venerdì, 22 Ottobre, 2021

La pazza gioia

Nel 2016, Paolo Virzì (N – Io e Napoleone), dopo l’enorme successo di Il capitale umano, di gran lunga il suo film più riuscito, abbandona il freddo e calcolatore Nord Italia, per ritornare alle origini, in quella sua Toscana calda e luminosa, con il film La pazza gioia. Il film, vincitore di ben cinque David di Donatello, ha incontrato un discreto favore da parte di pubblico e critica, risultando una delle pellicole di maggior interesse dell’intera stagione cinematografica, che, nel 2016-17, ha per molti aspetti tracciato un solco indelebile con il passato dimostrando grande creatività, con titoli come Veloce come il vento, Indivisibili e Fiore.

La pazza gioia

La storia è quella di Beatrice e Donatella, due donne con problemi mentali e condanne giudiziarie alle spalle, che si ritrovano nella stessa casa di cura, Villa Biondi, nel pistoiese. La prima è una ex altolocata, logorroica e curiosa fino all’invadenza, che dispensa consigli mai davvero utili anche al personale della struttura. La seconda è una donna depressa, tendente all’anoressia, dal passato burrascoso, tanto che le è stato tolto l’affidamento del figlio Elia, assegnato da neonato ad un’altra famiglia. Le due donne sono dunque agli antipodi, ma ben presto diventeranno amiche, soprattutto perché Beatrice farà valere la sua aura di leader nei confronti dell’apatica Donatella, trascinandola con sé in tutte le sue iniziative, quasi sempre folli e al limite della legalità. Finiranno così per scappare dall’istituto, rubare un’auto e girovagare per la Toscana, con l’intento di darsi alla “pazza gioia”, senza rinunciare, per altro, a riallacciare un qualche rapporto con il proprio passato. Ricercate dalle forze dell’ordine per una serie di comportamenti molesti, le due donne stringeranno una fortissima amicizia.

La pazza gioia

Il film presenta le stesse caratteristiche degli altri titoli italiani usciti in quella stagione, tanto che davvero si potrebbe parlare di un anno, il 2016, di una svolta decisa e compatta di tutto il cinema “drammatico” italiano verso storie e personaggi pressoché inediti, almeno nel loro sviluppo. Le due protagoniste de La pazza gioia, presentano le stesse caratteristiche di Stefano Accorsi in Veloce come il vento, o delle gemelle Fontana in Indivisibili. Pur nel loro essere, specialmente in certi punti del film, un po’ caricaturali, infatti, Beatrice e Donatella non perdono mai la loro credibilità, esattamente come accade anche agli altri personaggi principali dei film sopra citati.

La scrittura del film, dalla penna dello stesso regista e della sua storica collaboratrice Francesca Archibugi, non è certo perfetta, e presenta alcuni momenti di fatto inutili o forzati, come l’irruzione di Beatrice in una banca per cercare di truffare il direttore e avere un po’ di cash a disposizione. Tuttavia, le due donne non cessano mai di essere sé stesse fino in fondo, probabilmente anche a causa della loro condizione mentale alterata, che fa sì che esse agiscano solo in base a ciò che vogliono fare con tutte sé stesse, e questo elemento, in fin dei conti, funge anche da messaggio di forte emancipazione non solo femminista (l’idea che le donne possano davvero fare qualsiasi cosa, anche quando il destino non le sorride, è plateale), ma anche nei confronti di tutte le persone affette da malattia mentale, che, in seguito alla Legge Basaglia del ’78, non sono più marginalizzate nei manicomi, ma sono prese in carico dalle case di cura come Villa Biondi.

La pazza gioia

Inutile dire che le protagoniste, da sole, valgono pienamente il prezzo del biglietto. Merito anche dell’esperienza e del talento di due delle migliori interpreti italiane, come Valeria Bruni Tedeschi, nel ruolo di Beatrice, e Micaela Ramazzotti, in quello di Donatella. Interpretano due amiche nel senso più autentico del termine. Sono diversissime, e questo è normale e giusto nell’ottica cinematografica, ma si accudiscono anche l’un l’altra con una tenerezza e un’efficacia incredibile. Beatrice, come già detto, trascina spesso Donatella, facendo sì che combatta la sua irrefrenabile timidezza. Dal canto suo Donatella, è l’unico personaggio de La pazza gioia che in un modo o nell’altro, quando serve, riesce ad arginare l’esuberanza e l’iperattività dell’amica, che spesso è controproducente per la loro “missione”.

Sì, perché l’odissea che le due protagoniste intraprendono nel film si connota come ben più di un semplice viaggio. E’ più un’evasione, non solo fisica, ma soprattutto psicologica, dal loro mondo e dalla loro condizione. Più che un film sulla malattia mentale, La pazza gioia si configura come un’ottima opera sull’amicizia femminile. Beatrice e Donatella non compiono gesta incredibili nel loro viaggio, come facevano Thelma e Louise, ma sembrano semplicemente affamate di normalità, di rapporti e relazioni non viziate dal filtro invalidante della casa di cura. Il grosso del tempo, nella loro fuga, le due donne lo passano a parlare, a litigare, a spronarsi a vicenda, in un’altalena di umori molto simile a quella che solo le amicizie più profonde possono scatenare.

La pazza gioia

In un certo senso, poi, La pazza gioia è una pellicola fortemente in dialogo con la produzione precedente del regista livornese. Lo stesso Virzì, ha dichiarato come il personaggio di Beatrice, sia nato quasi per caso, sul finire delle riprese de Il capitale umano. La Tedeschi, infatti, aveva girato una scena, poi tagliata in fase di montaggio, in cui correva a piedi scalzi nel parco di Villa Bernaschi. Quel momento, a detta del regista, rappresenta un’autentica epifania, nella quale la sua Carla, schiava delle apparenze e della bienséance, si libera, rivelando la sua follia di fondo, che è anche libertà. Ecco che allora il personaggio Beatrice, che spesso parla del suo ex marito, imprenditore di successo che frequentava celebrità e personalità politiche di prestigio, può essere letto come un possibile approdo, successivo a una certa reazione, della povera Carla Bernaschi, vittima passiva rinchiusa in una gabbia dorata.

Anche il personaggio della Ramazzotti, alla terza partecipazione in un film del regista nonché compagno di vita, rientra perfettamente in un discorso di continuità con le altre opere. In tutti e tre i casi (Tutta la vita davanti, La prima cosa bella e La pazza gioia) interpreta il ruolo di una madre, ma mai della stesso tipo. Nel primo film è una ragazza madre disordinata e di fatto incapace di badare a sé stessa, figuriamoci ad una bambina. In La prima cosa bella recita il ruolo di una madre amata profondamente, ma mai davvero capita dai figli, che riallacciano i rapporti con lei solo al suo capezzale, rendendosi conto tardivamente della straordinarietà della sua figura. In quest’ultimo caso è invece una madre che è schiacciata dalla sua condizione, e che, dopo aver tentato di commettere un atto terribile, si viene vista di fatto privata del suo status stesso di madre, e per tutto il film ambisce a rivedere il suo Elia. Il tema della maternità, che evidentemente l’attrice romana, in La pazza gioia eccezionale nel suo accento toscano, ispira nel regista, viene sdoganato praticamente in tutte le sue possibili declinazioni nel corso di queste tre pellicole.

Altro elemento decisamente importante nel film di Virzì è sicuramente l’ambientazione. La Toscana rappresentata ne La pazza gioia, è una terra dove sembra esserci sempre il sole, creando un affascinante cortocircuito con le grigie esistenze di Beatrice, Donatella e le altre ospiti di Villa Biondi. Una terra fertile e rigogliosa, dove le donne possono dedicarsi anche a molte attività all’aria aperta. L’intrinseca e abissale differenza tra le due protagoniste la si può riscontrare persino in virtù di questo contesto ambientale. Beatrice, da ex donna d’alto rango, non si mescola mai con le compagne, e si limita semplicemente a dare ordini e consigli all’ombra del suo ombrellino. Donatella, invece, si sporca le mani, è perennemente stravolta e sudata, trasandata nella sua canottiera grigia, interessata solo a concludere il suo lavoro mentre ascolta Senza fine di Gino Paoli, canzone legata al suo passato (suo padre era il pianista del cantautore), ma anche alla perenne incertezza sul suo futuro, costretta com’è a vivere un’esistenza come quella potenzialmente per sempre. Tant’è che dopo essere fuggita e potendo ricominciare una vita lontano, Donatella deciderà spontaneamente di ritornare a Villa Biondi. E’ una donna, lei come l’amica, che “non ha ieri e non ha un domani”, come si sente cantare nella bellissima canzone. I comportamenti opposti delle due amiche di fronte alle attività proposte dal personale della casa di cura, sono le reazioni intime che Beatrice e Donatella subiscono senza saperlo. Dove l’una fa affidamento sulle parole, per far valere un passato glorioso ormai ininfluente, l’altra si dà da fare per cercare di cambiare il suo futuro, con la speranza di poter vedere, anche solo una volta, suo figlio Elia.

Beatrice e Donatella sono le due facce della stessa medaglia, i due atteggiamenti possibili di fronte a un destino avverso e ingrato. La pazza gioia parla anche di questo: di reazione e resilienza, con risultati a tratti sublimi.

Voto Autore: [usr 3,5]

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