La donna del miracolo (1931) è un film di Frank Capra, tratto dal dramma Bless You Sister di John Meehan e Robert Riskin e adattato per il grande schermo da Jo Swerling. Quest’ultimo fu uno degli sceneggiatori di massima fiducia del regista italo-americano: i due collaborarono a ben 6 film tra il 1930 e il 1932, prima di ritrovarsi nel 1946, quando Swerling contribuì alla realizzazione dello script de La vita è meravigliosa.
Prodotto dalla Columbia Pictures, all’epoca ancora una minor rispetto ai grandi studi a integrazione verticale (ovvero proprietari anche di sale cinematografiche), non fu un grande successo al botteghino ma confermò, almeno a tratti, il talento di Capra. Tre anni dopo, l’enorme successo commerciale e i 5 Oscar per il suo Accadde una notte (1934) diedero per sempre una svolta allo status della casa di produzione di Harry Cohn.

La donna del miracolo – Trama
Un campanile chiama a raccolta i fedeli e un cartello ci dice che li aspetta la messa d’addio del reverendo del luogo. La figura fragile ma austera di Florence Fallon (Barbara Stanwyck), vestita di nero, guadagna il pulpito. È la figlia del pastore che esegue la lettura del sermone del padre. All’improvviso una rivelazione: il padre è morto. Lo annuncia scomponendosi in una disperazione rabbiosa, accusando del crimine tutti i presenti, rei d’ipocrisia, d’ingratitudine e di povertà di spirito, colpevoli d’averlo cacciato senza valide ragioni dopo vent’anni di onorato servizio.
Florence conosce la Bibbia e la cita a memoria scagliandosi su una folla che guadagna presto la via d’uscita. L’unico rimasto in chiesa è Bob Hornsby (Sam Hardy), un imprenditore senza scrupoli colpito dalla scena, che le propone un affare: sfruttare la sua capacità oratoria per predicare in un tempio dove possa diventare un idolo delle folle. La donna accetta, spinta da un desiderio di rivalsa. I suoi sermoni, più simili a spettacoli circensi che a messe, vengono così conditi da opulente scenografie, cori, leoni e messinscene di miracoli. Il successo è tale che vengono trasmessi anche alla radio, tramite la quale, proprio il suono della sua voce finisce per salvare la vita di un compositore cieco, John Carson (David Manners), a un passo dal suicidio, colpito da parole bibliche pronunciate con tale passione. I due sono ora destinati a incontrarsi.

La donna del miracolo – Recensione
Capra aveva lanciato Barbara Stanwyck l’anno precedente con Donne di lusso e pensò che il ruolo dell’ambigua predicatrice evangelista (ispirato alla figura di Aimee Semple McPherson) le si addicesse. Rispetto all’opera originale, però, per schiarire le tinte fosche del personaggio, decide di inserire la figura dell’imprenditore cui è soggiogata. Una scelta da cui sorge un problema abbastanza evidente, riconosciuto dallo stesso autore italo-americano, che all’interno della propria autobiografia (Frank Capra – Il nome sopra il titolo) ne parla in questi termini: “È lui che la inganna e si arricchisce. Lei è solo uno strumento scenografico. Ma ci crede o no a questi discorsi ispirati che pronuncia rivestita di veli diafani tenendosi accanto dei leoni vivi? Io non lo sapevo, la Stanwyck neppure e il pubblico neanche”.
Su questo aspetto scricchiola la credibilità del film, nonché l’impianto drammaturgico, teso a una redenzione di cui non si avverte la portata e risolto da un sottofinale pirotecnico che conclude sbrigativamente le traiettorie narrative dei protagonisti. Nonostante ciò, La donna del miracolo si lascia apprezzare per le continue invenzioni della messinscena, sintomo di una creatività che Capra, ben presto nella sua carriera, sarebbe riuscito a far confluire in meccanismi ai limiti della perfezione, aiutato anche da sceneggiature decisamente più ispirate di questa.
Lasciando ai margini il registro a lui più congeniale della commedia, il regista si confronta qui con i topoi del melodramma (il ricatto, la cecità, gli ostacoli d’amore) e li mette in dialogo con una visione critica della realtà sociale, ragionando acutamente e a livello visivo (prima ancora che a livello verbale) sulle oscure influenze che manovrano le folle, sulla perdita del sacro, sul potere dei media. Dei temi che attraverseranno tutta la sua carriera, benché declinati in maniera diversa, più strutturata e più orientata a uno sguardo positivo nei confronti dell’umanità.

La folla e l’individuo
Il film riflette sulla malleabilità della folla, mettendola spesso in contrapposizione a un’individualità che si scontra con essa o che la arringa. In questo senso, la prima sequenza appare come una dichiarazione d’intenti. Florence, sul pulpito, ingaggia una sfida in cui domina costantemente la scena, in campi e controcampi in cui la sua figura è ripresa dal basso, mentre la massa, al contrario, appare schiacciata. È una pluralità colpevole, che batte in ritirata e svuota gli spazi, eppure si tratta, nonostante la superiorità grafica e morale, di una sconfitta. A dare alla ragazza la convinzione e la determinazione necessarie a occupare territori ancora più ampi sono l’occhio e le parole dell’imprenditore, che ha intuito le possibilità di un business e che lo prefigura come un atto di rivincita sociale.
Nel tempio, più avanti, vediamo Florence scendere una scalinata dalla sommità dell’inquadratura, salutare un pubblico che la osanna e che lei pare comandare e quasi dirigere col movimento delle braccia. È un trionfo, questa volta. E lo è perché è fastosamente scenografato, “venduto bene”, espressione di una spiritualità a buon mercato che liscia il pelo ai desideri di salvezza della gente. Quello di Florence, però, è un dominio solo apparente, come suggerisce la gabbia dei leoni da cui declama i propri sermoni sul palco. L’inquadratura tra le sbarre anticipa icasticamente il tema della prigionia, della schiavitù fisica e mentale che affligge il personaggio, vittima delle proprie menzogne e d’uno sfruttamento capitalistico per mano dell’avido Bob. Capra riesce a denunciare anche solo in immagini la corruzione di un sistema, il tragico primato della superficie sulla profondità spirituale, lo show business come lunga ombra sul rapporto tra l’uomo e la religione.

Conclusioni – L’importanza del medium
La vera salvezza, pare dirci l’autore italo-americano con questo suo La donna del miracolo, si può trovare solo quando il medium è adeguato. Non è un caso sia la voce della predicatrice alla radio a dare nuova speranza al cieco John, che coglie solo la forza delle parole, libere dagli orpelli del tempio-teatro-circo, dove peraltro, per via del suo handicap, rimarrà comunque immune da ulteriori condizionamenti.
Il medium è importante anche nella comunicazione tra John e Florence: è il Braille delle loro lettere, su cui una sequenza di montaggio scandisce l’evoluzione della loro relazione; è il pupazzo da ventriloquo con cui l’uomo vince la propria timidezza e trova il coraggio di dichiarare il suo amore; è la musica su cui i due trovano terreno comune ritrovando sorrisi che credevano perduti per sempre. La forma è importante almeno quanto il contenuto, insomma. E d’altronde, è un discorso che si potrebbe tranquillamente traslare all’intera filmografia di Frank Capra, autore di un cinema in grado di parlarci ancora oggi, anche quando non è esente da difetti, come avesse scoperto il segreto di una comunicazione impermeabile ai secoli che scorrono.
