Viktor Stein non ha vissuto un’infanzia facile: il padre ha avuto dei problemi con il fisco che hanno messo a dura prova il tessuto familiare, causando il successivo divorzio dei genitori e un odio profondo da parte del protagonista nei confronti degli obblighi e imposizioni sociali. Ormai ragazzo Viktor è andato a vivere da solo ma non riesce a trovare una casa in affitto in quanto i proprietari degli stabili gli chiedono una garanzia economica, di cui lui al momento non dispone. Il protagonista di La febbre del cemento aguzza allora l’ingegno e si crea una falsa identità, riuscendo ad ottenere un contratto di locazione per un lussuoso attico che finisce per affittare a sua volta ad un gruppo di operai, suoi ex colleghi. Dopo essere stato scoperto e riuscito a far perdere le proprie tracce, Viktor decide di fare quell’ulteriore passo che possa garantirgli una stabile e facile ricchezza: con l’aiuto del losco Gerry Falkland organizza degli imbrogli nel mercato immobiliare che gli fanno guadagnare milioni. La situazione non potrebbe essere migliore anche dal punto di vista sentimentale, con la relazione con la bella impiegata di banca e loro partner Nicole, ma il castello di bugie è ben presto destinato a crollare con tutte le conseguenze del caso.

La febbre del cemento, prima produzione originale Netflix proveniente dalla Germania, è una spenta apoteosi criminale che, tra ascesa e caduta, ci trascina nel tortuoso vissuto del protagonista, uomo pronto a tutto pur di raggiungere il successo. Il film parte dalla fine e tramite un interrogatorio – intervista tra quattro mura del carcere ci accompagna a ritroso nella scalata del ragazzo che, tra festini a base di alcool e droga e uno spento menage matrimoniale, si trova consapevole vittima dei suoi stessi errori. A tratti gratuito altrove banalmente retorico, il terzo film del regista Cüneyt Kaya non trova la giusta cattiveria, affidandosi ad un cinismo di fondo poco incisivo e privando di fatto la storia e i personaggi di ulteriori spunti che avrebbero potuto sfumare ulteriormente il nucleo della vicenda, qui destinata a una monotonia esasperata che caratterizza i novanta minuti di visione.

Ne esce un ritratto opaco che si perde nelle proprie ambizioni, mai capace di trovare quel surplus che esalti il versante emozionale di un’operazione che si basa su una generale inerzia narrativa, tra sviluppi prevedibili e parziali colpi di scena – soprattutto nelle fasi d’epilogo – che nulla aggiungono a quanto già detto decine di volte in titoli omologhi. La febbre del cemento vive su una ciclicità di situazioni che conducono ben presto alla noia e lo scarso carisma del protagonista David Kross non aiuta, tanto che le figure più interessanti risultano quelle secondarie. Gli sporadici flashback nell’infanzia del Nostro non riescono ad imprimere sfumature ad una figura così monodimensionale e l’accennata introduzione alle dinamiche del mercato immobiliare, qui giocato sul confine della legalità, risulta noiosa per la maggior parte del pubblico, poco avvezzo a certe dinamiche. E il principale difetto del film è proprio quello di non rendere appetibile un argomento ostico e di snellirlo al servizio di una fruizione più istintiva e avvincente. Un risultato figlio di un approccio elementare che delude le attese senza elementi di potenziale interesse a suo discapito.

Voto Autore: 2 out of 5 stars

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