Cult MovieKill Bill Vol. 1-2: recensione del film di Tarantino

Kill Bill Vol. 1-2: recensione del film di Tarantino

Kill Bill è il quarto film di Quentin Tarantino come regista. Si tratta di un action che omaggia diversi generi cinematografici tra cui gli spaghetti western e i film di arti marziali. Tarantino lega insieme media e linguaggi diversi: il cinema incontra il fumetto così come la narrazione ”a episodi” tipica della televisione.

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Fanno parte del cast principale Uma Thurman (La Sposa, protagonista del film), David Carradine (Bill), Daryl Hannah (Elle Driver), Lucy Liu (O-Ren Ishii), Michael Madsen (Budd).

Come risaputo, le due pellicole in esame sono in realtà un unico film che è stato diviso in due parti. Le ragioni dietro la scelta di dividere in due la storia sono diverse e possono essere ricondotte a ragioni commerciali così come stilistiche/narrative. Ciò che contraddistingue i due film è una differenza sul piano del ritmo, con una prima parte decisamente più ”action”, frenetica, con più scene d’azione, mentre la seconda presenta più dialoghi ”tarantiniani”, lunghi.

In questa pellicola ritornano tanti dei tratti caratteristici di questo autore: dalla scelta di personaggi stereotipati, macchiettistici, alla proposta di un’intreccio narrativo che crea una narrazione non lineare; il continuo contrasto che emerge in scene tipicamente drammatiche che vengono contornate di elementi umoristici, la presenza di scene in bianco e nero.

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Uma Thurman in una scena di Kill Bill Vol.2

Kill Bill – La trama

Kill Bill segue le vicende di Beatrix (Uma Thurman), spietata assassina appartenente alla Squadra Assassina Vipere Mortali, un gruppo di killer guidato da Bill (David Carradine). Dopo aver scoperto di essere incinta, Beatrix decide di abbandonare la vita da criminale: fugge dalla squadra e cambia vita. Conosce un altro uomo che dopo qualche mese decide di sposare.

Il giorno delle prove del suo matrimonio, Bill e il suo team irrompono in chiesa e fanno una strage: uccidono tutti gli invitati tranne lei. Nonostante un colpo di pistola alla testa, Beatrix riesce a sopravvivere. Va in coma e dopo quattro anni si risveglia. Al suo risveglio, La Sposa ha un solo obiettivo: desidera vendetta e vuole uccidere ogni membro della Squadra Assassina.

Intraprende quindi un viaggio con l’obiettivo di affrontare ogni singolo membro. Il film si sviluppa attraverso scene di arti marziali, dialoghi introspettivi, colpi di scena inattesi prima di giungere alla resa dei conti finale tra Beatrix e il famigerato Bill.

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Kill Bill – Recensione del film

Quando si guarda un film di Tarantino bisogna partire dal presupposto che ci si trova di fronte a film che vivono di regole proprie. Prendendo in esame la coerenza narrativa, oppure la costruzione dei personaggi, sarebbe sbagliato prendere come criterio di valutazione la logicità e valutare poi la sensatezza di determinate azioni dei personaggi e dell’evoluzione di determinate dinamiche. Quando guardi un film di Tarantino queste regole vengono stravolte e sta allo spettatore accettarle o meno. Ci troviamo di fronte a personaggi esplicitamente illogici, volutamente stereotipati, che si comportano spesso in maniera insensata. Ma, del resto, tutto è già chiaro sin dalla prima scena del film: assistiamo alla vendetta di una donna a cui sparano in testa e non muore.

Questa è una pellicola in cui si gioca volutamente con lo spettatore: è la stessa Uma Thurman a dirci, guardando dritto in camera, che al suo risveglio ha agito spinta da ”quella che la pubblicità del film definisce una ruggente furia vendicativa”.

Il film ribadisce più o meno esplicitamente come debba essere trattato solo come un film: inteso come qualcosa di finto, di non vero. La violenza, stilizzata e artificiale, così come i combattimenti che sembrano una danza, ribadiscono questo concetto chiaramente. Come a voler dire, non aspettatevi nulla di realistico.

La struttura del film

Quindi, all’interno di questi presupposti di partenza, si possono delineare quelli che sono dei sicuri punti di forza: la struttura del film, che lega trame attraverso modalità non immediatamente decifrabili, e i personaggi, anch’essi stereotipo e ”finti”, che si vanno a inserire in ciascuna delle sottotrame che il film presenta.

In primo luogo, la struttura a intreccio, con il continuo utilizzo di flashback e flashforward, rende lo spettatore attivo e partecipante. Lo spettatore si trova immerso in una serie di ”capitoli”, di pezzi di trama, inseriti in ordine non cronologico: è quindi chiamato a rimetterli a posto. A questo intreccio già di per sé coinvolgente si unisce la struttura ”a livelli del film”, che amplifica il coinvolgimento del pubblico nonché l’attesa e il desiderio di giungere al ”boss finale”. C’è infatti una suddivisione in cinque punti: i 5 assassini da uccidere.

Questo tipo di struttura suscita anche tensione nel pubblico: ogni ”livello” presenta ostacoli nuovi, sfide diverse. La sfida si rinnova continuamente, creando tensione e aspettativa presso lo spettatore.

I classici personaggi di Tarantino

L’iconicità di Tarantino si lega ai suoi personaggi. Non esistono personaggi ”neutri”, privi di personalità, nei suoi film. Anche personaggi che sono meno che comprimari vengono caratterizzati, a livello verbale e visivo. Ne emerge la miticità, la teatralità.

Sono personaggi archetipo, modelli di comportamento universali, standardizzati. L’assassino uccide perché assassino. Poi, nei dialoghi emergono punti di vista, fragilità, più in generale il loro lato umano. Beatrix è esattamente questo: persegue la propria vendetta ”spinta da una furia vendicativa come dice la pubblicità”, poi si dimostra estremamente umana quando incontra la figlia o quando dice addio a Bill.

Allo stesso modo, Mai Pei è il tipico personaggio di Tarantino, volutamente stereotipo e parodia di sè stesso: un maestro di kung fu esagerato nei gesti, nel tono, nella crudeltà che ha delle tinte simpatiche e ironiche (ogni due per tre si muove la barba).

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Mai Pei, personaggio presente in Kill Bill: Vol.2.

I dialoghi tra simulazione e inganno

I dialoghi sono da sempre un elemento caratteristico di questo regista. Esplorando la sua filmografia, è un tratto costante che ritorna: dialoghi fitti, lunghi anche più di cinque minuti che sembrano interminabili, che rallentano il ritmo per poi accelerarlo all’improvviso. In C’era Una Volta a Hollywood ce ne sono numerosi, qui un po’ meno ma altrettanto memorabili.

Quello che resta più impresso è nel finale: l’attesissimo incontro tra Beatrix (Uma Thurman) e Bill. Un dialogo con riferimenti alla cultura supereroistica-nerd, rivelatore di quelle che sono le origini della vicenda, il motivo per il quale lei lascia Bill e fugge via. Questo dialogo resta per la capacità di alimentare l’attesa e la tensione.

Ce ne sono altri che è giusto menzionare: quello tra Beatrix e Hattoni Hanzo. Qui troviamo una costante di Tarantino nei suoi dialoghi: personaggi che si presentano con una maschera, che instaurano un rapporto tramite quella maschera e che poi svelano la loro reale identità. Il dialogo con Hanzo ci mostra una Beatrix innocente, in versione turista, quasi ”stupidotta”. Allo stesso tempo, Hattoni si presenta come un locandiere. Il dialogo cambia tono quando lei ‘rompe’ la sua maschera, rivelando di sapere molto bene la lingua madre di Hattoni. Questo è un tratto costante che emerge in più dialoghi e contesti: quello tra Elle e Budd segue la stessa struttura. Entrambi volevano ingannare l’altro. Entrambi mentono su alcuni presupposti del loro incontro: lei non vuole pagarlo nonostante porti i soldi, lui non avrebbe sacrificato un oggetto dal valore inestimabile nonostante dicesse così (aveva nascosto un’altra spada). Nel finale, Bill e Beatrix simulano le loro reali intenzioni perché si trovano di fronte alla bambina. Quando la bambina va a dormire, svelano entrambi il reale motivo del loro incontro e giungono al dunque della faccenda.

La regia di Tarantino

Un capitolo a parte di questa recensione va alla regia. La regia di questo film è sicuramente dinamica e intertestuale. Tarantino gioca a creare un mix di linguaggi e stili diversi: un intero capitolo del film è stato girato nel formato dell’anime. Vengono inserite delle sequenze in bianco e nero che hanno un valore simbolico: la scena iniziale, nella cappella, in cui Bill spara in testa a Beatrix, rappresenta il nodo cruciale del film, il momento in cui si innesca la ”furia vendicativa”.

La struttura a capitoli rende omaggio alla serialità televisiva e in parte anche ai videogame. È una regia citazionista: le scene nel deserto del secondo capitolo (che si legano alle musiche di Sergio Leone) sono una citazione ai film western. Il primo capitolo presenta invece molti riferimenti ai film sui samurai: le spade di Hattoni Hanzo, le coreografie nel combattimento con O-Rei.

È una regia danzante. Si pensi al combattimento con gli 88 folli. I combattimenti sono artificiali e sembrano dei passi di danza: come cadono, come saltano, alcune pose, non sono naturali ma il tutto risulta armonico, elegante. Si legano poi alla musica: i colpi coincidono con le battute musicali che scandiscono il ritmo dell’azione.

Infine, è una regia giocosa e ironica. Il film non prende mai del tutto sul serio ciò che mostra e il dramma apparente si lega ad una leggerezza visiva che fa perdere tragicità alla scena. Allo stesso tempo, Tarantino costruisce continuamente scene violente con l’inserimento di elementi ironici: il combattimento con Vernita Green e l’arrivo della figlia è un ottimo esempio di ciò.

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Uma Thurman durante il combattimento con gli 88 folli. Kill Bill: Vol.1.

Kill Bill – Conclusioni

La pellicola risulta divertente e ironica per lo spettatore, invitato ad una fruizione leggera. Per chi conosce lo stile di questo regista, è possibile ritrovare diversi tratti caratteristici che dettano una linea di continuità con le opere precedenti e successive. La pellicola è inoltre permeata di omaggi a vari generi cinematografici: la visione risulta particolarmente gradevole per chi ama i film sui combattimenti in stile Ip Man o i film sui samurai.

In generale, l’invito del regista non è quello di focalizzarsi sul realismo della trama. Ma piuttosto, di godere del film da un punto di vista estetico, badando ai rimandi e alle citazioni a stili e generi diversi. Il film interloquisce con la memoria dello spettatore e con il lato cinefilo che è presente in ognuno di noi.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Andrea Verde
Andrea Verde
Classe 2002. Cresciuto con la passione per i supereroi Marvel e DC, col tempo ho sviluppato uno sguardo più critico sul cinema, iniziando ad esplorare generi e stili diversi. Oggi saltello da una piattaforma all’altra in cerca di un action o una commedia capaci di sorprendermi. Non disdegno le grandi tamarrate: adoro Fast & Furious.

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