NewsMartin McDonagh su Wild Horse Nine: “È il mio film più politico”

Martin McDonagh su Wild Horse Nine: “È il mio film più politico”

Martin McDonagh ha definito Wild Horse Nine il film più politico della sua carriera, sottolineando la volontà di prendere una posizione netta attraverso la sua nuova commedia nera. Il regista ne ha parlato al Festival del Cinema di Zurigo, dove ha ricevuto il premio “A Tribute to…” e ha ripercorso alcuni dei momenti più importanti della propria carriera.

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“Questo è probabilmente il mio film più politico. Ecco perché trovo molto emozionante presentare al mondo questo mostro”, ha dichiarato McDonagh, spiegando di voler reagire a quella che considera un’eccessiva neutralità nel cinema contemporaneo. Secondo il regista, oggi molti artisti tendono a non esprimere opinioni o a evitare di prendere posizione, mentre con Wild Horse Nine ha scelto deliberatamente la direzione opposta.

Il film segue due agenti della CIA, interpretati da John Malkovich (Beowulf) e Sam Rockwell (Omicidio nel West End, Good luck have fun don’t die), che si recano sull’Isola di Pasqua poco prima del colpo di stato cileno del 1973. Nonostante l’ambientazione storica, McDonagh ha evidenziato quanto la storia possa risultare attuale. Alcuni dialoghi legati agli interventi politici del passato possono infatti essere interpretati dal pubblico contemporaneo alla luce di eventi più recenti, dal Venezuela alla guerra in Ucraina. Anche i riferimenti alla Russia presenti nel film, originariamente legati agli interventi sovietici in Finlandia di un secolo fa, assumono così una nuova risonanza.

McDonagh ha spiegato di apprezzare proprio questo effetto, anche quando non era necessariamente consapevole, durante la scrittura, di quanto quei riferimenti avrebbero potuto parlare al presente.

Martin McDonagh

Dalla rabbia ai film: il metodo di Martin McDonagh

Durante la masterclass, McDonagh ha poi ripercorso il percorso che lo ha portato dal teatro al cinema. Lasciata la scuola a 16 anni, ha trascorso diversi anni da disoccupato coltivando il desiderio di diventare scrittore. Le sue prime opere radiofoniche furono rifiutate, soprattutto dalla BBC, prima che il successo teatrale gli permettesse di affermarsi come drammaturgo.

La passione per il cinema lo ha accompagnato fin dall’inizio e ha influenzato il modo in cui ha costruito i suoi spettacoli, introducendo situazioni insolite e una forte componente visiva. Tra le esperienze che ricorda come decisive c’è la visione di Al Pacino in American Buffalo, mentre nel cinema il cortometraggio Six Shooter gli valse l’Oscar nel 2006.

Il regista ha spiegato di continuare a scrivere senza pensare necessariamente alla macchina da presa, pur riconoscendo la libertà offerta dalla sceneggiatura. Il passaggio dal teatro al cinema, ha raccontato, è stato alimentato soprattutto dai rifiuti, più che dagli incoraggiamenti: “Forse non traggo energia dagli incoraggiamenti, ma dalla rabbia”.

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Negli ultimi anni, inoltre, McDonagh ha cercato di dare ai propri film una profondità maggiore, lasciando spazio a momenti più malinconici e contemplativi accanto alla commedia e alla violenza. Un approccio evidente in Tre manifesti a Ebbing, Missouri e ora in Wild Horse Nine, anche grazie alla presenza di interpreti come Frances McDormand e John Malkovich.

Nonostante il successo raggiunto, McDonagh ha infine chiarito di non essere interessato a produzioni sempre più grandi o a budget più elevati. Il suo obiettivo rimane continuare a realizzare film liberamente, senza interferenze esterne. Una condizione che considera ideale per il proprio cinema.

Gabriele Stefani
Gabriele Stefani
Ho sempre pensato che un film non finisca con i titoli di coda, ma che la scrittura sia il modo migliore per continuare il dialogo con ciò che si è visto, dare forma alle emozioni e scoprire significati che altrimenti rischierebbero di rimanere nascosti. Proprio per questo amo scriverne.

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