La Fine di Oak Street è l’ultima fatica di David Robert Mitchell, regista che torna in attività dopo Under The Silver Lake dell’ormai lontano 2018. Il suo successo più grande, però, è sicuramente l’horror It Follows del 2014, di cui sarebbe previsto un sequel dal titolo They Follow, le cui riprese inizieranno nel corso di quest anno. Queste due pellicole lo hanno visto cimentarsi sempre su un terreno da film indipendenti, o comunque a basso budget. La Fine di Oak Street, con la produzione di J.J. Abrams e un costo di circa 90 milioni di dollari, è la prima grande impresa hollywoodiana del regista.
L’accoglienza da parte del pubblico e della critica è stata generosa. In un’estate dominata da Spiderman: Brand New Day e da Odissea di Nolan, La Fine di Oak Street si è ritagliata la sua fetta di incasso non indifferente. Vedremo se riuscirà ad avere una tenuta sufficiente per creare profitto visto il budget. Scopriamo, allora, se l’ultimo lavoro di Mitchell è all’altezza delle aspettative e delle sue opere precedenti.

La Fine di Oak Street – Trama
1982. La famiglia Platt, composta dalla madre Denise (Anne Hathaway), il padre Greg (Ewan McGregor) e i figli Audrey e Brian (Maisy Stella e Christian Convery) vive in un piccolo quartiere di periferia dove si conoscono tutti e sussistono, tra vicini, le classiche antipatie e simpatie. Il nucleo della vicenda però è il rapporto tra i membri della famiglia protagonista, che non vive un periodo roseo a causa degli screzi tra Denise e Greg; che inevitabilmente si ripercuotono sui figli.
Una sera, durante un temporale, uno strano bagliore illumina tutto il quartiere. Va via la corrente elettrica e l’acqua. Il cane di famiglia, Starbuck, scompare. Inspiegabilmente compaiono dei dinosauri per le strade e le vie d’uscita sono bloccate. L’intero quartiere sembra essersi catapultato a milioni di anni di distanza e sembra impossibile poter tornare indietro. Isolati e a corto di viveri, l’unica speranza di sopravvivenza per la famiglia sarà quella di restare uniti.

Lo sfondo che diventa primo piano
La costruzione dell’immagine, per David Robert Mitchell, è una questione di profondità. È nella profondità dei suoi campi che si annida il senso dei suoi film. In It Follows la paura del sesso e delle sue ripercussioni si concretizzava negli sguardi dei protagonisti che si spingevano fino all’orizzonte più lontano. In Under The Silver Lake, di nuovo, lo sguardo di Andrew Garfield scruta in lontananza per scovare segni e conferme dei complotti di cui è convinto. La Fine di Oak Street non è diverso: il senso di tutta la pellicola risiede nei campi lunghi iniziali.
Questi campi lunghi indagano, da lontano, i segreti di tutti i membri della famiglia. I figli scrutano da lontano i litigi dei genitori, che tradiscono una crisi nonostante i tentativi maldestri di tenerla nascosta. A loro volta i giovani Audrey e Brian evadono da questa situazione soffocante nascondendo i loro comportamenti: il ragazzo fumando e facendo bravate, la sorella rifugiandosi nella musica, nella lettura o nell’immaginazione che la spinge tra le stelle.
Il non detto, il taciuto, che nel film non diventa fuori campo ma appunto un qualcosa che succede sullo “sfondo”, costituisce il nucleo del racconto, che si metaforizza con l’arrivo della catastrofe. Il quartiere si isola, le vie di fuga scompaiono; e un mondo preistorico straborda lungo i confini. I segreti diventano macigni, i non detti implorano di essere espressi; e i dinosauri diventano una scusa per ricucire delle cicatrici famigliari per anni lasciate scoperte.

Gli anni ’80, tra pop e Spielberg
Su questo sostrato, che le immagini restituiscono in maniera più efficace rispetto ai dialoghi, che rimangono molto semplici e basici; si costruisce tutto l’impianto avventuroso del film; che è il cuore pulsante dell’operazione. Un’operazione che sicuramente guarda al passato, e che si inserisce nel solco delle produzioni contemporanee che riprendono con nostalgia la cultura pop anni ’80.
Il film è sfacciatamente spielberghiano. Il riferimento di Mitchell, che nelle sue pellicole precedenti aveva già mostrato una grande padronanza non solo del mezzo cinematografico, ma anche della sua storia, non è semplice citazionismo. Al di la, ovviamente, dei riferimenti iconografici che strizzano l’occhio a Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, E.T. e, ovviamente, a Jurassic Park; l’impianto stesso e il plot rivendicano e sbandierano un’idea di cinema immaginifica e spettacolare.
La “spiegazione” dell’evento è sfacciatamente cinematografica, e svariati eventi del film urlano a gran voce la natura leggera e scanzonata dell’operazione, che pur con scene crude e tese regala un’ora e cinquanta minuti di puro intrattenimento hollywoodiano, con la consapevolezza sottesa di star raccontando – complice una sapiente messa in scena – qualcosa che va al di là di una fuga al cardiopalma da uno Spinosauro o da un Allosauro.

Un blockbuster classico
Al di là, però, delle letture che possono essere proposte per interpretare la pellicola (si potrebbe anche allargare il range e vedere l’intera vicenda come un racconto su un certo tipo di periferia americana); il film riesce a costruire la giusta tensione e i giusti momenti adrenalinici nelle scene più concitate, mischiando il registro horror (di cui Mitchell ha fatto sfoggio in It Follows) a quello da adventure movie.
Una sapiente gestione delle tempistiche restituisce una pellicola scorrevole, a tratti divertente e con momenti addirittura inaspettati. Il coraggio di parte della scrittura e della messa in scena, per alcune scelte, erge La Fine di Oak Street al di sopra di tutte le pellicole a nome Jurassic World. Alcuni sottotesti metacinematografici, che emergono soprattutto grazie al personaggio interpretato dallla Hathaway, fanno perdonare la semplicità dei dialoghi e la prevedibilità della risoluzione finale.
La natura da blockbuster (dal budget generoso ma non stratosferico) fa si che Mitchell, nonostante il suo estro – che emerge anche da questi 109 minuti – rimanga inevitabilmente imbrigliato in logiche dalle quali si era affrancato nelle sue pellicole precedenti. Ma in fin dei conti, a ben guardare, in una pellicola alla quale era richiesto di farsi largo tra due pesi massimi come Odissea e Spiderman: Brand New Day non c’era d’aspettarsi l’acume sociale di It Follows o la cripticità iper citazionista di Under The Silver Lake.

La Fine di Oak Street – Conclusioni
Mitchell ci catapulta in una situazione surreale nella quale i protagonisti dovranno unire le loro forze e ritrovare i loro legami per poter sopravvivere. Sullo sfondo (che racchiude il senso ultimo di ogni sua pellicola) i dinosauri, che regalano momenti di puro cinema d’intrattenimento, tra adrenalina, tensione, sgomento e anche divertimento. La scrittura, in larga parte, rimane solo sulla superficie e tradisce, forse, qualche ingenuità; ma si può soprassedere vista la bravura di Mitchell dietro la macchina da presa. Un genuino film d’intrattenimento vecchia scuola, come non se ne vedevano da anni con questo setting (uomo-dinosauri).
