Forte del successo di Fleabag, nel 2018 Phoebe Waller-Bridge lancia sul piccolo schermo la sua nuova serie da autrice. Si tratta di Killing Eve, un giallo tragicomico che grazie al successo ottenuto riuscirà a ricoprire l’arco di quattro stagioni, per un totale di trentadue episodi. La serie si basa (stampo inedito per la sceneggiatrice) sulla figura di una capace assassina di nome Villanelle. Il personaggio, ispirato ai racconti di Luke Jennings, prende con il prodotto audiovisivo nuova vita. L’operazione proposta su BBC America a conti fatti può dirsi felicemente riuscita, come testimoniano le oltre dieci candidature Emmy – e le quattro ai Golden Globes – ricevute nel corso della messa in onda. La serie ha recentemente fatto la sua comparsa anche nel catalogo Netflix, pronta ad intercettare nuove fasce di pubblico e affezionati in cerca di un rewatch.

Killing Eve: la trama
Una serie di omicidi convince l’agente Eve Polastri (Sandra Oh) della possibile esistenza di una serial killer. Il vincolo a dimostrare la sua tesi? Un ambiente lavorativo stringente e un capo che non le crede, criticando la sua ostinazione. Così, quando Eve fa il passo più lungo della gamba per dar voce alla sua pista, il sistema non esita ad espellerla. La sua esperienza e il suo intuito però ci avevano visto lungo, e non passa molto tempo prima che l’agente venga assunta dall’agenzia di ricerca e controspionaggio per una missione specifica: investigare su quella stessa traccia. Eve ne è sicura, dietro la sequela di omicidi che si stende davanti ai suoi occhi c’è una donna, forse folle, sicuramente istrionica ed eccentrica.
Ed è proprio così che ci appare, quando la conosciamo, Villanelle (Jodie Comer). Una killer che agisce lasciando il segno, applicando il suo marchio distintivo di stilosa e provocatoria follia alle sue operazioni. La donna non agisce in autonomia però: è la pedina di un’organizzazione segreta che agisce ramificandosi in tutto il mondo. Quando Eve si mette sulle sue tracce Villanelle inizia a sentire il suo fiato sul collo, si indispettisce, si incuriosisce. Ma al momento in cui finalmente le due si incontrano accade l’inaspettato: scatta l’ossessione. In questa loro caccia reciproca, il magnetismo che provocano l’una per l’altra le porterà ad essere talvolta nemesi, altre volte amanti, ma sempre birilli di un sistema che vuole vederle cadere.

Killing Eve: la recensione
A decretare il successo della serie, con buona probabilità, oltre alle sue protagoniste vincenti è l’equilibrata commistione di toni. Killing Eve intercetta le necessità di svariate fasce di pubblico proponendo un genere declinato in triplice chiave: giallo, commedia nera e love story. A dar forza alla prima linea è ovviamente l’intreccio principale, quello dei servizi segreti alle prese con una sfera criminale da conoscere, studiare e combattere. Nella seconda linea confluiscono la scrittura dei personaggi, immancabilmente British nell’humour, e delle situazioni che stemperano il contesto violento. Per la linea rosa, invece, si agisce su svariati personaggi ma riportando sempre al centro del quadro l’intima tensione tra le due protagoniste.
In un gioco delle parti messo in campo da opposti metamorfici, Eve e Villanelle si avvicinano l’una al mondo e al carattere dell’altra succubi della reciproca fascinazione. E sarà proprio l’incanto che le lega a decretarne, in più di un’occasione, la salvezza o il momentaneo fallimento. In Killing Eve, il rapporto che si innesca tra le due protagoniste stempera a tratti la follia della criminale, che sembra venire trasmessa in modo quasi contagioso alla paladina della giustizia. Nelle contaminazioni di personalità che si innescano tra di loro i concetti di bene e male sfumano inesorabilmente. E, in più di un’occasione, si fatica a definire con certezza chi sia la buona e chi la cattiva. Ma nondimeno, tra ricatti emotivi, giochi di potere e look fascinosamente esuberanti le stagioni portano avanti questa dinamica insieme dicotomica e sorprendentemente fluida.

Killing Eve: il faticoso passaggio di testimone
Le premesse narrative offrono agli sviluppi della trama molteplici possibilità e strade da percorrere. Certo è però che, con l’avanzare delle stagioni, i sentieri tracciati iniziano ad essere molteplici. Così il rischio di ripetizione (o di voli pindarici volti ad evitarla) si fa sempre più alto. Con il proseguire delle puntate la vicenda sembra affaticarsi velatamente, costretta a rincorrere soluzioni quantomeno fantasiose per portare avanti le storyline. La compattezza originale sembra annacquarsi quel tanto che basta a proseguire, non abbassando eccessivamente il livello qualitativo – ma sicuramente neppure elevandolo – e aprendo le più varie parentesi. Parentesi per cui, doveroso ammetterlo, la scrittura si impegna nel trovare una degna conclusione in fase di chiusura della serie.
Nell’arco delle puntate, sono molteplici i personaggi che entrano ed escono dalla scena. Ma, se non altrettanti, comunque numerosi risultano gli showrunner e gli autori della serie – come non menzionare, oltre alla già citata Waller-Bridge, anche la stessa Emerald Fennell che vediamo oggi alle prese con Cime tempestose. Questi si passano il testimone nel tentativo di proseguire su un binario coerente. I cambi ai vertici tendono sempre a mettere in crisi la compattezza del prodotto, e un contenuto tanto fantasioso e variegato quanto Killing Eve non è esente questo rischio. A fronte delle lievi oscillazioni autoriali, però, si ergono le troneggianti performance delle due protagoniste, affiancate da altrettanto efficaci co-protagonisti (impossibile non citare la squisita Fiona Shaw), sistematicamente capaci di centrare il focus del contesto e conquistare i cuori, o quantomeno l’attenzione, del pubblico.

