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It Was Just an Accident – recensione del film Palma d’oro a Cannes 2025 diretto da Jafar Panahi

It Was Just an Accident è l’ultimo film del regista iraniano Jafar Panahi, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2025, artista insignito alla 20. Festa del Cinema di Roma con il Premio alla Carriera.

Storica voce dissidente rispetto al governo imperante, punito con multe, censure delle proprie opere, ostracizzazioni varie, sequestri di passaporto, carcere, ed esili forzati, Panahi pesiste tenacemente nel realizzare le sue riprese in condizioni critiche, a volte prive di nulla osta, semiclandestine, ostacolate ed ignorate dalle istituzioni del suo paese così vitale e martoriato.

It Was Just an Accident

La sua filmografia continua a militare filmicamente senza abbassare la guardia, battendo sul punto, prendendolo in considerazione dalle più disparate prospettive, approfondendo, criticando, sollevando il dubbio e lo sdegno, circa il rapporto cittadino-potere teocratico costituito, con gli incalcolabili strascichi che ne conseguono.

It Was Just an Accident – Trama

E’ già tarda notte quando un uomo, Eghbal (Ebrahim Azizi) bussa all’officina di Vahid (Vahid Mobasseri) per chiedere aiuto: la sua auto è in panne e deve riportare a casa moglie incinta e figlia. Vahid crede di rintracciare nel rumore del passo dell’uomo, che ha una protesi ad una gamba, lo stesso rumore che il suo carceriere e torturatore faceva durante la sua soffertissima ed ingiusta prigionia nelle carceri iraniane.

Quell’uomo veniva a prelevarlo bendato in cella per infliggergli quotidianamente agonie che gli hanno lasciato segni mentali e corporali indelebili. Decide di vendicarsi: lo tramortisce. Lo rapisce, scava una buca in un luogo deserto per seppellirlo; ma nasce in lui il dubbio se sia proprio Eghbal la persona che gli ha stravolto la vita, non avendolo mai di fatto visto in faccia. Così inizia a girare la città in cerca delle persone che erano prigioniere con lui e che potrebbero riconoscerlo.

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It Was Just an Accident

Una fotografa, una futura sposa con marito al seguito, un uomo con i nervi a fior di pelle. La conferma desiderata arriva, il redde rationem anche: ma non è così semplice diventare l’assassino del proprio aguzzino.

It Was Just an Accident – Recensione

It Was Just an Accident scandisce in modo semplice e diretto una nuova riflessione sui danni da regime nell’animo e nel fisico delle persone ad esso sottoposte, sia vittime che carnefici. Un modo di guardare all’incongruità e all’inutilità di ogni odio, sentimento distruttivo, eviscerante e contagioso, che non rende indietro nulla di quell’ardore psicofisico che invece richiede per sostenersi.

C’è lo smascheramento dei danni che ogni supremazia armata, violenta ed irrazionale comporta, una scarnificazione dell’individuo che ne viene volontariamente ed involontariamente a contatto.

La scarnificazione fisica e mentale conseguenze della violenza del regime

Eghbal ha perso una gamba in un conflitto in Siria, e sfoga sadismo e frustrazione sui prigionieri politici, a caccia di chissà quale soddisfazione o, peggio ancora, beatitudine divina; Vahid ha la schiena distrutta ed i reni disastrati per le bastonate ricevute, i maltrattamenti infiniti, le ferite mai curate né rimarginate inflittegli impunemente. Entrambi sono sagome storpie, eredità di un’istituzione brutale ed oppressiva che disinnesca la libertà.

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Eppure l’arbitrio personale resiste; la differenza tra chi si mette allo stesso livello delle proprie guide sanguinarie e chi quello stesso grado di disumanità non è disposto anzi rifiuta di raggiungerlo. La più cieca necessità di riscatto non toglie una vita; forse il rimorso per il male fatto, invece, a volte, la rende il giusto inferno in terra.

La differenza tra vendetta e lasciar vivere con il rimorso

It Was Just an Accident mette in luce questi differenti aspetti del carattere umano: il sopravvivere diventando bestia dell’aguzzino, checché ne possa il richiamo degli affetti supposti in pericolo in un dato momento; il passo indietro rispetto all’urgenza personale di riscatto violento, un obiettivo che sempre si è sognato di ottenere fin da quando si è capito di sopravvivere alla prigionia di stato, ma che non si mette in pratica quando se ne ha la possibilità. Questione di pietà, di umanesimo, di non collisione tra la disgrazia fisica dell’atto e il riottenimento di quanto perso.

Quel che è stato ferito resta ferito; è importante tramandarne la cicatrice per fermare possibili recidive, lezione che purtroppo la geopolitica internazionale, proprio a quelle latitudini, dimostra oggi di stare sistematicamente disimparando.

Narrazione essenziale, veloce, a valanga

Panahi conferma le sue doti di narratore scarno, essenziale, che viaggia e rimpalla la storia in purezza tra cause ed effetti, senza sbavature di sorta e senza rinunciare all’ umanissima ironia nel suo dettato. Veloce dalla premessa al punto, nella valanga degli eventi che si susseguono a catena, come da buona tradizione in sceneggiatura iraniana, Panahi scivola sui destini intrecciati, sulla stranezza delle circostanze, sulla crudeltà degli intrecci, lasciando il pubblico a sostenere il peso assurdo della situazione, in questo apologo su cosa sia giustizia e cosa sia rivalsa.

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Si tratta di un lavoro che non appartiene alle sue creature più ariose, originali, se vogliamo anche più metafisiche (più profonda ad esempio la strutture de Gli orsi non esistono, il suo film precedente), meno epica dei suoi “morsi” passati, sospesa, nera e comica insieme in alcuni momenti, risolta e lasciata a navigare di suo, e con, sempre netto, il focus sul problema.

It Was Just an Accident

Attorno alla storia una città rumorosa, trafficata, che sembra dare l’impressione di occuparsi tanto, per preoccuparsi meno, per non pensare, né ricordare, né adoperarsi ad un cambiamento di passo. L’oblio distrugge il dolore, la memoria lo tiene sveglio.

It Was Just an Accident – Cast

I volti scelti, anche non professionali, sono perfettamente funzionali al racconto: tesi e nervosi, all’apparenza, ragionatori ognuno secondo le proprie direttive nel profondo, lucidi, appassionati, per loro non sembra passato un giorno da quando sono usciti dall’incubo che oggi vogliono seppellire definitivamente.

Colori neutri, sinceri, su pelli scure e su vestiti chiari, solo la notte è scelta come sfondo alla premessa e alla confessione, al paradosso di rivelarsi incapace di guardare oltre o di liberarsi dall’ossessione e dalla propaganda di un credo. Si invoca male la propria religione anche di fronte ad un aiuto insperato, non dovuto, o forse proprio dovuto, che segna il passo tra uomini e uomini.

It Was Just an Accident dimostra e conferma che ad essere certi tipi di individui sono capaci, banalmente e terribilmente, tutti; ad essere altro tipo di creatura no. E questo gap, oggi, come ieri, come domani, va assolutamente neutralizzato.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Vahid crede di riconoscere nel passo azzoppato da una protesi di un cliente che ha chiesto assistenza alla sua officina nel cuore della notte, il carceriere che lo ha torturato anni addietro quando fu imprigionato dal regime. Quel rumore, anche se era bendato, è l'incubo della sua vita: decide di vendicarsi, ma non è sicuro sia proprio lui. Apologo sulla devastazione fisica e mentale che lascia l'odio e la violenza di regime, sulla differenza che può fare non abbassarsi al livello del proprio aguzzino. Sulla vendetta e sul perdono, Panahi essenziale e militante traccia ancora la linea da seguire.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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