Hulk, diretto da Ang Lee (I Segreti di Brokeback Mountain, Vita di Pi), si inserisce nel filone dei film supereroistici di inizi anni 2000, quando l’MCU ancora non esisteva e le pellicole facevano ognuna storia a sé. Tra disastri (Catwoman, Electra e Ghost Rider) e grandi film d’autore (Spiderman, X-Men, Batman Begins), Hulk si inserisce nel secondo gruppo. Forte di un Oscar per il suo La Tigre e il Dragone e di due Orsi d’Oro per Il Banchetto di Nozze e Ragione e Sentimento; Ang Lee era l’artista perfetto per la riuscita – quantomeno autoriale – del progetto.
All’epoca, però, non fu ben accolto dalla critica. Salvo qualche parere positivo, il film non fu ritenuto all’altezza dell’epica di altre pellicole. Anche il pubblico non ne fu entusiasta: globalmente incassò 245 milioni di dollari, ben al di sotto delle aspettative createsi dopo l’incasso monstre del primo Spiderman di Sam Raimi. Il tempo, però, gli ha dato ragione. La poetica di Ang Lee è entrata maggiormente al centro dei dibattiti critici dopo la vittoria di ben due Oscar alla regia (nel 2006 e nel 2013); e il suo Hulk è stato rivalutato come uno dei migliori cinecomics mai fatti, soprattutto per il suo taglio autoriale che preferisce l’approfondimento psicologico all’azione fine a se stessa.

Hulk – Trama
La storia di Hulk può sembrare sempre la stessa; ma il taglio dato alla pellicola è diverso sin dai titoli di testa. Il protagonista delle prime immagini del film non è Bruce Banner, ma il padre David, che sta compiendo per il governo esperimenti di ingegneria genetica. Grazie alle sue scoperte riesce a rigenerare organi e tessuti di alcuni esseri viventi; ma il governo, nella figura del Generale Ross, gli impedisce di iniziare la sperimentazione umana. Decide dunque di essere lui stesso la cavia dei suoi esperimenti, iniziando con piccole iniezioni. Di lì a poco, però, la moglie Edith gli darà un figlio, Bruce, che erediterà inevitabilmente le modificazioni genetiche del padre.
Salto in avanti: vediamo un Bruce (Eric Bana) adulto che non ha più il cognome Banner (ritiene che i suoi genitori naturali siano morti), ma Krenzler, della sua famiglia adottiva. Lavora al Lawrence Berkeley National Laboratory assieme all’ex fidanzata, Betty Ross (Jennifer Connelly), figlia del Generale Ross (Sam Elliott). I suoi studi riguardano lo stesso campo del padre: l’ingegneria genetica. Un giorno, per salvare il suo collega Harper, Bruce si frappone tra lui e una delle macchine del laboratorio, che accendendosi accidentalmente lo investe con una quantità esorbitante di raggi gamma che avrebbero dovuto ucciderlo. Rimane, però, apparentemente illeso. Da qui, inevitabilmente, le trasformazioni, l’interessamento del Generale Ross e il ritorno di fantasmi del passato solo sopiti.

Hulk – Recensione
Hulk di Ang Lee è storia del cinema. Si badi, non nel senso che ha fatto la storia del cinema (se ne potrebbe discutere inquadrandolo come tassello della poetica del suo autore e come membro del genere cinecomics); ma nel senso che è intriso di storia del cinema. In Hulk c’è la psicanalisi (la storia del cinema e la disciplina fondata da Freud sono coeve e si sono influenzate a vicenda). In Hulk c’è il west: il deserto dove Bruce ha vissuto e dove, da Hulk, ritornerà. I canyon, il muschio, i fiori. Il west come spazio di confine, come luogo da cui scappare ma, al contempo, da affrontare. Ma in Hulk c’è anche San Francisco, che è storia del cinema: è la città di Vertigo, dunque la città del doppio (Bruce-David; Bruce-Hulk).
Il dialogo attivo con la storia del cinema rende la pellicola di Lee enormemente stratificata, come la mente di Bruce Banner, vera protagonista di tutta l’operazione. Il regista taiwanese interiorizza la vicenda di Hulk e la trasforma in una seduta psicanalitica dove il soggetto, Bruce, deve fare i conti con un passato rimosso. Hulk – l’altro – diventa l’eredità fardello di un padre ambiguo, amorevole ma al contempo violento, che diventa un macigno nella sua assenza. Ma Ang Lee gioca a carte scoperte sin dall’inizio: il songo, il rapporto conflittuale con i padri e i tratti da loro acquisiti – anche inconsapevolmente – sono il centro dei discorsi dai primi minuti del film.
Il colpo di genio è proprio quello di rendere Hulk solo una manifestazione di un qualcosa di già sempre interno. Come detto, Bruce è nato già geneticamente modificato, ereditando le mutazioni dal padre. Il rapporto è più che simbiotico: è viscerale, strutturale. Hulk non è altro che l’inevitabile conseguenza di un trauma di cui non si conoscono le cause. Il film è proprio la ricerca di quelle cause, l’affrontare i propri demoni: avere il coraggio di vedere cosa si cela dietro una porta che la mente, per proteggersi, ha lasciato per anni chiusa.

La terapia di Bruce
Il deserto, a questo punto, diventa la rappresentazione di un passato apparentemente vuoto. Bruce Banner camminerà, assieme a Betty, tra le strade vuote di Desert Base (la città dove ha vissuto la sua infanzia dimenticata), come un paziente che attraversa i suoi ricordi da ripopolare. Ma il deserto – quel deserto – apparentemente così lontano; ha accompagnato Bruce fino all’età adulta. Nell’aridità del suo carattere, “emotivamente freddo” per Betty. Nel distacco nei confronti del suo passato; ma anche nella passione per quei luoghi e quelle creature.
Di nuovo ci viene in aiuto la colonna sonora di Danny Elfman e il nome di uno dei suoi brani (come era avvenuto nel caso di Spiderman 2): Hulk’s Freedom risuona mentre Hulk salta, sentendosi libero, proprio nei luoghi del nulla di Banner: il deserto del suo passato. Non è un caso, si badi, che le uniche volte in cui Bruce si trasforma sono riconducibili ad un rapporto diretto, o indiretto, col vero padre e con il rimosso. In questo film Bruce non si trasforma quando è semplicemente arrabbiato, ma quando riemerge ciò che per trent’anni ha seppellito.
Il problema, dunque, dell’intera vicenda, non è quello di fermare il mostro verde che crea distruzione e terrore; ma quello di permettere a Bruce di superare il trauma, di confrontarsi finalmente col padre e di poter convivere pacificamente con questa eredità distruttiva che gli ha lasciato. La vicenda classica che vede Banner dover cercare il modo di reprimere questo suo lato estraneo assume i tratti, invece, di una terapia. Bruce deve imparare a convivere col suo lato interno, represso per anni, e che se scatenato inconsapevolmente può diventare distruttivo per se e per gli altri. L’incontro col padre, che avverrà, diventa dunque il culmine di un percorso psicologico di riconoscimento di sé.

Un dialogo tra classicismo e postmodernità
Ang Lee fa storia del cinema perché la psicanalisi diventa cinema, così come lo è stata da sempre. Il cinema classico si è nutrito della caratteristica cardine della disciplina freudiana: il rievocare immagini per restituir loro significato. In questo senso, dunque, l’operazione di Ang Lee è intimamente classica. Su questo impianto il regista costruisce variazioni dal sapore postmoderno come l’inquadratura frammentata in diverse scene, che richiama l’estetica da fumetto. Un espediente utilizzato – in maniera sicuramente meno pervasiva – anche da Raimi nel suo Spiderman 2 un anno dopo.
Ma l’immagine che si suddivide in tante vignette che restituiscono, nello stesso quadro, più punti di vista su uno stesso evento; non è solo postmodernità. I giochi con le immagini sono innumerevoli: da schermi che diventano gli oggetti che mostrano a mappe che si trasformano nei luoghi che rappresentano. Lee gioca con la dialettica finzione-realtà. La medesima porzione di spazio-tempo (che sia un evento o un luogo) viene rappresentata in diversi modi. Di nuovo, il regista è sfacciato come per la tematica del rapporto padre-figlio: ciò che stiamo vedendo è una pellicola, con tutti i suoi trucchi.
Nel dialogo tra la forma vignettistica e il contenuto psicanalitico emerge l’animo metacinematografico del film. Il finale, peraltro, col confronto tra Bruce e David, avviene letteralmente sotto i riflettori, con un pubblico che assiste. Hulk ragiona sulle possibilità del cinema supereroistico, offrendo un’idea di cinema avanguardistica nel suo sfacciato classicismo. La seduta psicanalitica diventa un film, le immagini rievocate dalla mente diventano scene, flashback, ricordi falsi o parziali. Il tutto senza sacrificare, va detto, l’azione in senso stretto. Nonostante sia un cinecomic più riflessivo rispetto agli standard odierni, le scene più squisitamente action godono di una potenza visiva disarmante. Le soluzioni estetiche per le scene “di combattimento” – da quelle fotografiche a quelle scenografiche – gridano un’autorialità ormai perduta. Nonostante sia una pellicola del 2003, continua a difendersi anche per gli effetti visivi, proprio per la ricercatezza estetica sopra menzionata.

Hulk – Conclusioni
Hulk di Ang Lee è una perla rara del cinema supereroistico. Non solo per il suo oggetto – il personaggio Hulk – che poco si sposa con l’idea di supereroe classico; ma per la sua struttura. Hulk è un film di un autore orientale che costruisce un’epopea innanzitutto interiore, che riflette sui rapporti. Sul rapporto padre-figlio, sul rapporto tra le varie nature di uno stesso io; ma anche sul rapporto tra cinema e fumetto e tra cinema e realtà. Hulk è una pellicola densa, stratificata come la mente del suo protagonista. Un cinecomic raro, che col tempo è stato riscoperto ma che ancora deve avere il riconoscimento che merita.
