Meander, non il solito film horror
Un film ad alta tensione questo Meander, vincitore del premio Nocturno Prime Visioni al Trieste Science+Fiction Festival 2020. In bilico tra horror e fantascienza, sfrutta nel migliore dei modi il poco budget a disposizione ispirandosi a film cult come Saw e The Cube. Forse tra i film di genere più ambiziosi degli ultimi anni, brilla in ogni aspetto del comparto tecnico, un po’ meno a livello di sceneggiatura. Per i cinefili più razionali sarà una grave mancanza, un difetto quasi imperdonabile. Per gli spettatori in cerca di una trama avvincente da completare con il proprio contributo sarà un gioco molto divertente a cui partecipare.
Meander: la trama
Lisa è una giovane donna che incontriamo sdraiata in mezzo ad una strada. Confusa, triste, è un personaggio difficile da inquadrare per via della perdita di sua figlia che l’ha ridotta in uno stato quasi catatonico. Un uomo in macchina la nota e le offre un passaggio che lei inizialmente non accetta. Dopo essere salita sente il notiziario alla radio parlare di un uomo pericoloso il cui tratto distintivo è un tatuaggio sulla mano, lo stesso che ha il suo soccorritore. Una brusca frenata le fa sbattere la testa e Lisa si risveglia in un luogo angusto, claustrofobico, con addosso una tuta high tech e un bracciale al polso che segna un inquietante countdown. Scoprirà di essere vittima di una trappola mortale, un labirinto pieno di insidie da evitare per sopravvivere.

Trattieni il fiato
Meander è il secondo lungometraggio del regista Mathieu Turi, già conosciuto per il film Hostile del 2017. Il regista azzarda soluzioni visive e stilistiche raffinate e originali, dando prova d’aver preso il meglio dai film di genere. Se ne distacca, però, appena in tempo per trovare una sua dimensione. Gaia Weiss, conosciuta al grande pubblico grazie a Vikings, regge in solitaria l’intera storia, restituendo una performance di grande sforzo fisico e resistenza e la regia di Turi non fa che esaltarne la prova recitativa. La trappola dentro cui Lisa viene rinchiusa è claustrofobica al punto tale da far mancare il respiro e Turi mostra tutto il suo talento nel trasmettere la suspanse nonché l’ignoto che si nasconde dietro gli angoli di questo labirinto mortale. La donna si ritrova a strisciare in cunicoli angusti avendo un tempo limitato per farlo e noi ne seguiamo con apprensione il destino, curiosi di sapere chi, cosa e perché si trova lì dentro.

E se il labirinto fosse una metafora?
Il film non ci fornisce un background completo ed esaustivo di Lisa, ma alla fine dei giochi non è importante. L’unica informazione della sua vita che ci viene data è che ha perso sua figlia Nina e tanto basta per capire il motivo per cui si trova lì dentro. Più va avanti nel suo percorso più gli ostacoli si rivelano pericolosi, compresi i cadaveri delle persone che prima di lei sono state imprigionate. Il labirinto è una ricerca di sé, il percorso che dovrà compiere è una metafora sulla crescita e l’accettazione per poter superare il lutto. Una vaga ispirazione cronenberghiana è ravvisabile nell’atto della sua rinascita, mentre nel finale aperto lo spettatore è chiamato ad avere un ruolo attivo nella storia e decidere del destino di Lisa.
