May el-Toukhy arriva alla Mostra del Cinema di Venezia con Woman Unknonwn, un dramma ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra che affronta il tema della violenza e della stigmatizzazione subite dalle donne accusate di aver avuto rapporti con i soldati tedeschi durante l’occupazione nazista. Il film, presentato in concorso per il Leone d’Oro, nasce dal desiderio della regista di raccontare una prospettiva rimasta spesso ai margini delle numerose opere dedicate alla Seconda guerra mondiale.
May el-Toukhy e una storia dimenticata
L’idea è nata da una fotografia di propaganda degli anni Quaranta che ritraeva una donna con una svastica dipinta sulla schiena. El-Toukhy e la sceneggiatrice Maren Louise Käehne stavano inizialmente lavorando a un progetto sulle persecuzioni delle streghe dopo la Riforma, ma la scoperta di quelle immagini ha spostato la loro attenzione verso una vicenda che la regista considera ancora poco rappresentata.
Woman Unknonwn segue Marie, interpretata da Mathilde Arcel, una giovane domestica che, pochi mesi dopo la fine della guerra, sta per sposare Christian (Carsten Bjørnlund), il suo ricco e vedovo datore di lavoro. La donna, tuttavia, nasconde un segreto: durante l’occupazione ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Quando il suo passato torna a minacciare la posizione sociale appena conquistata, Marie è costretta a difendere con ogni mezzo la nuova vita che si è costruita.
Secondo el-Toukhy, il film vuole mettere in discussione la narrazione tradizionale del dopoguerra, spesso costruita attorno alle esperienze maschili. «Ci sono stati così tanti film sulla Seconda guerra mondiale», osserva la regista in un’intervista per The Hollywood Reporter, «ma sono tutti basati principalmente sulle esperienze e sui ricordi di guerra degli uomini», «Facciamo altri 100 film sulle donne di questo periodo, e poi possiamo dire che è finita, capito?». Da qui la volontà di concentrarsi sulle donne e sulle conseguenze che la guerra ha avuto sui loro corpi, sulla loro reputazione e sulla loro possibilità di ricominciare.

Un film costruito sul dubbio e sulla sopravvivenza
La complessità morale è uno degli elementi centrali dell’opera. El-Toukhy non vuole fornire allo spettatore una distinzione netta tra giusto e sbagliato, ma creare una situazione nella quale possano convivere interpretazioni contraddittorie. La stessa Marie è un personaggio difficile da giudicare: alcune delle sue scelte possono apparire discutibili, ma sono comprensibili se lette attraverso il suo istinto di sopravvivenza e il desiderio di proteggere ciò che ha conquistato.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla scelta dell’interprete protagonista. La regista considera il casting un vero e proprio rapporto creativo e ha sottoposto Arcel a diverse prove, tra improvvisazioni, letture e scene recitate. Il mistero che l’attrice riusciva a trasmettere ha convinto el-Toukhy che fosse la persona giusta per dare forma a Marie.
La realizzazione del film ha richiesto inoltre un notevole impegno personale. La produzione, una coproduzione tra Danimarca, Svezia e Lettonia, ha dovuto fare i conti con l’aumento dei costi seguito alla pandemia. «Lavoro 16 ore al giorno da più di un anno. Ho speso tutti i miei risparmi. Ho usato ogni parte di me per realizzare questo film», racconta la regista. Per el-Toukhy, dunque, arrivare a Venezia rappresenta già una conquista: il desiderio ora è che Woman Unknown riesca a trovare il proprio pubblico e apra una discussione sulle storie femminili ancora poco raccontate dal cinema.
