Se vi siete lamentati dell’Odissea di Nolan, probabilmente non avete mai visto la miniserie Il ritorno di Ulisse, prodotta dalla Rai.
L’idea di fondo era audace: spogliare l’Odissea dai suoi elementi fantastici e divini per concentrarsi sulla dimensione umana, politica e psicologica del “dopo”. Cosa succede quando un guerriero torna a casa dopo vent’anni di sangue e vagabondaggi? Come si riadatta un re presunto morto a una patria che ha imparato a fare a meno di lui?
Il risultato è terribile, ma siamo fin troppo gentili. Il problema è che l’ambizione teorica si è scontrata con una realizzazione tecnica, narrativa e recitativa che trasforma un’idea affascinante in un polpettone televisivo soporifero. Abbiamo una narrazione priva di ritmo e concettualmente confuso. Invece di ottenere un dramma psicologico cupo e moderno, la produzione ha partorito un’opera che scontenta sia gli amanti del mito classico, sia chi cercava una fiction storica di livello.

Il ritorno di Ulisse – Trama e cast
Questa fiction non narra la medesima storia del poema, ma mostra cosa succede dopo la fine dell’opera originale e dopo la strage dei Proci: in questa storia si vede un Ulisse buono col suo regno, ma severo allo stesso tempo, poiché pensa che tutti lo vogliano uccidere, compresi i congiurati figli dei Proci, il suo stesso figlio Telemaco e la sua famiglia. Gli antagonisti veri sono il capo spartano dei congiurati, Palamede, e un Menelao traditore che, come re di Sparta e di tutta la Grecia da quando è morto il fratello Agamennone. Come sottotrama abbiamo la storia d’amore di Telemaco con Clea, una schiava troiana.
Nel cast abbiamo Alessio Boni nei panni di Ulisse e Caterina Murino come Penelope. Niels Schneider è Telemaco e abbiamo Karina Testa che interpreta Clea, un nuovo personaggio creato appositamente per la miniserie. Tra gli interpreti principali abbiamo anche Vittoria Scognamiglio, Joseph Malerba, Carlo Brandt, Bruno Todeschini e Frédérick Quiring.
La riscrittura del personaggio: da eroe astuto a sociopatico
Il punto di rottura principale risiede nel modo in cui è stato caratterizzato il protagonista. L’Ulisse di Omero è un uomo complesso: è il polytropos (l’uomo dal multiforme ingegno), capace di grande spietatezza ma anche di profonda empatia, attaccato alla vita, diplomatico, stratega e guidato da un visceralissimo amore per la propria terra e la propria famiglia.
Nella reinterpretazione di Alessio Boni, Ulisse diventa una caricatura del reduce di guerra affetto da disturbo da stress post-traumatico (PTSD). L’intento di modernizzare il trauma bellico è palese, ma la scrittura fallisce miseramente nella misura. L’Ulisse televisivo non è tormentato: è semplicemente paranoico, irascibile, crudele e irrazionale. Invece di mostrare l’astuzia che lo ha reso leggendario, la serie ci presenta un leader incapace di gestire la propria casa. Sospetta di chiunque, compresi il figlio Telemaco e la moglie Penelope, e che agisce guidato da una follia cieca e tirannica.
Il ritorno a Itaca non è una liberazione, ma l’inizio di un incubo claustrofobico e sgradevole per tutti gli abitanti dell’isola.

Una messinscena a basso costo
Dal punto di vista visivo e registico, la miniserie soffre di tutti i limiti delle co-produzioni europee televisive del decennio passato. La regia è del tutto priva di respiro cinematografico: mancano le inquadrature capaci di valorizzare il paesaggio mediterraneo, la vastità del mare o l’asprezza della terra di Itaca. Tutto appare girato in spazi ristretti, con una luce piana e patinata da soap opera pomeridiana che cancella qualsiasi senso di polvere, sudore e realismo storico.
I problemi di produzione si riflettono in ogni ambito.
Gli abiti dei personaggi sembrano appena usciti dalla sartoria teatrale, troppo puliti, stirati e palesemente falsi. La reggia di Itaca assomiglia più a una villa di periferia in cartongesso che al palazzo arcaico di un re dell’Età del Bronzo.
Le scene di combattimento, a partire dalla celebre strage dei Proci, sono girate con una lentezza disarmante. Manca la percezione della violenza tragica, del peso delle armi e dell’impatto fisico; le stoccate di spada appaiono simulate male e prive di qualsiasi dinamismo o pathos.
Inoltre, per una storia che fa del viaggio e dell’isolamento insulare i suoi perni, il mare è quasi del tutto assente o ridotto a uno sfondo statico, privo di quella forza ancestrale che costituisce il cuore dell‘Odissea.

Il cast è disorientato in Il ritorno di Ulisse
Nonostante la presenza di attori professionisti e riconosciuti, la recitazione complessiva risente pesantemente di una sceneggiatura sbilanciata e di un doppiaggio spesso fuori sincrono (dovuto alle diverse nazionalità del cast).
Alessio Boni è un attore di indubbio talento, ma qui appare palesemente ingabbiato in un’indicazione registica monolitica. La sua recitazione si riduce a un’unica espressione torva, a sguardi persi nel vuoto e a momenti di rabbia improvvisa che risultano involontariamente caricaturali. La Penelope di Caterina Murino è ridotta a una figura perennemente afflitta e piagnucolosa, priva di quella dignità regale, della prudenza e dell’intelligenza tattica che la rendevano la vera pari di Ulisse nel racconto originale. La sua dinamica con il marito sfocia spesso nei toni del melodramma televisivo più spicciolo.
Telemaco è tratteggiato come un adolescente petulante e insicuro, incapace di trasmettere l’evoluzione verso la maturità. La sua storia con Clea non ha senso; il personaggio di lei è terrificante e viene spontaneo chiederci perché il principe di Itaca debba preferire lei a Nausicaa che, con tre minuti di screentime, è nettamente migliore come personaggio.
I Proci, d’altro canto, invece di rappresentare una minaccia cupa e oppressiva per il regno, sembrano un gruppo di nobili viziati impegnati in beghe di palazzo di poco conto.

Un ritmo che si trascina senza meta
Avendo scelto di eliminare tutta la parte fantastica del viaggio (Polifemo, Circe, le sirene, la discesa agli Inferi) per concentrarsi esclusivamente sulle dinamiche interne a Itaca, la serie si trova costretta ad allungare il brodo per coprire la durata delle puntate. Per fare questo, gli sceneggiatori hanno inserito una serie infinita di sottotrame inventate, intrighi secondari e flirt romantici che non aggiungono nulla alla tensione drammatica.
Il risultato è un ritmo soporifero. Le scene si susseguono lente e prive di urgenza narrativa, infestate da dialoghi che cercano disperatamente una solennità poetica senza mai trovarla, scivolando spesso nella banalità. La colonna sonora, generica e invadente, tenta di sottolineare i momenti di pathos che le immagini e la scrittura non riescono a costruire organicamente.
Il ritorno di Ulisse – Per concludere
Il ritorno di Ulisse è un classico esempio di buone intenzioni scagliate contro una realizzazione insufficiente. L’idea di raccontare la de-mitizzazione dell’eroe e le conseguenze psicologiche della guerra era un spunto moderno e interessante. Tuttavia, il tentativo di trasformare l’Odissea in un dramma familiare cupo e paranoico ha finito per distruggere ciò che rendeva la storia immortale, senza offrire in cambio un sostituto valido.
Tra una regia priva di slancio, un protagonista snaturato e antipatico, un’estetica televisiva economica e ritmi estenuanti, la miniserie si rivela un’opera noiosa e pretenziosa.
Un’occasione sprecata che dimostra come, quando si priva il mito della sua magia e della sua grandezza etica senza sostituirle con una scrittura d’autore eccelsa, ciò che rimane è soltanto una fiction in costume di scarso rilievo.

