Con Le lacrime amare di Petra von Kant (1972), Rainer Werner Fassbinder firma uno dei suoi film più celebri e radicali, nonché una delle opere cardine del Nuovo Cinema Tedesco. Adattamento di un suo precedente testo teatrale, il film concentra l’azione in un unico spazio e su un numero ristretto di personaggi, trasformando l’intimità domestica in un campo di battaglia emotivo e ideologico. Presentato nei principali circuiti festivalieri — tra cui la Berlinale, dove fu candidato all’Orso d’Oro — e accolto con grande favore dalla critica internazionale, Le lacrime amare di Petra von Kant ha contribuito in modo decisivo a consolidare la fama di Fassbinder come uno degli autori più lucidi, provocatori e spietati del cinema europeo degli anni Settanta.

Le lacrime amare di Petra von Kant – Trama
Petra von Kant (Margit Carstensen) è una celebre stilista di successo che vive isolata nel suo appartamento-bunker, uno spazio chiuso e soffocante in cui esercita un potere assoluto su chi le sta accanto. Accanto a lei c’è Marlene (Irm Hermann), assistente silenziosa e sottomessa, presenza costante e muta che registra ogni gesto e ogni umore della padrona. L’equilibrio apparentemente stabile della sua vita viene scosso dall’incontro con Karin (Hanna Schygulla), giovane donna ambiziosa e affascinante, di cui Petra si innamora perdutamente. Quella che inizia come una relazione passionale si trasforma presto in un gioco di dipendenze, manipolazioni e umiliazioni reciproche, dove i ruoli di dominio e sottomissione si ribaltano senza mai liberare davvero nessuno. Attraverso una serie di confronti verbali sempre più crudeli, Fassbinder mette in scena la lenta disgregazione emotiva di Petra, smascherando l’illusione dell’amore come rifugio e rivelandone invece la natura profondamente politica e violenta.

Le lacrime amare di Petra von Kant – Il dominio in amore
Le lacrime amare di Petra von Kant è un film costruito chiaramente in due movimenti speculari. Nella prima parte Petra racconta e ostenta il disgusto amoroso, nella seconda è costretta a viverlo dall’altra parte, subendolo sulla propria pelle. Fassbinder ribalta così la posizione del personaggio e, insieme, quella dello spettatore. Petra non è un’antieroina nel senso classico: non fa nulla per far provare empatia allo spettatore all’inizio e solo più avanti, quando precipita, diventa oggetto di una sorta di legame che resta però attraversato da un costante distacco critico.
Nella prima metà del film Petra esercita un controllo assoluto sul suo microcosmo. Domina Marlene, le detta lettere con fare burbero, mente alla madre al telefono, riceve ospiti davanti ai quali ostenta il proprio cinismo sentimentale. È indomabile, apparentemente impossibile da schiacciare, fa del potere la propria identità. Anche l’incontro con Karin sembra inizialmente rientrare in questa logica: Petra tenta subito di dominarla, di plasmarla con un atteggiamento quasi materno — “sei giovane, non sai ancora come funziona il mondo” — mentre Karin appare come un docile cerbiattino nelle grinfie di una predatrice elegante e pericolosa. Petra le promette tutto: successo, visibilità, un posto nel mondo della moda. Il rapporto nasce già come scambio diseguale, fondato su un debito.
La vicinanza emotiva
In questa prima metà, il vero referente emotivo non è Petra, ma Marlene. Silenziosa, umiliata, sempre presente, è lei a incarnare la sofferenza muta e a funzionare come punto di identificazione per lo spettatore. Petra viene inizialmente presentata più come oggetto di studio che come figura da comprendere.

Dalla metà in poi, il film si stravolge. I ruoli si ribaltano e Petra diventa “prigioniera”. Il suo atteggiamento nei confronti di Karin si spezza in due poli solo apparentemente opposti ma in realtà complementari. Da un lato la dipendenza affettiva, dall’altro il disprezzo, che sfiora un razzismo di classe ma finisce sempre in una pietà umana deformata.
Karin, ormai consapevole del proprio potere, minaccia e ricatta Petra, mentre quest’ultima sprofonda progressivamente: beve sempre di più, fantastica sulla morte, si allontana dal lavoro distruggendo il proprio talento creativo. La sequenza del compleanno, in cui Petra resta inchiodata al telefono aspettando una chiamata che non arriverà mai, rappresenta il punto di massima negazione di sé. Risponde ripetendo ossessivamente “qui non è von Kant”, cancellando simbolicamente la propria identità fino all’esaurimento nervoso.
Solo nel finale Petra tenta di spezzare questa scala gerarchica dei sentimenti, provando la gentilezza verso i subalterni. Ma è troppo tardi e ora, sola, dovrà fare i conti con il vuoto che lei stessa ha costruito.

L’elemento teatrale
L’impostazione fortemente teatrale di Le lacrime amare di Petra von Kant non è solo una conseguenza della sua origine scenica, ma una consapevole scelta estetica. L’azione resta confinata quasi interamente all’interno dell’appartamento di Petra, uno spazio chiuso che funziona come palcoscenico e come gabbia mentale. Le entrate e le uscite dei personaggi, la frontalità delle inquadrature e la centralità del dialogo fanno dello spazio domestico un luogo di rappresentazione continua.
All’interno di questa struttura apparentemente statica, Fassbinder introduce una rigorosa articolazione temporale e simbolica. Il film è diviso esattamente in due metà e ciascuna metà è ulteriormente scomponibile in due segmenti, per un totale di quattro blocchi narrativi. A segnare questi passaggi non sono solo le ellissi temporali, ma soprattutto le trasformazioni fisiche di Petra. In particolare le acconciature e i continui nuovi look diventano veri e propri marcatori drammaturgici. Il corpo di Petra diventa così superficie narrativa dove il tempo, il potere e il fallimento dell’amore si inscrivono in modo evidente.

Questa scansione precisa rafforza l’idea di un film costruito come una tragedia moderna in atti, dove la ripetizione e la variazione sostituiscono la progressione classica. Fassbinder utilizza la teatralità non come limite, ma come dispositivo di controllo, costringendo lo spettatore a osservare, senza vie di fuga, la trasformazione di Petra da soggetto dominante a figura spezzata, imprigionata nella stessa messa in scena che lei aveva orchestrato.

Conclusione
Le lacrime amare di Petra von Kant è un film di una modernità assoluta. Fassbinder anticipa questioni legate al desiderio, all’identità di genere, al cinema queer e all’universo della moda, riflessioni che oggi sono entrate pienamente nel discorso culturale. Se con Il matrimonio di Maria Braun (qui la recensione) il regista tedesco utilizzava una protagonista per sviscerare la storia della Germania, Le lacrime amare di Petra von Kant è soprattutto un’analisi spietata della dipendenza emotiva e affettiva. L’amore è mostrato come meccanismo di potere, annullamento e violenza reciproca, indipendente da qualsivoglia configurazione di genere.
La regia di Fassbinder riesce inoltre nell’impresa di frazionare e rinnovare uno spazio unico, una semplice camera in cui, di fatto, si svolge l’intero film. Attraverso movimenti minimi, variazioni di luce, disposizione dei corpi e mutazioni visive del personaggio di Petra, lo spazio si trasforma costantemente, diventando specchio delle dinamiche psicologiche e del tempo che passa. A completare il quadro, una sceneggiatura rigorosa e tagliente, quasi interamente costruita sui dialoghi. A metà tra teatralità e poesia, le parola diventano un’arma e l’amore il loro terreno di scontro.

