Giù la testa – Una rivoluzione senza bandiere

Quando Sergio Leone gira Giù la testa nel 1971 si trova in un momento di passaggio, personale e artistico. Dopo aver chiuso la trilogia del dollaro e aver appena firmato C’era una volta il West, Leone viene chiamato a dirigere un film ambientato durante la rivoluzione messicana, inizialmente pensato come un western politico sulla scia del cinema militante dell’epoca. La produzione è travagliata, il progetto cambia più volte direzione e lo stesso Leone non lo considererà mai uno dei suoi film più riusciti. Eppure Giù la testa nasce proprio da questo attrito. Tra un’idea di cinema ideologico e il bisogno, profondamente leoniano, di raccontare uomini prima ancora che eventi.

“La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza”.

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Con questa citazione di Mao Zedong si apre Giù la testa – secondo capitolo di quella che verrà definita la trilogia del tempo –  e dopo uno stacco di montaggio ci viene mostrato cosa pensa Juan Miranda (Rod Steiger) della rivoluzione. Ci urina sopra, proprio come urina sulle formiche. Con questo avvio Sergio Leone imposta quello che sembra un film politico, carico di valori e ideali, pronto a gridare al mondo la propria opinione. Ma in realtà è un film molto più essenziale, una storia semplicemente umana.

Giù la testa

Giù la testa – Trama

La storia di due uomini: Juan Miranda e John Mallory (Jason Coburn). Il primo è un peones messicano che, con i suoi sei figli, vive la vita da fuori legge tra sciacallaggi e rapine. Il secondo è un dinamitardo, ex membro dell’IRA con un passato nebuloso alle spalle. L’incontro tra i due diventerà occasione per Juan di fare il colpo del secolo alla banca di Mesa Verde. John però lo trascinerà suo malgrado in una rivoluzione che segnerà il rapporto tra i due.

Giù la testa

Giù la testa – Recensione

Juan e John intessono un rapporto di amore e odio con dinamiche quasi da buddy movie. La prima metà del film si concentra sul colpo alla banca, dando al film un tono ironico e divertito. Quella che sembrava solo una scorribanda tra due improbabili complici si rivela presto qualcos’altro: il peso del passato e la brutalità della rivoluzione iniziano a farsi strada nelle pieghe della narrazione. Più conosciamo i due protagonisti più il racconto diventa serio. I due sono personaggi a tutto tondo, tanto iconici e stilizzati nella loro estetica – Juan con il suo cappello e John con i suoi baffoni – quanto stratificati nella loro evoluzione.

Rivoluzionario per caso

La storia si rivela man mano, tra flashback centellinati, grandi sparatorie e momenti di confronto. Leone conosce i suoi personaggi, le loro storie passate e i loro desideri futuri, e li racconta facendo parlare più spesso le immagini delle parole. Ne sono un esempio le scene ambientate in Irlanda che rivelano il passato di John o la fucilazione dei rivoluzionari. Si può leggere negli occhi di Jason Coburn che non è la prima volta che vede un momento del genere.

Ma la più toccante, forse, è quando Juan scopre il massacro dei suoi figli. Vediamo un uomo prendere coscienza di quello che è stato e di quello che è chiamato ad essere: rivoluzionario per caso, ma simbolo di qualcosa di più grande di lui. Un uomo che non lotta per degli ideali, ma per la sua famiglia e per se stesso. Proprio come insegna a John quando gli illustra la retorica della rivoluzione nella scena più simbolica del film. Un monologo che si conclude con The Patriotism di Bakunin nel fango; questo basta a Leone per farci capire tutto.

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Oltre la rivoluzione: una storia di uomini

Perché il vero tema del film non è la rivoluzione, non sono gli ideali, le battaglie o il rinnovamento. No, è il rapporto tra questi due uomini; diversi tra loro, con obbiettivi che sembrano inconciliabili ma che impareranno a conoscersi e forse a capirsi. Juan imparerà a non vivere solo per se stesso e John a perdonare e ad accettare il passato.  È la storia della nascita di un’amicizia e di una fratellanza atipica, dettata dalla casualità ma che viene fortificata dagli eventi e dalle difficoltà. Giù la testa ci insegna ad imparare dai nostri errori e a comprendere gli altri, nel bene e nel male, in guerra o in pace.

Un Leone imperfetto, ma profondamente autore

Non è il miglior film di Sergio Leone, complici le difficoltà produttive, ma proprio per questo, per i suoi difetti, viene esaltata la capacità di questo regista. Un uomo che ha sempre fatto Cinema con la C maiuscola, credendo nei suoi obiettivi e mettendo tutto se stesso in quello che faceva. E ogni volta che ripensiamo al fatto non avremo mai più la possibilità di vedere altri suoi nuovi film non possiamo fare a meno di pensare quello che pensa Juan nell’ultima battuta del film: “E adesso io?”

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

CONCLUSIONI

Giù la testa di Sergio Leone racconta la rivoluzione messicana come sfondo di una storia profondamente umana, tra amicizia e disillusione.
Simone Cigna
Simone Cigna
Sono cresciuto tra la Terra di Mezzo, i viaggi nel tempo di Hill Valley e i pugni di Rocky sul ring. Il cinema per me è tutto questo: avventura, emozione e memoria. Se qualcuno lo ha girato, io lo voglio vedere perché ogni film, anche il più piccolo, nasconde un mondo da scoprire. Amo Scorsese e Kubrick, ma anche la poesia malinconica di Wong Kar-wai: il bello del cinema è che non smette mai di sorprendermi.

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