Il mostro della palude (1982) è un film di Wes Craven, tratto da Swamp thing – omonimo al titolo originale -, personaggio dei fumetti DC Comics creato da Len Wein (testi) e Bernie Wrightson (disegni). La creatura palustre degli albi illustrati è apparsa per la prima volta nel luglio del 1971, protagonista di un ciclo chiuso nel ’76 e rilanciato proprio nell’82, con una nuova serie rilasciata a partire dalla settimana successiva alla première del film. Prodotto da Benjamin Melniker e Michael E. Ulsan con l’obiettivo fin troppo avveniristico di inaugurare il filone del cinefumetto, non si rivelò un grande successo, ma permise a Wes Craven di rilanciare la propria carriera due anni prima di Nightmare – Dal profondo della notte.
Il futuro regista de Il serpente e l’arcobaleno si trovava in un momento non facile, reduce dalla scarsa accoglienza di Benedizione mortale e con la necessità di dimostrare il proprio valore all’interno di produzioni destinate al grande pubblico, ovvero fuori dai circuiti da drive-in dove già si era fatto un nome coi cult movie L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi. Craven fu scelto dalla produzione de Il mostro della palude per la sua dimestichezza con personaggi e atmosfere orrorifiche, ma soprattutto perché, banalmente, non aveva grosse pretese economiche.

Il mostro della palude – Trama
Nelle profondità delle paludi della Louisiana, il biologo Alec Holland (Ray Wise) è a capo di un progetto rivoluzionario: la ricerca di una formula bio-rigenerativa pensata per stimolare una crescita accelerata dei vegetali e per rendere, di conseguenza, coltivabili i terreni aridi e desertici, risolvendo così una volta per tutte il problema della fame nel mondo. Sotto la supervisione di un’inviata del governo, Alice Cable (Adrienne Barbeau), il dottore sembra aver raggiunto i risultati sperati, ma è proprio in quel momento che entra in scena un misterioso miliardario di nome Anton Arcane (Louis Jourdan), determinato a rubargli la formula per i suoi deliri di onnipotenza e immortalità.
Durante la colluttazione con gli scagnozzi di Arcane, dei soldati mercenari capitanati dal violento Ferret (David Hess), una terribile esplosione colpisce il laboratorio, trasformando Holland in una creatura mezza umana e mezza anfibia. Il perfido miliardario crede però che sia morto e così cerca di recuperare le tesi perdute, ma il “mostro” sopravvissuto è pronto a proteggere l’amata Alice e il suo lavoro dalle proverbiali mani sbagliate.

Il mostro della palude – Recensione
A rivederlo oggi, a più di 40 anni dalla sua uscita, Il mostro della palude si rivela un film tanto ingenuo quanto interessante, ambizioso nel suo tentativo di aprire già una strada a un genere – il cinefumetto – che troverà vera fortuna solo 20 anni dopo, eppure ostacolato al suo interno proprio da limiti produttivi che ne inibiscono le potenzialità. Per questa sua natura sperimentale, infatti, è naturale accostarlo all’Hulk di Ang Lee (2002), l’opera con cui il regista taiwanese ricercò un linguaggio che potesse avvicinare il cinema all’estetica del fumetto, sbizzarrendosi in split screen e transizioni a scorrimento.
Il film di Craven è sicuramente meno appariscente e più “classico”, forse anche perché diretto da un regista che, come si diceva, soprattutto in quel momento della propria carriera aveva necessità di dimostrarsi solido e affidabile con gli studios. Ciononostante, è una trasposizione, la sua, in cui emerge fin dalle prime battute l’intenzione di trovare un punto d’incontro tra i due media: la cifra stilistica individuata a questo scopo dal futuro autore di Scream è la transizione a tendina, che collega già le prime immagini della palude, inquadrature di prua al guado del fiume accompagnate da didascalie che, proprio come in un albo a fumetti, ci introducono alla storia.

La palude
“Le paludi sono stracolme di bellezza”, dice subito un lascivo dottor Holland all’ancora spaesata Alice. Craven sembra proprio partire da questo assunto per valorizzare al massimo una location apparentemente povera, composta grossomodo da un pontile, una manciata di interni e gli spazi incontaminati della Louisiana. L’esperienza dell’horror en plain air de Le colline hanno gli occhi si vede tutta e il regista di Cleveland riesce davvero a fare suoi i luoghi che incontrano la sua macchina da presa, ora attenta a imprimere atmosfera e attesa, ammantando di fascino gotico il rapporto tra figure umane, radure infinite e melmosi specchi d’acqua, ora abile a innescare dinamismo nelle sequenze action, d’inseguimenti e sparatorie lungo il fiume, dove la natura è co-protagonista aggiunta, nascondiglio e scudo del “mostro”.
La palude di Craven si spoglia presto della sua dimensione sinistra, fino a proporsi come teatro di un idilliaco incontro d’amore su cui converge il sotto-testo erotico della pellicola, giocato sul flirt e sul mutamento nella rappresentazione dei corpi, sempre più a nudo, di Holland e Alice: lui vittima di una mutazione body-horror che ne rende inservibili gli abiti, lei in generose scollature e rigenerante bagno nel fiume, nuda come le creature che lo abitano. Appare paradossalmente più sporca l’opulenta abitazione di Arcane, tanto barocca e convenzionalmente elegante quanto simbolo d’un rapporto eccessivamente mediato (e dunque inautentico) con la propria umanità.
L’importanza che Craven dà a questa rappresentazione esaltante dell’ambiente naturale è certificata da una battuta che mette in bocca a uno dei suoi personaggi: “Ognuno per sé e Dio contro tutti”, citazione tratta da L’enigma di Kaspar Hauser di Werner Herzog, forse il regista che più di tutti ha saputo filmare e comprendere “le terre selvagge” nella storia del cinema.

Effetti (poco) speciali: le note dolenti
Se dunque funzionano l’approccio estetico e la gestione degli spazi e dei registri narrativi, non si può dire lo stesso per quel che riguarda gli effetti speciali. Artigianali e a basso costo, non rendono giustizia a un impianto visivo-drammaturgico di tutto rispetto. L’Holland di Wise si trasforma nella ben poco accattivante creatura interpretata dallo stuntman Dick Durock, protesi in gomma sul volto e vistosa tuta appesantita da finti elementi vegetali. La scelta di non utilizzare Wise anche dopo la trasformazione è da ricondurre soprattutto al naso e alla corporatura dell’attore: il primo troppo vistoso (quello del mostro dei fumetti è praticamente assente), la seconda troppo esile per rappresentare una creatura che dominasse sempre gli spazi. Si è persa in questo modo l’espressività dell’attore nei momenti più intensi del film, azzoppati da primi piani su un volto a dir poco inadeguato.
Va addirittura peggio per quel che riguarda la trasformazione del villain: il mostro di Arcane, una sorta di lupo antropomorfo, sbuca da un improbabile bozzolo grigio e gelatinoso con un costume in schiuma di lattice, una folta e finta criniera e delle ancor più finte zanne. La mobilità estremamente ridotta dello stuntman, unita alla fissità di occhi malamente disegnati, scatena il ridicolo involontario di cui si copre inevitabilmente tutto lo scontro finale.
“Visto che i produttori hanno scelto chi si occupava degli effetti speciali in base al preventivo più basso, potete capire perché ho dovuto rendere il film un’esperienza più umana”, commenterà Craven in seguito. Peccato che in un monster movie di stampo piuttosto classico come questo, la sospensione d’incredulità passi principalmente dalla credibilità delle creature fantastiche, soprattutto se intere sequenze sono dedicate alla lora nascita e alla loro mostrazione. In questo senso, appare davvero impietoso il raffronto con Un lupo mannaro americano a Londra, di appena un anno precedente.

Conclusioni
Opera affascinante e irrisolta, Il mostro della palude risente più dei problemi di budget che ne hanno funestato la produzione che di veri e propri segni del tempo. È un film che, al contrario, ha giocato fin troppo d’anticipo sulle tendenze hollywoodiane, confezionando schemi e stilemi che verranno sfruttati dai più remunerativi blockbuster degli ultimi anni. Sospeso tra fantascienza e avventura, funziona tuttavia meglio quanto più si avvicina a una rappresentazione degli ambienti ai limiti del documentarismo (Herzog docet), lezione che i cinefumetti d’oggi, forse, dovrebbero cominciare a imparare.
