Les amours imaginaires

È bello, è intenso, è puro talento. È Xavier Dolan.  Nulla da obiettare. Fino ad ora.
Nelle sale italiane è uscito da pochi giorni il suo debutto hollywoodiano “La mia vita con John F. Donovan”: il primo film inglese, un cast favoloso, enormi aspettative. Ma anche una lunghissima fase di post produzione, l’esclusione dal montaggio finale dei personaggi interpretati da Jessica Chastain e Bella Thorne, le feroci stroncature da parte della critica dopo la sua presentazione al Festival di Toronto nel 2018. Xavier Dolan inciampa ad Hollywood e già ci si domanda se il suo rapporto con la critica fosse vero amore o semplice infatuazione.

Les amours imaginaires

 C’eravamo tanto amati e forse c’eravamo anche tanto sbagliati? Lo sfacciato talento del regista franco canadese si è già trasformato in presuntuosa autoreferenzialità?
Parliamo dell’autore che a soli 19 anni ci ha sorpreso con “J’ai tuè ma mère” e poi incantato, qualche anno dopo, con il soffocante impeto di “Mommy“. Parliamo dell’eterno enfant prodige del cinema contemporaneo, poco importa se oggi di anni ne ha 30.
Parliamo di chi usa la macchina da presa come uno specchio, mettendo in scena la nevrosi del nostro tempo. E davanti a quello specchio ha indagato anche l’amore, o meglio le sue ingannevoli sembianze. Lo ha fatto in “Les amours imaginaires”, il suo secondo lungometraggio, uscito nelle sale nel 2010.

Les amours imaginaires

Ritratto del suo tempo, colorato e costruito con cura, “Les amours imaginaires” (l’amore immaginario) è un racconto pop, leggero e ironico, sull’essenza romantica, ma al contempo straziante, dell’amore. I giovani protagonisti, Francis e Marie, sognatori vestiti con stile, ardentemente innamorati dell’amore, sono pronti a sacrificare la loro amicizia pur di conquistare l’oggetto del desiderio: Nicolas, l’angelo dai ricci capelli biondi, così sensuale, colto e divertente, che pare sia impossibile resistergli. Ma il bel Nicolas dispensa attenzioni ad entrambi con esemplare equilibrio, senza lasciar trasparire alcuna preferenza. Così, mentre attendono che la loro preda scelga in quale dei due letti abbandonarsi all’ebbrezza del sentimento, Francis e Marie si arrendono fra le braccia di surrogati amanti, finendo però spesso in amare lacrime di frustrazione, avvolti nel fumo di sigarette consumate nervosamente. Gli incontri fra i corpi degli innamorati occasionali sono offerte sullo schermo con scene monocrome: luci verdi, blu o rosse ci mostrano la morbosa sensualità di un amore consumato, ma non realmente desiderato.

Les amours imaginaires

In “Les amours imaginaires”, sono presenti manifesti riferimenti a “In the Mood for Love” di Wong Kar-wai. La palese citazione non è rimasta inconfessata: “Ho davvero rubato da quel film” ha dichiarato Dolan.

Eleganza e poesia dipingono le atmosfere del capolavoro di Wong Kar-wai: luci soffuse, specchi in cui si riflettono volti e tormenti, gesti reiterati senza sosta e tante parole mai pronunciate. È un amore impossibile quello di Chow e Li-Zhen, i loro rispettivi coniugi sono amanti, e il timore di abbandonarsi ad una passione che potrebbe rivelarsi figlia della vendetta è talmente forte da impedire loro di vivere un sentimento autentico. 
Fluide carrellate, piani stretti, immagini morbide: Wong è maestro nel narrare l’incompiutezza di un amore di cui “In the Mood for Love” è prigione senza tempo.
I raffinati e colorati qipao indossati da Li-Zhen interrompono la grigia quotidianità vissuta tra stanze affollate e corridoi angusti. Nat King Cole esalta la tensione emotiva con la celebre “Quizás, quizás”. Gli splenditi rallenty fanno assaporare allo spettatore la passione che rimarrà inespressa.

Les amours imaginaires

Anche nel film di Dolan l’amore immaginato, sognato e voluto non si consuma, mai: esso sfugge, si compiace di essere ammirato e si allontana. Dolan omaggia la grazia di Maggie Cheung (Li-Zhen) grazie al fascino del personaggio di Marie, vestita di abiti rigorosamente vintage. La tortura amorosa a cui sono sottoposti i protagonisti è accompagnata insistentemente dalle noti di “Bang, Bang” di Dalida. L’uso dello slow motion celebra attesa e desiderio.
La storia d’amore di Hong Kong rimane sospesa, un segreto ricordo custodito dal tempo, mentre ad Occidente, nella radente luce di Montréal, Francis e Marie si apprestano a cadere nuovamente vittime di una passione fatale, di un amore immaginario.
Primissimi piani, un’estetica di videoclip tutta soste e rallenty, claustrofobiche inquadrature dal formato quadrato. E poi ci sono le sue ossessioni narrative: le grandi passioni, gli affetti “triangolari”, l’omosessualità. Ci sono i suoi personaggi, esuberanti outsiders che urlano la loro disperazione con estremo coraggio. Il coraggio di chi ammette la propria profonda infelicità.
Questo è Xavier Dolan. Adorabile e detestabile, probabilmente per le medesime ragioni.

Voto Autore: [usr 4,0]

Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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