Il posto (1961) è il secondo film di Ermanno Olmi, celebre regista e sceneggiatore italiano autore di pellicole che hanno segnato la storia del nostro cinema e dell’immaginario culturale. Con questo film il regista vinse il David di Donatello nel 1962 per la migliore regia e ottenne anche il Premio della critica. Nel corso della sua carriera ha ottenuto altri prestigiosi premi quali la Palmad’oro al Festival di Cannes 1978 per il film L’albero degli zoccoli, nel 1987 il Leone d’argento per Lunga vita alla signora! al Festival di Venezia e nel 1988 il Leoned’oro per La leggenda del santo bevitore. Nel 2008 gli è stato riconosciuto il Leone d’oro alla carriera.
Selezionato tra i 100 film italiani da salvare, Il posto è un film drammatico che sfugge dal canone tradizionale e rientra tra le pellicole che hanno inaugurato la stagione del post-neorealismo italiano, rappresentando un mondo del lavoro in contrapposizione con la realtà del boom economico degli anni Sessanta attraverso una critica che lascia largo spazio allo spettatore per interpretare l’attitudine di Domenico (Sandro Panseri), un giovane dall’ingenuità ancora integra e ignaro del vero volto del mondo impiegatizio, fatto di mestizia e squallore.
Ma Il posto non è un film che si presta solamente a un’analisi di quel contesto, poiché il protagonista riflette il dramma di una generazione che guarda il mondo attuale con insicurezza e apprensione, facendo sempre più fatica a stabilizzarsi in un paese che attraversa una serie di questioni interne ed estere che, inevitabilmente, influiscono sulla nostra economia.

Il posto – Trama
Subito dopo l’inizio del film compare una scritta che ci fornisce una chiara direzione simbolica della trama: «Per la gente che vive nelle cittadine e nei paesi della Lombardia, intorno alla grande città, Milano significa sopratutto il posto di lavoro». Il protagonista Domenico vive a Meda, un paese di provincia che partecipa a una selezione di lavoro presso una grande azienda di Milano, vista all’epoca come il grande approdo dei giovani diplomati e laureati.
Vive questo impegno con particolare apprensione a causa della famiglia, che si aspetta da lui che riesca ad ottenere il posto fisso con cui sistemarsi per tutta la vita. All’epoca era una questione molto sentita dalle famiglie italiane, vista la corsa del paese verso la modernizzazione che raggiunse l’apice nel 1963. Durante i colloqui conosce Antonietta (Loredana Detto che poi divenne la moglie di Olmi) e trascorrono del tempo insieme. Tra i due nasce una timida intesa, fatta di sguardi silenziosi e sorrisi.
Mentre Domenico coltiva il sogno di condurre una vita comune, l’assunzione di Antonietta in un’altra sede per una mansione diversa da quella che lui immaginava fa svanire quell’illusione. Infatti, in attesa che si liberi un posto da impiegato, Domenico deve accontentarsi di lavorare come fattorino.
Alla morte di un impiegato, Domenico ottiene il posto che desiderava, anche se il suo sguardo assente non lascia trapelare soddisfazione o serenità, poiché l’indipendenza è una meta ancora lontana. Il lavoro non gli permetterà ancora di vivere da solo, mangerà le pietanze poco gradevoli della mensa e sentirà per sempre il rumore del ciclostile che diventa metafora di una vita fatta di automazione e desolata.
Il posto tratteggia il quadro di un paese che spinge tutti verso la modernizzazione, ma Olmi descrive il senso della realtà cogliendone contraddizioni e difficoltà.

Il posto – Recensione
Ermanno Olmi è stato un regista capace di raccontare egregiamente i grandi cambiamenti della nostra società, mostrando i diversi volti che ha assunto l’Italia del Novecento senza dimenticare di dare attenzione al rapporto dell’uomo con il quotidiano, nel tentativo di restituire la semplicità delle piccole cose.
Nel caso de Il posto, il regista bergamasco ci mostra un’Italia provinciale colta da una fase di transizione importante, la quale vede nella modernizzazione un processo di rinnovamento. Eppure, con uno sguardo non troppo distante dallo stile neorealista il regista bergamasco compie un processo di rappresentazione della realtà lavorativa profondamente verista che accompagna lo spettatore lungo tutto l’arco narrativo per seguire l’evoluzione di un personaggio che, provenendo da un’estrazione contadina, sogna di entrare a far parte di quella nuova cerchia di persone che abbraccia il progresso.
Se da una parte questo comporta una elevazione del proprio status sociale, dall’altra non nasconde l’immagine dell’Italia negli anni Sessanta: un paese influenzato dal boom economico che sembra trovare dignità e soddisfazione nel lavoro, ma presto il mito dell’accelerazione porta inevitabilmente a un vuoto emotivo, visibile fin dall’inizio nelle espressioni apatiche di Domenico.
Infatti, il motivo sociologico del film è incarnato nella figura di un personaggio giovane, impaurito di fronte al cambiamento di un mondo che gli appare estraneo e indifferente, dove il tempo è scandito dai lavori di costruzione della metropolitana, caffè dove brulicano impiegati che dimenticano per un attimo di lavorare pur mantenendo espressioni spente, negozi e insegne pubblicitarie che richiamano lo sguardo dei passanti e, infine, dalla monotonia di un lavoro poco appagante. Olmi mostra questi elementi con una delicata ironia e sfruttando benissimo il carattere popolare di persone vere.
Curiosità sulla produzione
Gli attori protagonisti erano non professionisti, e nel ruolo di uno dei due esaminatori del test psicotecnico appare il critico cinematografico Tullio Kezich. I palazzi dell’anonima azienda dove viene assunto il protagonista sono quelli della Edison, per la quale Olmi ha lavorato per buona parte degli anni cinquanta realizzando decine di documentari industriali. Nel film viene anche mostrata piazza San Babila, a quel tempo un cantiere per la costruzione della metropolitana milanese.

Conclusioni – Affinità con la realtà
Il posto rientra tra le opere più apprezzate di Ermanno Olmi e per certi versi guarda al nostro tempo, seppur siano cambiati certi paradigmi culturali. Oggi per trovare il proprio posto nella società, un giovane qualunque insegue l’indipendenza destreggiandosi tra salari che non consentono di vivere dignitosamente, un’etica del lavoro ferma a certi stilemi e un mondo in costante cambiamento.
È qui che il film traduce visivamente la parabola di un percorso esistenziale volto all’affermazione della propria individualità, pagando caro il prezzo della solitudine. Il finale aperto del film lascia un quesito importante, che suscita una riflessione profonda su quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi in funzione del progresso, etichettato dai più come indice della crescita professionale che vede nel posto fisso una sorta di assicurazione permanente sulla vita. All’epoca andava bene, ma oggi non è più questo, forse, il reale bisogno dei lavoratori contemporanei, che necessitano di più tutele e più dignità.
