lunedì, 29 Novembre, 2021

Inside Out insegna l’utilità della tristezza

È ormai ampiamente riconosciuto che la Disney Pixar sia in grado di realizzare molto più di film “per bambini”. Inside Out, titolo amatissimo e ancora oggi dibattuto, è uno degli esempi più calzanti di ciò. Uscito in Italia il 16 settembre 2015, si è aggiudicato un Golden Globe e il Premio Oscar come miglior film d’animazione.

Il regista è Pete Docter, già conosciuto per aver diretto Monsters & Co e Up, nel 2020 ha poi stupito con Soul, che è stato paragonato molto a Inside Out per temi e toni. Inside Out è una storia che apparentemente non sembra molto originale, in quanto si propone di entrare “dentro” la mente e il corpo di una persona.

Altri film di animazione hanno queste caratteristiche. Ad esempio Osmosis Jones, diretto dai fratelli Farrelly. Tuttavia più che un “esplorando il corpo umano”, il film si distingue per una maggiore ambizione: vuole indagare sulle emozioni umane.

Inside Out

Inside Out, Un viaggio dentro le emozioni

Il film racconta la storia di Riley Andersen, una ragazzina di undici anni che affronta un difficile trasferimento dalla sua casa di origine, dove ha tutti i suoi amici. La vicenda si svolge principalmente dentro la sua mente. Infatti, vediamo personificate le sue emozioni con sembianze quasi umane. Abbiamo Gioia, Disgusto, Paura, Rabbia e Tristezza.

Queste emozioni dominano la mente di Riley attraverso dei “comandi”. La fotografia di Inside Out è molto colorata e particolare, la mente diventa un universo laboratoriale che esprime perfettamente l’idea di un periodo di vita infantile. Gioia è un personaggio a dir poco vivace che domina la scena, la particolarità fin dall’inizio del film sta nel fatto che metta continuamente da parte Tristezza. Non le permette, infatti, di intervenire in nulla che riguardi Riley.

Tristezza non insiste in quanto la sua emozione base la rende inerte e passiva. Un personaggio che può a tratti sembrare noioso continuamente contrapposto alla sfavillante Gioia. La psicologia dei personaggi è curata molto bene, compresa quella dei genitori di Riley di cui vediamo seppur in poche scene anche le emozioni interne.

L’idea di ambientare un intero film dentro la mente di una ragazzina è interessante, ma può diventare anche poco dinamica. Per questo a un certo punto, quando Riley viene dominata da sentimenti negativi – apparentemente la causa del suo male – il film diventa una lotta contro il tempo per preservare la serenità della ragazzina. Ciò esplorando a fondo la sua mente, ma sempre con il focus su una missione, un viaggio, una caratteristica che accomuna diversi film Pixar. Inoltre, ovviamente, attinge alla base degli intrecci di carattere fiabistico. A tratti la pellicola può risultare anche piuttosto lenta, ma in fondo regala il ritmo necessario per costruire una vicenda matura e complessa.

Inside Out e le “epifanie” della Pixar

Il pregio principale del film sta sostanzialmente nella capacità di fare credere allo spettatore qualcosa per tutto il tempo, per poi smontarne le certezze. Specialmente un pubblico adulto – che forse può anche meglio comprendere i risvolti della vicenda e il loro significato – si aspetta di trovare il solito messaggio disneyano di speranza. Una speranza che deriva ad esempio dalla capacità di cercare sempre e comunque la gioia. È Gioia fin dall’inizio l’apparente protagonista di tutto, in quanto “comanda” Riley e “domina” anche la scena.

Le altre emozioni appaiono quasi come marginali, con Tristezza che si rivela petulante e quasi fastidiosa. Tuttavia, i recenti Disney Pixar hanno mostrato una caratteristica comune: la presenza, cioè, di una sorta di epifania improvvisa che cambia tutto. Il momento, cioè, in cui spettatori e personaggi realizzano qualcosa di nuovo che cambia “le carte in tavola” e fa acquisire fondamentale importanza anche a dettagli insignificanti. Può trattarsi di una rivelazione letterale nella vicenda, un colpo di scena, come in Coco, nel momento in cui il protagonista scopre chi è il suo bisnonno.

Invece, per citare una delle pellicole dirette da Pete Docter, in Up succede quando il protagonista sfogliando l’album della moglie realizza che deve vivere altre avventure, ricordandola senza rimanere però bloccato nelle vecchie. In Onward l’epifania riguarda invece il rapporto tra i due fratelli. Nel recente Soul, ancora, la rivelazione è simile a quella di Inside Out e abbraccia la sfera esistenziale, riguardando l’idea di scintilla della vita. Inside Out rompe lo schermo con una prorompente rivelazione che abbraccia invece, naturalmente, la sfera delle emozioni.

L’utilità della tristezza

Noi siamo lì, convinti di stare cercando un modo per rendere felice Riley, e scopriamo invece come la felicità dipenda fortemente dalla tristezza. Su utilità di sofferenza e dolore tanto si è scritto, sono diverse le opere letterarie che parlano di come il dolore possa aiutare. Famoso il romanzo di Peter CameronUn giorno questo dolore ti sarà utile“, tante volte nella nostra vita abbiamo sentito dire che un momento difficile può aiutarci a crescere.

Il film tuttavia va ben oltre certi luoghi comuni per regalare invece una verità più profonda. Gioia ripensa ai momenti felici di Riley e si accorge che prima della felicità, aveva pianto. L’emozione umanizzata comprende allora come abbia sempre sbagliato a mettere da parte Tristezza, a lasciarla in un angolo, a impedire a Riley di vivere un momento di dolore pensando di proteggerla. È fondamentale vivere tutte le emozioni e la tristezza ci consente, quindi, di poter andare avanti.

Un messaggio che per i bambini è fondamentale, ma che si rivela incredibilmente illuminante anche per gli adulti. Essere tristi va bene, anzi è utile, ci consente di permettere anche agli altri di correre in nostro aiuto, di accorgersi dei nostri bisogni. Permette inoltre di realizzare meglio se stessi, di comprendere le proprie emozioni. Risulta attualissimo tale messaggio in una società e epoca in cui le fragilità sono demonizzate, nella quale anche i bambini risentono di un ambiente fatto di competitività dove sembra che piangere sia segno assoluto di debolezza o inferiorità.

Il film invece insegna che la tristezza serve per vivere, non solo va accettata, ma non va nascosta. E serve, paradossalmente, a essere felici. Poiché si tratta di un film e non ovviamente di un semplice saggio di pedagogia, la grandiosità di questa opera Disney Pixar sta proprio nella realizzazione e nel modo in cui un tale insegnamento viene veicolato. Con colori, caramelle, immagini felici, ma anche cupe e scene incredibilmente commoventi, mai retoriche o banali. Il film si impone ancora adesso come uno dei progetti più riusciti della casa di produzione e fa già parte della cultura pop. È sicuramente destinato a diventare un classico sempre più apprezzato e senza dubbio a ragione.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto a sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Silvia Argento
Laureata triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e copywriter, autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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