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Mask Girl, la recensione

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Mask Girl, l’ultimo prodotto dell’industria cinematografica coreana prodotto da Netflix, è uscito sull’omonima piattaforma il 18 agosto scorso. A firmarne la regia, un giovane regista con poca esperienza ma ottime prospettive di crescita: il quarantunenne Kim Yong-hoon, noto in Italia per il suo Nido di vipere (2020).

Stavolta, si è cimentato con una serie tv, tratta da un webtoon (un fumetto online, ndr), che ha tutte le carte in regola per essere considerata una serie coreana pressoché perfetta: Mask Girl

Mask Girl

Mask Girl, la trama

La storia, di per sé, è intrigante: la protagonista è una ragazza di 27 anni che, dopo un’infanzia passata a nutrire sogni di celluloide e di una carriera tutta lustrini, da bella bambina passa ad essere il classico “brutto anatroccolo” e deve rassegnarsi a una vita mediocre, da impiegata di ufficio.

Il fatto che lei non si accontenti di questa vita e voglia essere qualcosa di più innesca una serie di eventi che avranno conseguenze enormi e definitive sulla sua vita e su quella di persone a lei vicine.

La storia si sviluppa nell’arco di trent’anni: dall’infanzia piena di promesse della protagonista fino all’epilogo della vicenda, ormai ai giorni nostri. Nel mezzo, tutta l’epopea di un personaggio femminile tanto interessante quanto travagliato come quello di Kim Mo-Mi.

Mask Girl

Mask Girl, l’onta di non essere bella

E’ dal tempo degli antichi Greci che la hybris viene considerata un peccato mortale: desiderare di avere di più, di elevarsi all’altezza degli dei, è una colpa che è sempre stata punita molto duramente.

Nella società coreana della serie, che non si discosta troppo da quella reale, il vero superpotere è la bellezza: non è solo qualcosa che ti spalanca tutte le porte, ma è uno stile di vita, qualcosa da ricercare ogni giorno nel proprio quotidiano in modo quasi rituale. Si pensi alla beauty routine coreana, il celebre rituale di bellezza in 10 passaggi che, si dice, garantisca una perfetta pelle di porcellana.

I film e le serie tv realizzati in Corea lo insegnano: chi è ormai avvezzo a quel cinema non storce il naso vedendo anche personaggi maschili mettersi sul volto maschere in tessuto per distendere le rughe. D’altra parte, non tenendo conto di questo aspetto molto importante nella cultura locale, cultura nella quale il diktat della bellezza riguarda sia gli uomini che le donne, appare più difficile comprendere quanto questa serie sia lo specchio di una società reale.

Tutto ha inizio da una maschera

In Mask Girl, infatti, non è solo la protagonista Kim Mo-Mi (Lee Han-byeol) ad essere afflitta dal proprio aspetto insignificante: lo è anche un suo collega (Ahn Jae-hong), che con lei cercherà di creare un legame. Nel nome della bruttezza che rivendica il suo diritto di esistere, e anche dell’amore. Eppure, la bellezza non è e non potrà essere, per la nostra Mo-Mi, il lasciapassare per la felicità.

Tutto inizia da una maschera: la protagonista, impiegata bruttina di giorno, di notte si trasforma nell’irresistibile cam girl Mask Girl, grazie a una maschera che ne cancella le fattezze imperfette. Nei panni del suo personaggio virtuale, può essere ciò che vuole: una showgirl.

Ballare, esibirsi, sentirsi apprezzata e gratificata, anche economicamente, dagli spettatori maschili; diventare una donna-oggetto del desiderio. L’esibizionismo sarà la sua dannazione. Ed è indossando quella maschera che si caccerà nei guai. Trovandosi costretta a indossare, per sempre, un’altra faccia. Realizzare, costretta dagli eventi, il suo desiderio di un nuovo volto le sarà fatale.

Mask Girl

La vendetta, fil rouge del grande cinema coreano

Se c’è un tema che nessuno come i coreani è in grado di trattare al cinema, questo è proprio la vendetta: questo è l’altro tema cardine della serie, insieme a quello della bellezza. Su questo tema esiste un grande e fortunato filone di grandi film, a partire dai capolavori di Park-Chan Wook Old Boy e Lady Vendetta. Parenti prossimi di questa serie, però, più dei film di Wook, sono altre due pellicole dell’industria cinematografica del Paese: Pietà di Kim Ki-Duk e Madre di Bong Joon-ho (sì, quello di Parasite). Il legame con entrambe risiede in una figura materna, tragica e terribile insieme, che si incontra nel corso della storia: quella di Kim Kjung Ja (Yeom Hye-ran).

Quest’ultima è, a tutti gli effetti, la co-protagonista di Mask Girl: una donna che ha lavorato sodo per crescere il suo unico figlio, sul quale ha proiettato tutte le proprie speranze. Per di più, nemmeno a farlo apposta, lo ha cresciuto da sola, dopo che il marito è fuggito con una donna più giovane di lei. Kjung Ja è a tutti gli effetti Nemesi, la dea greca della vendetta che inizierà a perseguitare la protagonista e la costringerà a una vita in fuga, spingendo la propria fame di vendetta sempre oltre l’ostacolo. A ben guardare, Kjung Ja è parente stretta della madre disperata di Pietà, la terribile Jan Mi-seon (Jo Min-su). E ha la stessa strenua fiducia nella bontà di suo figlio che nutre (Kim Hye-ja) in Madre.

Pietà

Similitudini in casa Netflix

Una parte importante della storia si svolge in un ambiente che agli spettatori Netflix non risulterà inedito: un carcere femminile. Ed è qui che gli spettatori più affezionati di un altro prodotto del colosso dell’intrattenimento, Orange is The New Black, faranno la conoscenza di un personaggio che ricorda, sotto alcuni aspetti, la “Red” (Kate Mulgrew) della serie statunitense.

L’allusione è ad An Eun-Suk (Lee Soo-Mi), la bulla che esercita la propria autorità sulle altre carcerate e intrattiene rapporti di amicizia con le secondine e con la direttrice del carcere. Una vera e propria regina senza corona. E, innegabilmente, la doppelganger di Red.

Mask Girl, le conclusioni

Una cosa è certa: gli spettatori che amano le trame piene di colpi di scena e di momenti di tensioni apprezzeranno molto questa serie tv thriller, che risulta essere un prodotto più originale di altri fenomeni Netflix come Squid Game e più appassionante di una serie originale, ma un po’ ripetitiva, come Avvocata Woo.

Chi ama il cinema coreano fatto di grandi personaggi femminili e tremende vendette, ma privo dell’appiattimento dei personaggi che è tipico dei feuilleton, resterà conquistato da quest’ottima serie tv. Una serie che meriterebbe di finire in cima alla lista dei titoli più visti sulla piattaforma.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Giulia Bucelli
Giulia Bucelli
Lettrice e spettatrice onnivora, non crede nello snobismo. Tuttavia non fa mistero della sua passione per il cinema orientale, gli horror e Alfred Hitchcock. Non si perde nemmeno un film di Cronenberg e Lanthimos.

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