Per Guillermo del Toro, Frankenstein (leggi QUI la recensione) non è un progetto qualunque: è un’ossessione — un’idea incubata da decenni. Il regista ha dichiarato di voler realizzare la sua versione fin dagli anni 2000, ma per molto tempo il progetto è rimasto bloccato. Era parte di un accordo con lo studio Universal Pictures insieme ad altri classici da adattare, ma il piano del cosiddetto Dark Universe fece cadere tutto.
Solo grazie all’interesse di Netflix — che dopo il successo della personale versione di Pinocchio di Guillermo del Toro gli ha concesso carta bianca — il sogno si è finalmente concretizzato.
Del Toro stesso ha confessato che la passione per il romanzo di Mary Shelley lo accompagna fin da bambino: per lui, Frankenstein rappresenta l’apice di tutto. Questa persistenza quasi ossessiva ha permesso al regista di maturare un’idea molto precisa: non un horror in costume, ma un grande dramma gotico, intimo e tragico, in cui la creatura — e soprattutto la sua solitudine e sofferenza — esce dall’ombra della mostruosità stereotipata per diventare fulcro emotivo.

Dietro le quinte: scelte estetiche e produzione
Una delle curiosità più affascinanti riguarda la costruzione del mondo visivo — e fisico — del film. Per il suo laboratorio e per molti ambienti chiave, la produzione non si è affidata a CGI, ma ha realizzato set tangibili e altamente dettagliati.
In particolare: la torre dell’acqua abbandonata scelta per il laboratorio di Victor Frankenstein è stata trasformata in un recinto drammatico e operistico, con pavimenti in marmo, scala a chiocciola in pietra, una grande finestra circolare che richiama il simbolismo del cerchio — tema caro a del Toro: rappresenta il cerchio della vita, l’inizio e la fine, l’eterna ripetizione dell’ouroboros.
La scenografa incaricata del progetto, Tamara Deverell, ha impiegato circa cinque mesi solo per definire l’estetica del laboratorio: attraverso rendering 3D, prove di color palette, realizzazione di patine verdi e dettagli architettonici per suggerire decadenza, ma mantenendo un fascino tragico e cupo.
Lo spirito artigianale del set diventa simbolo di umanità: del Toro voleva una produzione fatta da mani vere, pietre vere, per far sì che gli attori reagissero a qualcosa di reale.
In un’epoca in cui la CGI domina, questa scelta dichiara una fiducia nel potere del cinema fisico, tattile, materiale.

Dal cast alle riflessioni sull’umano: personaggi e scelte di recitazione
Il film vede come protagonisti Oscar Isaac (Scene da un matrimonio) nel ruolo di Victor Frankenstein e Jacob Elordi (Saltburn) nel ruolo del la Creatura, con un ricco cast di supporto che comprende anche Mia Goth (Piscina Infinita) e Christoph Waltz (Dracula: L’amore perduto).
Un fatto interessante: inizialmente la Creatura doveva essere interpretata da Andrew Garfield. Tuttavia, per conflitti di agenda, Garfield lasciò il progetto a circa nove settimane dall’inizio delle riprese. Del Toro dovette allora ripensare completamente l’aspetto della creatura, adattandolo alla fisicità di Elordi.
Il risultato è sorprendente: la Creatura non è un mostro spaventoso nel senso classico, ma un essere tragico, vulnerabile, umano nella sofferenza e nella ricerca di identità. Un’interpretazione definita da alcuni come hauntingly poetic.
Questo rende l’arco narrativo molto diverso dalle versioni classiche: il conflitto non è tanto tra bene e male, quanto tra ignoranza, rifiuto, solitudine e possibilità di compassione e redenzione. Del Toro ha spiegato che non voleva fare un horror, ma una storia su cosa significa essere umani.
Quel che emerge, dunque, non è la cifra dell’orrore, ma la bellezza dell’imperfezione: la creatura — e in fondo lo stesso Frankenstein — come metafore dell’imperfezione, della fragilità, dell’esclusione.

Temi, simbolismi, un Frankenstein morale e poetico
Una delle novità più profonde di questa versione: il “mostro” non è più l’essere assemblato da ossa e fulmini, ma l’arroganza dell’uomo che pretende di sovvertire l’ordine naturale. Nel film di del Toro, la creatura diventa specchio della solitudine, dell’emarginazione, della rifiutata identità. E il vero orrore è la disperazione — non i fulmini o le tempeste.
Del Toro, come ha dichiarato durante la presentazione al Venice International Film Festival, ha scelto la dimensione del gotico poetico: un’opera tragica, bella, umana.
In questo senso, la disposizione estetica del film (set reali, patine, architetture storiche, numerosi riferimenti al “tutto e nulla” del cerchio della vita) diventa parte integrante del significato: non è solo una scenografia suggestiva — è metafora visiva dell’instabilità, della corruzione, della mortalità. 
Anche la colonna sonora, curata dal compositore francese Alexandre Desplat — che già aveva collaborato con del Toro — contribuisce a modellare l’atmosfera emotiva, poetica e malinconica del film.
Così, Frankenstein (2025) si trasforma in un dramma morale e filosofico sul senso di umanità, sull’imperfezione, sull’identità — temi eterni che risuonano con la sensibilità contemporanea.

Frankenstein – I simboli tra trauma, ossessione e mito
Il film offre numerosi livelli di simbologia nascosta, che spesso possono sfuggire a uno sguardo superficiale. Un elemento ricorrente è il latte che Victor Frankenstein consuma per tutta la durata della pellicola. A prima vista, potrebbe sembrare un dettaglio che richiama l’infanzia del personaggio, ma in realtà indica un blocco psicologico legato al trauma della morte della madre.
La scena della sua scomparsa è infatti molto significativa: la madre di Victor, vestita di rosso, lascia un’impronta dello stesso colore sulla schiena del figlio, come se lo marchiasse. Questo segno diventa metaforico e predittivo della futura ossessione di Victor per la sconfitta della morte. L’uso del rosso si ripete anche negli abiti di Victor adulto, in particolare nei guanti, che richiamano sia il marchio lasciato dalla madre sia il sangue delle sue azioni.
La relazione con Elizabeth, interpretata dalla stessa attrice della madre, rivela un complesso di Edipo: Victor rivede in lei l’immagine materna, mentre il rancore verso il padre emerge dalla gelosia e dal senso di abbandono. La solitudine e l’incapacità di comprendere gli altri sono enfatizzate dalla gigantesca testa di Medusa nello studio: come il mostro mitologico, Victor trasforma chi lo circonda in oggetti attraverso lo sguardo della scienza, e allo stesso tempo diventa lui stesso un mostro sfidando la natura.

Conclusione
Il Frankenstein di Guillermo del Toro non è — e non vuole essere — un semplice remake. È una dichiarazione d’amore per la crudeltà e la bellezza dell’imperfezione umana, un’opera che rende visibile ciò che spesso viene ignorato: il dolore di chi non ha un nome, l’angoscia di chi desidera essere visto.
È, in definitiva, un film che — restando profondamente fedele allo spirito dell’originale — lo reinterpreta alla luce dei nostri tempi: dove la scienza, la speranza e l’arroganza umana si intrecciano con l’amore, la fragilità, la disperazione e forse — l’unica via di redenzione — la compassione.
E se la creatura esiste davvero, è nella nostra capacità di guardare l’altro non come mostro, ma come essere umano con un’anima.

