“Lady Vendetta”: è feroce ma non brutale, è passione ma non istinto, è castigo ma non barbarie. Il terzo capitolo della trilogia della vendetta è una supplica reclamata con il sangue. L’invocazione dell’espiazione perpetrata utilizzando come strumento il più godurioso dei sentimenti umani: la vendetta.

L’odio privo del sentimento di vendetta è come un seme caduto nel granito. L’odio è un sentimento virtuoso quanto l’amore. Veneriamo la libertà perché abbiamo imparato ad odiare il giogo, detestiamo ciò che ci sporca perché siamo votati alla giustizia. L’amore può nutrire il più aspro risentimento, e l’odio sa cullare la più soave tenerezza. Aspiriamo al candore, e giuriamo vendetta.

Park Chan-wook ci ha mostrato che la vendetta è efferatezza alla quale non è possibile sottrarsi (Mr. Vendetta), è l’unico piacere che resta dopo la devastazione del dolore (Oldboy), ma è anche la salvifica missione di chi intende raggiungere un liberatorio perdono (Lady Vendetta).

Geum-ja (Lee Young-ae) ha 19 anni. Lo sguardo timido e la pelle candida. Assalita dalle domande dei giornalisti, spogliata della propria innocenza dallo sguardo inquisitorio delle telecamere, Geum-ja entra in carcere circondata dal macabro clamore dell’opinione pubblica. La bellissima Geum-ja è accusata di aver rapito e ucciso un bambino di sei anni, soffocandolo. Una carcerazione lunga 13 anni. Anni trascorsi in preghiera. “Pregare è come una spugnetta abrasiva. Se lo fai tutti i giorni ti aiuterà a cancellare via tutti i peccati”.

Occhi remissivi e un docile sorriso. Ma non è forse dietro la pacatezza accomodante che si perfeziona la più implacabile efferatezza? 13 anni per pianificare la vendetta. Un uomo l’ha incastrata, l’ha costretta a prendersi la colpa dei suoi crimini, le ha tolto l’affetto della figlia, ha divorato il suo candore. 13 anni per fantasticare di asservire quel mostro che l’ha trasformata in una peccatrice.

Lady Vendetta

Sensuale ed enigmatica, innocente tradita, il suo sguardo da impaurito diverrà sinistro. Un ombretto rosso sangue per ricordare a se stessa di essere cattiva, per far sapere agli altri che in lei non vi sono più mansuetudine e carità. Scarpe rosse ai piedi per procedere, con passo più risoluto, verso l’inferno: là dove si impartiscono punizioni e si consola con il castigo. I messaggeri del diavolo hanno spesso sembianze angeliche: Geum-ja è uno spirito raffinato deciso ad affogare nel sangue la bestialità di chi le ha reciso le ali.

“La dolcissima Geum-ja”. Tutti la chiamano così. Nessuno potrà scucirle di dosso quell’epiteto. Eppure Geum-ja era innocente, ora non lo è più. Ha scontato stoicamente una condanna ingiusta, è divenuta detenuta modello, ma non le chiedete di dimenticare. Non ha alcuna intenzione di farsene un ragione. Geum-ja è un freddo samurai di kurosawiana memoria, che assesta colpi con infinita grazia, come fosse un’eroina di altri tempi. Anna Karenina non era destinata alla felicità, ma la ricerca con tutte le sue forze. La scandalosa Emma Bovary insegue il piacere a costo di mettere in gioco la propria esistenza. Geum-ja esige la purezza che le è stata sottratta, a scapito di ciò che resta della sua innocenza, sebbene forse non sia più possibile riconquistarla.

Il bianco incarnato ora accorda il primato ad uno sguardo che racchiude una luce nuova, infuocato da un ombretto rosso cremisi. Il suo corpo si muove seducente con maggiore sicurezza, avvolto da un caliginoso impermeabile nero.

“Lady Vendetta” potrebbe risolversi con un epico regolamento di conti già a metà pellicola. Il viscido professor Baek (interpretato da un gelido e sempre perfetto Choi Min-sik) siede ben presto di fronte a lei, imbavagliato, impotente. Ma Geum-ja non è vittima di una mascolina furia come Dae-su (Oldboy), né di una impetuosa rabbia come Ryu (Mr. Vendetta). La sua è una vendetta dalla complessità femminea. Geum-ja non perderà il controllo, non si abbandonerà all’istinto. Dapprima di servirà di Mr. Baek per comunicare con la figlia, cresciuta lontano da lei, in Australia, conoscendo un’altra lingua e le tenerezze di altri genitori. In seguito trasformerà il suo ardente desiderio di rivalsa in un flagello collettivo. Mr. Baek è un assassino di bambini, la comunità tutta deve poter fissare il proprio chiodo sulla croce.

“La dolce Geum-ja” offrirà su di un freddissimo piatto la possibilità di vendicarsi alle famiglie dei bambini uccisi. Tutti concordi dell’inutilità della vendetta, sceglieranno ugualmente di equipaggiarsi di un impermeabile trasparente e di armarsi di coltelli e bastoni. Un teatro di tortura che diviene a tratti perfino umoristico: una grottesca sala d’attesa in cui attendere di apporre anche la propria vigliacca firma sulla rivincita ottenuta grazie ad una guerra combattuta da qualcun altro.

Lady Vendetta

Una violenza allusa più che esibita: il ruolo del fuoricampo nel cinema di Park si rivela anche in questo caso determinante. I nostri occhi vedono gli effetti, le nostre menti posso immaginare gli eccessi. È il sangue a conquistare la scena: gli schizzi che colpiscono i corpi, le macchie che riversano sul pavimento, gli occhiali di Mr. Baek che annegano in una oleosa pozza rossa. E dopo aver placato la sete di violenza, ci si siede a tavola per condividere una torta al cioccolato, riuniti in una cerimonia spirituale in cui, dopo aver dilaniato il corpo dell’assassino, ci si appresta a consumarlo mediante un rituale collettivo.

La vendetta dovrebbe aver ripristinato la giustizia; eppure la meschinità dell’essere umana non è ancora sazia. “Ci restituiscono i soldi ora”? I parenti scrivono su di un foglio le coordinate bancarie del proprio conto confidando in un congruo risarcimento del “danno”. Geum-ja sarà l’unica ad accorgersi della miseria in cui il suo tentativo di espiazione è sprofondato.

“Lady Vendetta” è la perfetta conclusione di una trilogia che allude alla finalità ultima del cinema stesso, inteso come mezzo comunicativo capace di ritrarre la società del proprio tempo. Un cinema profondamente umano, sebbene sgomiti fra le tante disumanità che racconta. Un cinema intenso, che inquisisce gli aspetti più torpidi della realtà, fotografandone le ambivalenze, ritraendone le maschere.

Lady Vendetta

Geum-ja è un’anima perduta e anche l’umanità dello spettatore smarrisce la rotta, spazzata via dal livore. Estetica e morale si intrecciano, sequenze oniriche e feroce realismo si alternano, le musiche di Vivaldi e Paganini traghettano lo spettatore sino ai più profondi dilemmi etici. Si viene trasportati in quei luoghi di perdizione dell’anima in cui solo il sangue sembra poter placare una smania impietosa. L’inquadratura è quasi soffocata di particolari (sublime il lavoro sulle luci di Chung Chung-hoon e quello sulle scenografie di Cho Hwa-sung) quando la frammentata narrazione procede fra flashback ed ellissi, sino a spogliarsi degli orpelli, assecondando una maggior linearità del racconto, finendo per vestirsi di una coltre di neve capace di nascondere agli occhi tutto ciò che non è essenziale.

La regia di “Lady Vendetta” fa ampio uso di primi e primissimi piani dedicati alla bellissima attrice Lee Young-ae. I suoi occhi si fanno specchio della sua anima tormentata: assenti durante la carcerazione, si infiammano durante la realizzazione del piano di vendetta, ritrovano una luce da tempo smarrita dopo l’uccisione del professore omicida, si fanno incandescenti quando riscaldati dalla speranza di una possibile redenzione sul finale.

Park Chan-wook è il regista orientale che in maniera più originale è riuscito a raccontare la subalternità della donna e al contempo a dipingerne la forza rigeneratrice, e lo ha fatto da uno dei paesi agli ultimi posti delle classifiche sulla parità tra i sessi. È interessante notare come già in “JSA – Joint Security Area” (2000), Park abbia scelto di inserire uno sguardo femminile nella vicenda investigativa ambientata fra le due Coree. Il protagonista del romanzo (DMZ di Park Sang-Yeon) da cui il film trae spunto è un uomo, è Park a farne una donna nel suo adattamento cinematografico.

Nei primi due capitoli della trilogia i personaggi femminile sono perlopiù pedine spostate sullo scacchiere da crudeli mani maschili: in “Mr. Vendetta” la sorella malata di Ryu si toglie tragicamente la vita e lo spettatore non viene nemmeno informato di quale fosse il suo nome, in Oldboy l’amore di Mi-do è frutto dell’ipnosi e mai le sarà offerta la possibilità di conoscere la verità. Le donne si impadroniscono della scena solo con “Lady Vendetta”. Sarà sempre l’attrice Lee Young-ae, la Sophie di “JSA”, a vestire i panni della “dolce Geum-ja”. La donna diviene figura simbolica di una ribellione alla sottomissione, divenendo un punto di riferimento per la comunità femminile delle detenute. Queste la aiuteranno a compiere il suo piano di vendetta.

Pensavamo di aver goduto a pieno del delizioso sapore della rivalsa, di aver spremuto tutto il celestiale nettare che le nostri fauci avide di cinema potevano trattenere. Eppure la vendetta, il più succulento e oscuro dei sentimenti, necessitava di un altro squisito capitolo diretto dal più femminista dei maestri d’Oriente. Park Chan-wook nel 2005 conclude la sua poderosa e indimenticabile trilogia con “Lady Vendetta”: una storia di violenza spirituale e umanità rincorsa. Se la vendetta seduce e distrugge l’uomo, la donna sa servirsene per ambire alla liberazione.

Voto Autore: 4.5 out of 5 stars

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