Che cos’è la libertà? Se faceste questa domanda ad Andy Dufresne, la sua risposta sarebbe: “Quella cosa di cui non senti la mancanza finché non te la tolgono.” Già, difficile dargli torto. Ma chi è, Andy Dufresne? Semplice. È uno dei tanti a cui è stata tolta ingiustamente, ma è anche il protagonista di un film, Le Ali della Libertà, ispirato ad un racconto del leggendario Stephen King.

La sua storia uscì nel 1994, un anno magico per il cinema. In sua compagnia troviamo infatti pellicole come il Re Leone e Pulp Fiction. Grandi capolavori, insomma. Oggi però non ci occuperemo di savane, o di valigette dal contenuto misterioso. Davanti a noi, dietro le sbarre grigie e sporche di un penitenziario, riposa soltanto un mucchio inerme di appassita disperazione.

Andy Dufresne non è un criminale, o perlomeno, non lo è fino ad una sera del 1947. Siede in auto, ubriaco. A pochi passi, dentro casa, c’è sua moglie. E con lei, il suo amante. Andy è vicedirettore di banca, una persona prudente, tranquilla e intelligente, eppure, perde il controllo lo stesso.

Quello che succede nei minuti successivi va troppo veloce, ma lascia il segno. Sua moglie e l’amante perdono la vita. Andy, turbato e sconvolto, non è sicuro di nulla, tranne di una cosa: Non li ha uccisi lui. Il modo per dimostrarlo, però, non lo troverà mai. Davanti ai giudici che lo processano, sembra incredulo. È innocente, ma nessuno gli crede. E lui non capisce come sia possibile. Purtroppo, avrà tutto il tempo per realizzarlo, perché la condanna è un ergastolo, da scontare nella prigione di Shawshank.

Quando il carcere gli apre le porte, è solo, sparuto, fuori luogo. Cammina lento, incerto, con la testa bassa sulle mani intrappolate dai ferri. Attorno a lui, relitti, relitti umani. Alcuni vestono una divisa da prigionieri, gli altri, quelli peggiori, indossano quella delle guardie.

Un penitenziario non è una democrazia. Il penitenziario è un regno, assoluto, dispotico ed immutabile. Il sovrano, quello che i detenuti chiamano direttore, è Samuel Norton. È freddo e corrotto. Crede in Dio, ma assomiglia al Diavolo. I diavoli, però, sono avidi. Ed Andy scoprirà presto il modo di sfruttare la sua debolezza.

Le Ali della Libertà rappresenta un microcosmo distaccato dal resto. Tranne qualche piccola parte significativa, quello che siede al di fuori della prigione sparisce dalla vista. Il film, ambientato soprattutto all’interno del penitenziario, sembra quasi velare il mondo esterno di una patina lontana, segnando un confine tra ciò che supera le mura e ciò che invece ne rimane intrappolato.

Molto presto, gli elementi conosciuti e scontati delle cosiddette esistenze normali lasceranno il posto alle storie dei protagonisti, intrise di errori, rimpianti e malinconica nostalgia. Andy Dufresne, per sopravvivere, dovrà rinascere. Ad accompagnarlo, tanti uomini diversi da lui, eppure uguali. Andy è innocente, gli altri no, ma questo dettaglio smetterà di contare molto in fretta.

Uno dei punti in cui la pellicola riesce meglio è proprio la resa psicologica dei personaggi. Ognuno porta dentro un peso, che si riverbera in ogni atteggiamento o discorso, giungendo persino ad influenzare le espressioni facciali. Tutti hanno una storia, la loro, e in ogni storia c’è speranza, voglia di ricominciare, con uno spirito nuovo. Il penitenziario, nonostante il suo aspetto cupo ed inflessibile, diventa perciò presto una sorta di casa, un luogo familiare e denso di ricordi.

Oltre al protagonista, l’opera sposterà il proprio focus su altri personaggi degni come Red, interpretato da Morgan Freeman, o l’anziano detenuto Brooks. La regia saprà regalare attimi di intensa soddisfazione, oltre a tutta una serie di momenti memorabili sui quali preferiamo tacere. Andy dovrà lottare per la sua vita, per riconquistarla. Per dimostrare la sua innocenza dovrà diventare un criminale.

Rispetto a tanti lavori simili usciti in precedenza, le Ali della Libertà si dimostra meno violento e più umano. Le scene dure e difficili da digerire non mancano, ma non sono altro che sprazzi di pennello sparpagliati sul quadro. La crudeltà qui non è fatta soltanto di maltrattamenti e percosse immotivate. È più subdola e strisciante. E stride fortemente con l’umanità che molti dimostreranno di avere.

In questo senso, manca forse un po’ più di caratterizzazione negli antagonisti. Il direttore Norton, e il suo braccio destro, rimarranno confinati nel loro universo oscuro senza mai mostrare delle motivazioni diverse dall’avidità, o dal semplice sadismo. In un’altra pellicola nessuno ne avrebbe sentito la mancanza.

Ogni dramma carcerario ha come punto centrale la libertà. L’opera di Frank Darabont non fa eccezione, riuscendo però a distinguersi grazie ad un’emotività decisamente più spiccata. L’aspetto umano dei personaggi non si limita al loro ricongiungimento con l’esterno. Si concentra piuttosto sull’idea di cattività, sul senso di un’esistenza a parte vissuta in galera.

In fondo, lenta come un sussurro e potente come un macigno, sarà questa la domanda che più di tutte rimarrà sospesa. È possibile diventare dipendenti dalla prigione, tanto da non riuscire più a vivere fuori? Probabilmente, sì. Perché forse il mondo è soltanto un carcere più grande.

Voto Autore: 5 out of 5 stars

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