Approda nel 2023, trai meandri ultra-sfaccettati del corposo catalogo Netflix, un prodotto peculiare in quanto a tono e andamento. Si tratta di His three daughters, un dramma familiare scritto e diretto da Azazel Jacobs. Classe 1972, il regista statunitense giunge così a dar vita al suo settimo film – dopo progetti quali French exit, The lovers e Terri. A vent’anni dal suo debutto in ambito di lungometraggio (dopo svariate esperienze di corto), l’autore confeziona un contenuto in perfettamente in linea con i suoi precedenti.
Il dramma da camera (in termini letterali), beneficia di un andamento estremamente lineare avvalorato dalle performance delle sue protagoniste d’eccezione. Con i suoi 101 minuti di durata, la pellicola approda nel settembre 2023 al Toronto Film Festival. Il mese dopo la acquisisce il colosso dello streaming, rendendola disponibile per i suoi abbonati ancora oggi.

His three daughters: la trama
I volti del lutto, della metabolizzazione di una perdita imminente, sanno essere i più svariati. Sono in questo caso quelli Katie (Carrie Coon), Christina (Elizabeth Olsen) e Rachel (Natasha Lyonne). Sorelle di sangue le prime due, sorellastre della terza per legame paterno. Le tre si ritrovano nella casa del familiare che le unisce, che al presente della narrazione è anche la dimora di Rachel. L’occasione è quella della perdita imminente di un padre che è stato per loro, in modo diverso a seconda dei casi, presenza imprescindibile. Unite sotto il segno del genitore, le tre donne si ritrovano a fare i conti con una dura realtà: l’uomo ha le ore contate. Incapace di muoversi e comunicare, il padre esiste entro i confini della sua stanza. Ambiente in cui le tre donne si scambiano, senza mai ritrovarvisi unite.
Non è sufficiente però la mole di difficoltà a fronte del lutto imminente. Katie, Christina e Rachel si ritrovano costrette a fare i conti con loro stesse. Chiuse forzatamente sotto uno stesso tetto si ritrovano tre donne adulte, formate, diverse. L’intransigente Katie non dà tregua alla sorellastra Rachel, che trascorre le sue giornate tra fumo e scommesse ritrovandosi di colpo la casa occupata da due presenze molto lontane da sé. Si frappone tra di loro l’apparentemente impeccabile Christina, che tra yoga, meditazione e carinerie malcela una latente isteria sfociante in una buona dose di passivo-aggressività. Quando l’aria nell’appartamento rischia di farsi troppo satura, riusciranno le tre sorelle a coltivare un rapporto più sano? Sapranno sopportarsi per fare fronte unito rispetto ai tragici eventi imminenti?

His three daughters: la recensione
Tre figlie, un padre sul letto di morte. Un appartamento, e il tempo che scorre lento, inesorabile, di fronte ad un destino ormai segnato. Sono estremamente semplici le coordinate che determinano l’assetto di His three daughters. Film che di fatto, in conseguenza, scansa con eleganza il piano degli eventi per giocare la sua partita sul campo dell’intensità. La potenza del tema (e delle sottotrame che innesca) si rivela autosufficiente, e vincente. Viene veicolata da tre interpretazioni, quelle delle sapienti protagoniste, estremamente pregnanti – considerato l’esiguo margine di manovra. Le performance sfaccettate di Coon, Olsen e Lyonne si distanziano molto tra loro, fortemente caratterizzate. Ma tutte contribuiscono a dare squisitamente corpo ad una scrittura dei personaggi che si erge a cardine portante dell’intero film.
Le protagoniste vengono definite già a partire dal titolo in quanto figlie. In funzione di un padre che, peraltro, a malapena vediamo – fatta eccezione per la toccante parentesi conclusiva. Ma tutte e tre si prendono, nell’arco del minutaggio, il tempo di strutturarsi in quanto personaggi a tutto tondo. Escono dalle prime impressioni che di loro stesse ci offrono, o quantomeno tentano di non renderle sufficienti, impostando un discorso del sé più complesso. Christina, apparentemente impeccabile, incamera in sé frazioni di malessere difficili da contenere. L’apparentemente sconclusionata Rachel finisce invece per dimostrare premura, attenzione, affetto. Bilanciate, certo, da una buona dose di franchezza e occasionale spensieratezza. Più delle altre, Katie rimane simile a se stessa, entro i suoi confini. Ma schiva la sua sagoma iniziale nel riconsiderare l’immagine delle sorelle – operazione cui si pone in parallelo a noi spettatori, che facciamo altrettanto guardando His three daughters.

Vibes indie a servizio di grandi temi
La cornice di racconto che si imposta rasenta deliberatamente l’essenzialità. Ma permette così, a suo modo, di lasciar deflagrare queste (e altre) dinamiche umane in tutta la loro complessità e dirompenza. Restituisce loro, in altri termini, ulteriore e rinnovata dignità. Nella modalità con cui sceglie di farlo, riecheggia i molto amati film indie statunitensi di inizio anni Duemila. Risulta evidente come Greta Gerwig, Joe Swanberg e i fratelli Duplass abbiano fatto scuola, in questo senso. Ed è impossibile non ripensare, sull’assonanza di tre figli che si destreggiano con un padre decadente, a The Meyerowitz stories. Firmato non a caso da Noah Baumbach, genitore illustre e nobilitante del genere mumblecore di cui sopra. A corroborare quest’impressione concorre la fotografia di Sam Levy, che proprio dal mondo indipendente di quel periodo proviene.
A conti fatti, quella del film è inevitabilmente una trama di unione. Ma è anche lo specchio di tre profonde solitudini apparentemente destinate a restare tali, incomprese. Il continuo soffocare ed esplodere della componente emotiva delle protagoniste determina il ritmo del film. La trama, poggiando su binari estremamente semplici, si rivela emotivamente complessa. E si lascia troneggiare dal macro-tema altrettanto complesso della gestione di un lutto (in questo caso imminente). Così facendo, Azazel Jacobs definisce un racconto intimo, silenzioso nel suo modo di svilupparsi ma non nell’effetto che potenzialmente sa imprimere sul suo pubblico.

