrazione della settima arte, tra spazio e tempo

La chiave del film sta proprio nella sequenza d’apertura iniziale: viene presentata la protagonista, Chiyoko, alle prese con una missione spaziale dai risvolti drammatici, finché non viene rivelato allo spettatore quanto quello che stia vedendo non sia altro che la registrazione di un film. Un intreccio metacinematografico tra finzione e realtà, che caratterizza tutta l’opera alternando momenti che sembrano appartenere alla biografia dell’attrice ai lungometraggi di finzione in cui è coinvolta, a riflettere la rielaborazione continua dei ricordi di Chiyoko e la sua riorganizzazione dell’esperienza tramite linguaggi cinematografici. Il documentarista e il suo assistente sono inoltre anch’essi calati nel racconto in qualità di narratori esclusivi delle vicende, attraversando tempo e spazio con la loro macchina da presa per assistere in diretta al racconto della vita passata della loro intervistata.

“La vita imita l’arte”, è il caso di affermare, e mai come in questo caso Satoshi Kon riesce a portare su schermo una storia che celebra il valore dell’arte (e del cinema soprattutto) nell’eternare sensazioni, sentimenti e stati emotivi differenti, dando senso alla quotidianità e fondendosi con la realtà stessa.

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Storia d’amore o venerazione di un idolo?

Amore e ossessione da sempre si accompagnano all’interno della storia del cinema, e questo è uno dei casi più evidenti. Satoshi Kon sfrutta l’ossessiva storia d’amore al centro del film (quella di Chiyoko con un giovane pittore ribelle e perennemente in fuga dalle autorità) come spunto per riflettere sul ruolo che il visivo ha nel costruire e plasmare la realtà, generando falsi miti. Millennium Actress è infatti anche una potente indagine su cosa significhi orientare il proprio desiderio su un’idealizzazione romantica appartenente al passato (in questo caso, la figura perennemente rievocata dell’artista amato), trascorrendo la propria vita nel desiderio di ricercare quell’idolo immaginario senza mai raggiungerlo davvero, trascurando la propria autodeterminazione nel nome di un sogno impossibile e fuggevole.

E così, un semplice ritratto giovanile di Chiyoko, testimonianza dell’amore dell’artista per l’attrice, diventa paradossalmente un tormento che eternizza l’immagine dell’attrice da giovane, un ritratto di Dorian Gray che scandisce il tempo che passa inesorabile e le ricorda la sua tragica finitezza; rendendo però anche possibile, d’altro canto, la fissazione di un immaginario che senza l’arte rimarrebbe solo un effimero soffio vitale senza scopo, disperso tra le pieghe del tempo.

Una meditazione profonda dunque, sulle possibilità d’evasione del cinema e sulle sue limitazioni, che è però in fondo anche critica feroce all’industria dello spettacolo che crea “divinità femminili” irraggiungibili e in competizione fra loro per la supremazia e il successo, le quali gareggiano tra loro per riuscire a lasciare il proprio segno in un mondo costruito dall’occhio di spettatori affamati di feticci da idolatrare.

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L’eredità di Perfect Blue

Altro tema fondamentale della pellicola è infatti l’esplorazione della figura della “diva cinematografica” all’interno dello showbiz, un sottotesto già presente in uno degli altri cult più amati del regista, ovvero Perfect Blue. Anche in questo caso, oltre alla ripresa della tecnica dei piani temporali e spaziali che si innestano uno dentro l’altro “a matrioska”, al centro della storia è presente una donna complessa e sfaccettata (Mima), che deve imparare a gestire la sua identità e la percezione che gli altri hanno di lei. Non a caso, sempre un’attrice.

Se in Perfect Blue a essere centrali sono la perdita dell’Io e la sua dissociazione, qui il focus è più sulla frammentazione sì della coscienza, ma dovuta all’invasione e penetrazione dell’arte nella vita quotidiana, al suo insediamento nell’esistenza di chi ne viene a contatto e alle possibilità che apre all’individuo di esplorarsi ed esplorare il mondo attorno a sé. Il contrasto con i pregiudizi e le norme sociali, d’altronde, è messo più volte in evidenza anche dalle scene tra la protagonista e la madre, che riflettono gli stereotipi di una società che vede le donne come mogli e madri obbligate fin dalla nascita, prive di qualsivoglia agency o autodeterminazione.

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Millennium Actress – Conclusioni

Millennium Actress è un’opera densa visivamente, scritta in modo magistrale e che si regge sull’eleganza del ritmo e sull’incastro caleidoscopico di sequenze, personaggi e temporalità. Un’indagine esistenziale, in cui la memoria autobiografica diventa strumento per dare coerenza a una vita percepita come incompleta, trasformando la narrazione personale in un processo terapeutico implicito.

Un gioiello raro del cinema d’animazione giapponese, che segna definitivamente il passaggio del regista alla piena maturità di pensiero e rende omaggio all’immortalità di un cinema capace di esplorare i labili confini esistenti tra amore, ossessione e identità personale.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un cult d'animazione visionario e poetico, da riscoprire nella sua versione restaurata.
Carlotta Pedercini
Carlotta Pedercini
Cresciuta tra film d'animazione, horror e drammi d'autore, per me una buona scrittura viene prima di tutto. Ho un debole per Jason Schwartzman e mi muovo tra Xavier Dolan, Alice Rohrwacher e Nanni Moretti: Megamind, però, rimane sempre la mia Bibbia.

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