La torta del presidente è il bell’esordio registico di Hasan Hadi, che scrive e dirige un lavoro apprezzato da pubblico e critica, vincitore della Camera d or e del Premio del pubblico durante la scorsa edizione del Festival di Cannes e presentato ad Alice nella Città 2025.
Candidato iracheno agli Oscar per miglior film internazionale, La torta del presidente è un opera ambientata in Iraq, negli anni novanta, nel periodo successivo all’invasione del Kuwait, che unisce il percorso di formazione di una bambina al ritratto di uno stato in progressivo affanno su se stesso, stretto tra il potere armato ed economico americano e la tirannia militare di Saddam.

Un progetto dove la collocazione geografica è stata elemento imprescindibile e determinante la realizzazione del film stesso e che punta a ritrarre un paese, l’Iraq, in modo intimo, contaminato e sorprendente, come poche volte si è avuto la possibilità di osservarlo su grande schermo.
La torta del presidente – Trama
Lamia (Banin Ahmad Nayef) non ha genitori: vive con l’anziana Bibi (Waheed Thabet Khreibat) nelle paludi mesopotamiche alla periferia della città. Va in canoa a scuola ogni giorno, assieme al suo amico d’infanzia, il cui padre si dice sia storpio, o mendicante o disertore e non si sa dove sia.
Il giorno del compleanno di Saddam succedono due cose: l’anziana Bibi viene licenziata dal suo lavoro ventennale nei campi mentre a scuola Lamia viene sorteggiata per preparare la torta di compleanno da preparare in onore del despota. Tradizione quest’ultima importantissima, tanto simbolica quanto stringente, perché chi non la esegue è punibile con la morte.

Il particolare non da poco è che l’Iraq è un paese stremato economicamente dalle sanzioni economiche statunitensi, dove tutto scarseggia o costa caro al mercato di contrabbando, dove si mangia un giorno sì ed uno no e reperire gli ingredienti per realizzare anche la più semplice delle torte è impresa insieme eroica e disperata.
Lamia non vuole tirarsi indietro, e Bibi la mattina seguente la porta in città. Ma quella che doveva essere una miracolosa spesa per cucinare un dolce, diventa un’avventura di speranza e rinascita nel cuore di un paese che fatica a trovare la luce.
La torta del presidente – Recensione
La torta del presidente prende un episodio di vita quotidiana, sostanzialmente semplice, e lo utilizza per immergersi profondamente in una società di cui abbiamo poche testimonianze concrete, decostruendola rispetto anche a quel poco che si poteva immaginare. Così, dal piccolo al grande, come nelle migliori tradizioni di narrazione, prende vita un viaggio in un paese tradito, problematico, mal raccontato, visto e vissuto attraverso gli occhi di una bambina sola con i suoi desideri.

Lamia pura e volenterosa, che potrebbe e vorrebbe splendere è la protagonista di un viaggio esteriore ed interiore nel lato più difficile della capitale. Zucchero, farina, lievito, uova, sono i suoi talismani della felicità: li rincorre come chimere che appaiono sempre più impossibili tra i vicoli addolorati e sospesi di una città espropriata e sofferente.
Un mondo di guerra e povertà lasciato in eredità ai bambini
Soldati sulle strade in attesa di qualche disgrazia annunciata e nelle piazze parate di giovanissimi in favore di un dittatore invisibile al popolo ma dominatore, che impone fin dalla più tenera età il culto di se stesso come ossessione per la sua intera comunità. Ospedali stracolmi di feriti di nazionalità non facilmente individuabile, autorità amministrative paramilitari che non ascoltano la popolazione, non hanno tempi, risorse, mezzi, non saprebbero neanche come fare, specie se gli si richiede di ritrovare una persona smarrita.
La capitale è un dedalo di miseria colorata, “un’ istantanea dinamica” di un’instabilità a trecentosessanta gradi, politica, economica, sociale, persino morale, visto ciò che rischia la piccola Lamia, una volta rimasta sola con il suo gallo di compagnia, e la ricetta stropicciata in mano, ossia finire in mano ad orchi mangiabambini senza scrupoli.

Quasi si rimpiange la sua surreale campagna di provenienza, quella tenda tra le paludi, quegli spazi ruvidi e vuoti, quel vivere senza tempo, appoggiandosi ed aiutando una donna che non sappiamo nemmeno se sia una madre anziana, una nonna, una parente in qualche modo legata alla piccola.
Una favola nera, tra reale ed immaginario, per scampare al doloroso presente
La torta del Presidente ha i connotati di una favola nera, amara, che, come in un atto di fede, lascia entrare della luce magica tra le sue maglie, alla ricerca di qualcosa che trasformi la realtà, la digerisca, la apra alla speranza. Tutto seguendo sempre le orme e la prospettiva di una bambina, all’interno di una situazione gradualmente più estrema, via via più pericolosa e paradossale.
Il finale suggerisce una distruzione beffarda degli incredibili sforzi dietro quella piccola torta riuscita a comparire, infine, rocambolescamente in classe, lo sguardo tra Lamia e il suo amico di infanzia, Saeed (Sajad Mohamad Qasem) nonché compagno di banco e di parte della sua avventura in città, sottolinea la grave responsabilità degli adulti di oggi. Quale mondo lasciare alle giovani generazioni?

Un’eredità di violenza e sopraffazione, dove detta legge il più forte, e la storia è un alternarsi iniquo di soccombenti in croce e di vittoriosi prepotenti. Resta la paura di non farcela, di ingiustizia per non aver meritato un briciolo di quel male, il desiderio di scappare lontano, indietro nel tempo, quando si era ancora sicuri, e c’era una possibilità, per i desideri più giusti e puri, di avverarsi.
La torta del presidente – Cast
Ottimi i volti scelti per interpretare i vari personaggi, dentro quadri in cui la stortura viene raccontata senza far trapelare nulla prima, in modo sorprendente e che lascia piccole ferite di sangue e sgomento. Non si rinuncia al colore dei panorami, a simboleggiare un buio ed una difficoltà che trovano agio tranquillamente anche in fotografie assolate, dietro banconi di negozi variopinti, tra i banchi malmessi di una scuola stracolma di vita ma poco accogliente, tra le bancarelle vivaci di un mercato affollato, o tra i tavoli ordinati di un ristorante vuoto.

Un piede qui ed un piede altrove, per sopravvivere al male: così La torta del presidente vince la scommessa, giocando le sue armi su un piano immaginifico, poiché spesso l’immaginazione può trasformare il reale in qualcosa di più accettabile e dignitoso di quello che ci propina la storia, qui con la esse maiuscola.
Specie se il reale in questione, ad esempio, appare in questo caso a sfregio-beffa della storia raccontata, sui titoli di coda, nella foggia di una lussuosissima torta di compleanno alta cinque metri per i cinquant’anni di un dittatore che goffamente ne taglia una fetta sorridendo ai fotografi. Un documento d’archivio, questo sì, non favolistico, ma reale.
La torta del presidente – Trailer
