Grosso guaio a Chinatown è un film del 1986 diretto da John Carpenter. Un’opera insolita per il nostro amato maestro dell’horror; stavolta ci porta dentro una graziosa e coinvolgente avventura che alterna momenti di suspence a momenti comici. La storia segue le vicende di due amici alle prese di ritrovare una ragazza scomparsa e catturata da delle forze maligne. Un viaggio in cui troveranno supporto da care persone ma anche magia oscura da stregoni che servono a un capo misterioso e suggestivo.

Grosso guaio a Chinatown, la trama
Nel cuore della Chinatown di San Francisco Jack Burton (Kurt Russell) è uno sfrontato e ironico camionista. Vive e predica dentro il suo furgoncino, il pork-chop express, come se dentro quel mezzo ci fosse il vissuto di una vita intera. Si ritrova coinvolto in un’avventura delirante, quando la promessa sposa del suo amico Wang Chi (Dennis Dun) viene rapita da una gang criminale locale, e Jack deciderà di aiutarlo. Quella che sembrava una semplice ricerca si trasforma in una battaglia sovrannaturale contro la stregoneria governata da David Lo Pan(James Hong), un antico stregone millenario che necessita di una ragazza dagli occhi verdi per spezzare una maledizione.
Tra arti marziali, magie oscure, mostri inquietanti e guerrieri mistici, Jack e la sua banda dovranno addentrarsi in un bizzarro mondo sotterraneo per salvare la situazione e riprendersi la ragazza scomparsa.

Grosso guaio a Chinatown, la recensione
Il “road movie” inizia in flashforward con un’indagine della polizia riguardo qualcosa che sta per succedere, segnale di un viaggio lungo e indimenticabile. Di fronte la testimonianza del saggio Egg Shen(Victor Wong), ci prova l’esistenza della magia e della stima che nutre nei confronti di Jack.
Poi di soppiatto, come se ci trovassimo in Taxi Driver, Jack nel suo pork-chop express. Va a trovare l’amico Wang Chi, e da che era una semplice partita si trasforma in un’odissea.Da lì i nostri due viaggiatori non troveranno più pace, sfidando sempre più peripezie e la magia oscura, deliziandoci in una completa immersione nelle vicende.Ma, come ogni eroe, vivono e sopravvivono perché sono più furbi, oltre che ad avere quell’immancabile pizzico di fortuna. Presentazione del nemico e incidente scatenante, David Lo Pan se all’inizio sembra strampalato la sua vera identità gli darà poi autorevolezza. La resa scenica lo rende inquietante e potente: un vero e proprio villain.La banda dei buoni invece si muove in coesione e non ha paura di niente; se si pensa a dei buoni che rappresentano la resistenza contro una forza maligna, si hanno rimandi con Star Wars.
La commedia si mantiene in modo coerente, in cui anche in momenti di tensione alcune uscite di Jack o contesti bizzarri riescono a strappare una risata. L’eleganza delle inquadrature dà giustizia al surrealismo dei momenti nonostante le azioni siano rapide e frenetiche.Il surrealismo è uno dei punti fermi di Carpenter presenti anche in un film inedito come questo. Tra le altre cifre stilistiche ritroviamo anche la cura negli effetti speciali, all’amore viscerale per il soprannaturale e a quel bisogno di trasformare tutto in azione. Inoltre anche l’unione di persone sconosciute tra esse, che diventa motivo di forza e motore narrativo.

L’occhio occidentale guarda quello orientale
Parliamo di un film che ha avuto l’ambizione di unire la cultura occidentale a quella orientale, e la chiave di volta che le unisce è all’interno del fulcro.Jack Burton è una chiara rappresentazione dell’uomo occidentale: occhiali, cappello, diffidente verso gli altri e sicuro di se stesso. Menefreghista, ci prova con belle donne, giudica le “stranezze” di altre culture, infatti a più riprese, attraverso delle battute di scena efficaci, viene evidenziata l’ignoranza che Jack ha nei confronti dell’idioma e degli usi e delle icone cinesi, parlando comunque con modo saccente e superiore. Rimane comunque l’eroe che nel sistema occidentale è l’uomo spavaldo e coraggioso che non ha paura di nulla, come dice lui stesso nel finale :” Il vecchio Jack Barton guarda il ciclone scatenato proprio nell’occhio e gli dice si, mena il tuo colpo più forte amico, non mi fai paura”.
Attraverso lui, l’occhio occidentale incontra la cultura orientale, fin dall’inizio: scene corali al mercato di Chinatown dove c’è senso di unione, tra vendite, bische e anatre.Chinatown è un quartiere che come tutti gli altri ha i suoi problemi, ma attraverso la macchina da presa ci immergiamo in un vero e proprio voyeurismo culturale, alla scoperta di culture e costumi a cui noi spettatori europei non siamo abituati. Il viaggio oscilla perennemente in scenografie colossali dall’arredamento barocco. Le coreografie e le lotte ricordano tradizioni orientali, adornate da un maestoso studio sui costumi.Specialmente, nella lotta finale assistiamo a un vero e proprio delirio, tra spade, stregoneria, lampi, acrobazie. Uno scenario che ricorda una lotta tra samurai.

Conclusioni
Insomma, Grosso guaio a Chinatown si dimostra essere un vero e proprio viaggio che coinvolge completamente noi spettatori. Così come la banda, ci sentiamo dentro il pericolo.
L’atmosfera viene data anche dalla maestria di Carpenter nel raccontare il decennio degli 80: tra colori freddi ma accesi e vintage, musica funky, che con le icone pop cinesi si mischiano alla perfezione. Un’esperienza immersiva fortemente consigliata, e pensare che all’epoca è stato un flop al botteghino!
Qui sotto trovate il trailer, utile anche ricordare che è possibile recuperare Grosso guaio a Chinatown in streaming su Disney+
