Con Hamnet, presentato nella sezione Grand Public della 20.Festa del Cinema di Roma, Chloe Zao torna a dirigere un film emotivamente denso ed artisticamente corposo.
Elaborazione di un lutto, maternità magica, potere catartico dell’arte, in questo caso azione drammaturgica e mimetica del teatro, Hamnet è una storia scandita dagli intuiti sentimentali di un uomo e di una donna che cercavano di più, avevano visioni e tremori immaginifici, che li portavano ad essere al contempo più presenti e più distanti rispetto a ciò che li circondava. Ciò li ha consegnati alla storia come esseri immortali ed enigmatici.

Hamnet – Trama
Basato sul romanzo Nel nome del figlio. Hamnet di Maggie O’ Farrell, qui impegnata nelle sceneggiatura insieme alla Zao, l’opera racconta del primo amore viscerale di Shakespeare (Paul Mescal) per la donna che divenne sua moglie, Agnes (Jessie Buckley), figura mitica forse nata da una strega, una donna sensibile e sensitiva, conoscitrice della natura e degli animali, scrutatrice del futuro, impulsiva, appassionata, un’ ascoltatrice di orizzonti.
Il suo destino era incontrare il giovane guantaio, scrittore per hobby, William Shakespeare, avere due bambini da lui, che le sarebbero rimasti accanto al suo capezzale. La loro unione fulminante ed autentica viene coronata a Stratford – upon – Avon con la nascita di una bambina e di due gemelli, un maschio ed una femmina. Quest’ultima senza respiro appena venuta alla luce, lo riacquista magicamente appena posta tra le braccia della madre, ma, la vena crudelmente cristallina del destino, sega il miracolo inviando una peste che ammalerà la piccola.

È qui che il suo gemello di parto, non così simile a lei come invece i due piccoli hanno sempre creduto di essere, decide di prendere il posto della sorella davanti alla triste mietitrice: lui muore e lei vive. Mentre Agnes si dispera come una lupa cui abbiano strappato il cuore, William, che vive per lunghi periodi a Londra costruendo quello che sarà il mito del suo teatro, arriva troppo tardi per dirgli addio. Da questo enorme amore e da questa lacerante perdita, nasce Hamlet, la tragedia delle tragedie, archetipico complesso del dolore, della vendetta, del legame padre-madre-figlio, capolavoro conosciuto, riletto, riscritto e recitato in tutto il mondo ancora oggi.
Hamnet – Recensione
In una fotografia ombreggiata dai verdi e dai marroni della campagna di Stratford, tra ruscelli che straripano, boschi suggestivi, radici gigantesche che fanno da culla, antri di terra e amici falchi, si muovono i personaggi di questa storia di amore, morte ed arte, con una modernità ed un apertura verso l’inconscio di rara maestosità, chissà mai se incontrabile negli anni in cui Shakespeare visse.
Entriamo nella sfera intuitiva della vita, nel subconscio delle nostre sorti, qualcosa che chiama le spine dorsali di ciascuno a vivere secondo un sentiero piuttosto che un altro, è un fato post epico, così palpabile da impregnare tutto il racconto. L’incontro tra Agnes e William era scritto e la loro congiunzione è praticamente immediata, così come il futuro di William non è quello disegnato a mani brute e crudeli dal severo padre; semmai risiede in quelle carte sparse con appunti lucidi e meno lucidi cui dare un abbraccio di senso.

Agnes e Shakespeare creature di una dimensione extra-ordinaria
Agnes conosce tutti i rimedi che una foresta viva sa contenere, prevede il tempo, si fa nutrimento della vita, della sua di quella del marito e di quella dei suoi figli, tenta disperatamente di opporsi alla morte. Il suo fallimento è lo strappo alla natura, alla fede, alla sua quasi immortalità, al suo carattere di essere semidivina. La conseguenza è un atterramento feroce nel semplice, devastante, vuoto umano, il lutto, da cui non c’è formula o saggezza certa che possano tenere.
È qui che soccorre l’arte: dalla mente e dalle mani del padre, assente il giorno della morte, mancante all’ultimo saluto per il suo unico figlio maschio, cui aveva chiesto di dimostrarsi coraggioso il tempo in cui sarò lontano, prende il via la trasformazione del dolore. Reinventato e reincarnato nelle battute di un principe danese, biondo come biondo era il suo Hamnet, privato del proprio padre da un intrigo di potere, alienato da sua madre per quello stesso gioco di potere, cui una voce di fantasma chiede e richiede ‘vendicami’.

La mimesi teatrale genera la catarsi dal lutto
Battuta per battuta, l’Amleto shkespeareano prende forma ed attinge dal dolore del padre orfano di figlio, l’animo ammalato trova così la sua forma di espressione, il grido di dolore di una persona diventa tragedia collettiva e la messa in scena della tragedia diventa elaborazione dello squarcio.
Un Globe Theatre gremito da cima a piedi, che accoglie anche Agnes, giunta assieme al fratello per quel nuovo inaspettato dramma del marito, di cui lei nulla ha saputo tranne che porta lo stesso nome del suo bambino morto, accoglie il rito funebre di un padre verso il proprio piccolo, sia che si parli di un principe che vendica un re, sia che si parli uno scrittore alla disperata ricerca della mano del figlio in agonia.
Il lutto rivisita e dà nuovo significato al capolavoro drammaturgico
Il pubblico ammutolito dà corpo al silenzio e al pianto dell’anima, e la moglie riscopre in quelle parole lo spirito che credeva perduto, distante e diverso, di un marito afflitto dalla morte almeno quanto lei. Così prendono drammaticamente nuovo senso le battute finali della pièce buonanotte dolce principe.
Hamnet assomiglia più ad un atto psicomagico che ad un film in senso stretto: è il racconto di un amore acceso e non pensato, di una morte quasi chiamata e tenuta per mano, di uno spazio di pace in cui fare riposare anima e corpo dopo la lacerazione della perdita. Costruito per accogliere e digerire nel modo più utile possibile le iperboli di vita e morte al loro massimo respiro.

Montaggio insistito, mai sincopato che lascia respirare a fondo le scene
A questo fine molte scene sono congegnate in modo da protrarre le singole azioni fino a trasformarle in singoli fatti artistici, in cui la verità emerge in altorilievo e nitidi si fanno i pensieri, il quid in questione che lega i personaggi. Dai parti di Agnes, il primo una danza di scatti accovacciata nella foresta, il secondo una carrellata di volti e grida bestiali nella cucina della propria casa, alla crisi di William, in crisi al suo tavolo di scrittura, in cerca di un altra vita ed un altro sè lontani da Stratford e anche dalla sua amata famiglia.
Hamnet – Cast
Magistrali gli attori dai quali è impossibile staccare gli occhi. Non è solo questione di verosimiglianza, c’è anche una profondità e disponibilità emotiva che arriva a forme non scontate, personali ed intime al contempo.

Il montaggio non affretta nulla, al contrario passo dopo passo, rende al cast ed a noi il favore di non sincoparsi sul ciò che serve ma di attendere quel punto nell’insistenza della scena, oltre il quale si rivela chiaro a cosa stiamo assistendo e cosa significhi per il personaggio (e quindi anche un po’ per chi guarda) la scena stessa.
Hamnet conferma la profondità della mano che lo ha diretto e confeziona un film impattante, una performance di viscere e spiriti universale, che illumina l’arte a strumento in grado di salvare l’enigma del mondo, partendo da chi lo abita.
