Il seme della follia (1994) è un film diretto da John Carpenter (qui un ritratto dell’autore), terzo capitolo della cosiddetta trilogia dell’Apocalisse, completata da La cosa (1982) e Il signore del male (1987). Un ciclo di opere scollegate tra loro ma tematicamente affini, tutte incentrate su minacce che incombono sull’umanità e che portano l’uomo a perdere il controllo di sé stesso.
La pellicola fu un insuccesso commerciale: costata 9 milioni di dollari, ne incassò solamente 8. Inizialmente, non raccolse neanche i favori della critica, salvo poi beneficiare di una forte rivalutazione nel corso degli anni. A capire subito la bellezza del film, come spesso accade, furono però i francesi: nel 1995 Il seme della follia si piazzò al decimo posto dell’annuale top ten dei Cahiers du Cinéma.

Trama
John Trent (Sam Neill) è un abile e stimato investigatore assicurativo. Quando il celebre autore di best-seller dell’orrore Sutter Cane (Jürgen Prochnow) scompare, viene ingaggiato dall’editore Jackson Harglow (Charlton Heston) perché lo ritrovi. Insieme all’assistente di Harglow, Linda (Julie Carmen), Trent conduce una ricerca che lo porta a Hobb’s End, cittadina inesistente sulle cartine geografiche, dove sembra che i romanzi di Cane stiano prendendo vita, scatenando una follia collettiva pronta ad abbattersi sull’intera umanità.

Il seme della follia – Recensione
Attingendo in temi e atmosfere dall’immaginario di H. P. Lovecraft (a partire dal titolo, che richiama quello del romanzo Alle montagne della follia) e ispirandosi, nella figura dello scrittore, al successo planetario di Stephen King, Il seme della follia si configura come una stratificata riflessione sul potere della macchina editoriale, dall’atto creativo alle influenze del marketing, per arrivare alla rappresentazione di una psicosi collettiva in cui il confine tra la realtà e l’immaginazione narrativa svanisce del tutto.
In questo senso, i titoli di testa appaiono come una dichiarazione d’intenti. Sull’incalzante partitura sonora hard-rock, composta dallo stesso Carpenter, seguiamo il processo di stampa delle copie di Hobb’s End Horror, l’ultimo romanzo di Sutter Cane. È un processo industriale, apparentemente ordinario eppure inquietante. Carpenter sceglie angolazioni insolite, ci porta dietro e dentro questa “macchina infernale” (per citare il sottotitolo di due trasposizioni cinematografiche da King, Christine – diretto proprio da Carpenter – e The mangler), in oscuri e polverosi anfratti, sottolineando l’inarrestabilità della moltiplicazione dei tomi. La quarta di copertina annuncia sinistramente la prossima uscita dell’autore: In the mouth of madness.
È chiaro che siamo all’interno di una visione da incubo su una filiera produttiva che impone un oggetto sino a farlo diventare un culto. Una campagna pubblicitaria asifissiante, gadget ovunque, notizie di cronaca nera misteriosamente collegate all’uscita del romanzo, la scomparsa stessa dello scrittore. Mosse di marketing o realtà? Quanto può contare, all’interno di questo quadro, l’effettiva qualità letteraria di Cane?

Il seme della follia – Tra noir e horror
L’indagine di Trent, come quella dello spettatore, parte da qui: dal sospetto di trovarsi all’interno di un intrigo noir da cui ricavare una lezione didascalica sulla manipolazione dei media. D’altronde, il personaggio interpretato dal compianto Sam Neill (qui segnaliamo i suoi ruoli più iconici) ci è presentato alla stessa maniera del Jack Gittes di Nicholson in Chinatown. Entrambi disincantati investigatori, intenti a smascherare patetici imbroglioni. Entrambi uomini razionali che non si fanno prendere per il naso facilmente.
Eppure, lo snobismo che condividiamo col protagonista, validato dalla rappresentazione carpenteriana infernale del mondo editoriale, è destinato a cadere sotto i colpi di un piano onirico che prende gradualmente il sopravvento. Il noir, il genere in cui “non ci si vede chiaro” per eccellenza, sfuma nell’horror proprio quando Trent comincia a leggere Cane, cadendo in un loop allucinato tra sonno e veglia, spogliandosi delle resistenze e dei pregiudizi sulla letteratura dell’orrore. “La cosa strana – dice – è che sono scritti meglio di quanto ci si aspetterebbe. In un certo senso ti prendono…Non so se sia una questione di stile di scrittura o la fantasia descrittiva o che altro”.

Qual è la realtà?
È il preludio a un passaggio al secondo atto in cui ci si ritrova all’improvviso all’interno dell’immaginario di Cane, in una dimensione spazio-temporale regolata dalla sua fantasia, proprio come quando si è completamente catturati nella lettura di un romanzo. Carpenter orchestra dunque un magistrale cortocircuito tra realtà e finzione, allargando la complessità tematica del film al sospetto di un mondo inteso come simulazione.
Se in Essi vivono (1988) degli occhiali scuri permettevano di squarciare il velo di Maya, leggere i messaggi subliminali dietro quelli apparenti, svelare le identità aliene dietro le maschere umane, ne Il seme della follia la letteratura orrorifica diventa un portale per un’altra dimensione. Già, ma quale delle due è la dimensione della realtà? Trent si scopre personaggio e in effetti lo è; non è più padrone delle sue azioni e in effetti padrone ne è l’autore; non è più testimone della sua stessa esistenza, dimentico di momenti messi in ellissi dal montaggio (quando ha consegnato il manoscritto all’editore?). La verità è resa incontrovertibile dal paradosso: finirà in una sala cinematografica a rivedere il film delle sue avventure: Il seme della follia, diretto da John Carpenter.

Conclusioni
Con un finale da antologia, che coincide con il più terrificante trionfo del metacinema che si sia mai visto, Carpenter omaggia trasversalmente il genere, arrivando simbolicamente a identificare l’horror come unica possibile rappresentazione della realtà. Non è un caso se le immagini più “realistiche” del film arrivano dalla televisione, dalla polizia che reprime con violenza l’isteria della folla: il cliché di un qualsiasi notiziario. Se l’horror è realtà – sembra dirci Carpenter -, allora la realtà è il vero horror.
